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​Perché in molti pensano che gli hacker russi abbiano fatto vincere Trump (e la Clinton può ancora fare ricorso)

Roma – L’inaspettata vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton alle elezioni presidenziali americane ha gettato nello sconforto i democratici, provocando una riflessione di massa sulla (in)capacità del partito, e dei sondaggisti, di ‘leggere’ il Paese e i suoi umori. Tutto vero, probabilmente. Ma se ci fosse stato, anche, l’intervento di hacker stranieri? E’ la tesi di un numero crescente di accademici e attivisti che chiedono con forza un riconteggio manuale dei voti in tre Stati chiave: Pennsylvania, Wisconsin e Michigan. Sembra una tesi nella migliore tradizione complottista, che segue abitualmente battaglie molto combattute. In questo caso, però, ci sono alcune anomalie sulle quali una parte degli esperti insiste.

Wisconsin, Pennsylvania e Michigan

A cominciare dai tre Stati ‘incriminati’: tutti e tre con una tradizione democratica al voto di quasi 30 anni e sondaggi che fino alla fine davano la Clinton in vantaggio. In Pennsylvania e Wisconsin, la candidata democratica ha perso per poco (rispettivamente 47,6%-48,8% e 46,9%-47,9%) mentre in Michigan la sua sconfitta non è stata ancora ufficialmente dichiarata ma è data perdente per 47,3% a 47,6%.

  • Il Wisconsin, Stato dove è nato il Grand Old Party (Gop), non mandava un repubblicano alla Casa Bianca dal 1968 e a favore di Trump non ha certo lavorato Paul D. Ryan, speaker repubblicano al Congresso eletto qui, che con il magnate newyorkese non ha mai avuto rapporti facili e gli ha sempre negato l’endorsement.
  • Stessa storia in Michigan, che non sosteneva l’elezione di un repubblicano dal 1988. Non che qui la Clinton fosse amata, come dimostrarono le primarie democratiche che a livello locale diedero la candidatura a Bernie Sanders.
  • Quanto alla Pennsylvania, l’ultimo esponente del Gop a conquistarla fu George H. W. Bush nel 1988.

I sondaggi a favore della Clinton

Al 1 novembre, secondo RealClearPolitics che opera una media dei sondaggi, la Clinton era in vantaggio su Trump sia in Wisconsin (5,7 punti) che in Pennsylvania (5,2%). A metà ottobre, l’analisi della Cbs dava la candidata democratica avanti sul rivale repubblicano 46% a 40% in 13 Stati chiave, tra cui Pennsylvania, Michigan e Wisconsin.

Il ‘precedente’ della Florida

Sembra una storia già vista. Era il 2000 e gli occhi di tutti, per oltre un mese, rimasero puntati sulla Florida, che alla fine, con una sentenza della Corte Suprema a chiara impronta repubblicana, diede la vittoria a George W. Bush su Al Gore, impedendo proprio il riconteggio manuale dei voti nello Stato chiave e facendo perdere il candidato democratico per sole 537 schede di differenza.

Il furto delle mail ai danni dei democratici e le accuse a Mosca

Stavolta, a contribuire ad alzare la tensione, nazionale ed internazionale, e a provocare i complottisti, ci sono state, nei mesi precedenti al voto, il furto di migliaia di mail di John Podesta, capo della campagna presidenziale della Clinton, e del Comitato nazionale democratico, insieme alle violazioni hacker del sistema elettorale elettronico in Illinois e Arizona e il tentativo di entrare in quello di altri Stati. Uno scandalo per il quale all’inizio di ottobre le autorità americane, nello specifico l’agenzia per l’intelligence e quella per la sicurezza interna, insieme allo stesso presidente Barack Obama, avevano incolpato pubblicamente la Russia. Gli 007 americani si erano detti “certi che il governo russo ha diretto le recenti operazioni di violazione di email di persone e istituzioni Usa, incluse quelle di organizzazioni politiche americane”. Più morbida invece la posizione rispetto alle tentate violazioni degli archivi elettronici di singoli Stati, “in molti casi effettuate da una società russa. Tuttavia – avevano aggiunto nella nota le autorità americane – non siamo in grado di attribuire questa attività (direttamene) al governo russo”. Le accuse avevano ulteriormente allargato il fosso che divide le due superpotenze, mai così distanti e sulle barricate dai tempi della Guerra Fredda.

Voto elettronico e voto in assenza

Un altro elemento che viene invocato per chiedere il riconteggio riguarda il voto elettronico e il voto in assenza, e quindi l’ipotesi dell’esistenza di elettori-fantasma. Come ha spiegato Steven Rosenfeld su Alternet.org, sito d’informazione progressista nato come progetto dell’Independent Media Institute, in Wisconsin la candidata democratica ha perso per 27mila voti, vincendo però solo nelle contee dove è in uso esclusivamente il voto cartaceo mentre in quelle miste, dove è presente anche il voto elettronico, ha fallito per l’1-2%. Inoltre, in questo Stato del Midwest è stata registrata un’impennata di voti in assenza, passati dal 20 al 30%. Delle 831mila preferenze espresse in questo modo, circa 134mila sono state inviate per posta invece che portate fisicamente ai seggi, prima dell’8 novembre.

Su un’apparente sproporzione dei voti a favore di Trump nelle contee del Wisconsin che usano il voto elettronico, paragonate a quelle che impiegano le schede cartacee, aveva lanciato per primo l’allarme, due settimane fa, il giornalista dell’Oregonian, David Greenwald. Su questo punto però, Nate Silver, esperto elettorale e fondatore del sito ‘FiveThirtyEight’, ha sottolineato su Twitter che la differenza sparisce quando si rivede il risultato alla luce di una categorizzazione per razza e livello d’istruzione, che invece segue il trend nazionale. E ha aggiunto, “forse un’analisi più complessa rileverebbe qualcosa ma solitamente è una brutta notizia quando una scoperta non riesce a sopravvivere a un controllo d’integrità di base come questo”. 

In Pennsylvania, dove la differenza tra i due contendenti è stata di 68mila voti, la maggioranza delle macchine per il voto elettronico è antidiluviana e non rilascia traccia cartacea, al contrario di quelle del Wisconsin. La preoccupazione, in particolare, riguarda 16 contee in cui sono in uso dispositivi vecchi che impiegano una versione di Microsoft superata e che, come ha dimostrato lo specialista Harry Hursti, possono essere facilmente violati per modificare il risultato.

Quanto al Michigan, i dati non ancora ufficiali parlano di una distanza a favore del candidato repubblicano di 11mila voti. Ci sono però 87mila schede bianche, un numero che supera il record delle 49mila registrate alla precedente tornata elettorale. Inoltre, circa il 25% delle preferenze sono state espresse con il voto per corrispondenza, che potrebbe essere stato gonfiato da elettori-fantasma creati da hacker russi.

Secondo un avvocato, citato da Alternet, “la teoria non si basa sull’affermazione che gli hacker hanno usato i dati dell’Illinois per registrarsi e usare il voto in assenza, quanto piuttosto sulla tesi che hanno usato quei dati per piazzare falsi elettori nei database di registrazione, che hanno anche hackerato”.

Violare il sistema informatico, difficile ma non impossibile

In ogni caso, ricordano diverse fonti e media, la violazione del sistema elettorale e la sua eventuale manomissione è uno scenario che richiede molteplici passaggi e operazioni altamente sofisticate. Il sistema di conteggio voti elettronico non è ovviamente online nè tantomeno è programmato online, una tutela nell’ambito di livelli di sicurezza che sono stati comunque vagliati e innalzati dopo gli allarmi lanciati a pochi mesi dal voto dell’8 novembre. 

J.Alex Halderman, professore di Scienze Informatiche all’Università del Michigan, è invece profondamente convinto della debolezza del sistema informatico elettorale americano. Tra i più accesi fautori della verifica dei voti espressi nei tre Stati, l’esperto, in articolo sul suo blog​ha sostenuto che teoricamente è possibile manomettere le macchine anche se non sono collegate tra di loro o a internet. Lo scenario da lui ipotizzato prevede la diffusione in anticipo da parte degli hacker di un malware nei dispositivi per il voto, che sarebbero così portati a modificare le preferenze per favorire il candidato desiderato. Il malware resterebbe silente nella fase pre-elettorale, per attivarsi durante l’elezione e infine distruggersi una volta chiusi i seggi. “Lo scollamento rispetto ai sondaggi pre-elettorali di quest’anno è frutto di un attacco informatico? Probabilmente no”, ha scritto. “Credo che la più probabile delle spiegazioni sia che le analisi fossero sistematicamente sbagliate, piuttosto che le elezioni siano state hackerate”. Ma, ha aggiunto Halderman, “l’unico modo di sapere se un attacco informatico ha cambiato il risultato è di esaminare attentamente le prove fisiche disponibili – schede cartacee e attrezzature per il voto negli Stati critici di Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. Purtroppo nessuno lo ha mai fatto a meno che i candidati in questi Stati agiscano ora, nei prossimi giorni, presentando una petizione per il riconteggio”.

L’alto costo del riconteggio

Sull’eventuale richiesta di riconteggio dei voti pesa anche il fattore economico. E’ infatti un’operazione costosa, che prevede per il candidato presidenziale che ne fa richiesta l’esborso di centinaia di migliaia di dollari o anche più per singolo Stato, senza contare il pagamento dei gruppi legali e il dispiegamento di osservatori. Jill Stein, candidata presidenziale dei Verdi, ha lanciato una raccolta fondi per finanziare la mozione e ha raggiunto in 24 ore la cifra record di 3 milioni di dollari, sufficiente a presentare ricorso in Wisconsin. Stein punta ora a raggiungere il traguardo di 6-7 milioni necessari per coprire le spese nei tre Stati.

Il calendario per presentare la mozione: differenza da Stato a Stato

Per presentare la mozione, poi, non esiste un calendario unico, dal momento che i regolamenti variano da Stato a Stato: per il Wisconsin, una volta finito il conteggio di tutte e 72 le contee, si apre una possibile finestra legale di tre giorni per avanzare la richiesta di riconteggio. La scadenza è quindi prevista per venerdì. Per la Pennsylvania, invece, il termine ultimo è scaduto, ma è possibile presentare una petizione, per ogni singolo distretto elettorale, dietro richiesta di almeno tre elettori e il pagamento di 50 dollari. In ogni caso, deve avvenire entro 5 giorni dai risultati officiali, di conseguenza entro lunedì. Quanto al Michigan, ci sono solo due giorni a disposizione per presentare la denuncia, dopo la riunione ufficiale del board elettorale indetta per il 28 novembre. Inoltre, in questo Stato i costi lievitano di molto, con l’obbligo di pagare fino a 125 dollari per ogni distretto elettorale e ce ne sono 4.800.

Lettera aperta al Congresso

Tutti gli elementi citati da soli non fanno una prova, e come giustamente sottolineano in tanti, la giustizia americana non potrebbe mai cambiare l’esito del voto senza un riscontro incontrovertibile. Quello che decine di professori specializzati in difesa, cybersecurity ed elezioni hanno chiesto, in una lettera aperta al Congresso, è che venga data certezza del voto. Dicendosi “profondamente preoccupati” dalle notizie pre-elettorali su una possibile interferenza straniera, gli accademici ritengono infatti che il Paese abbia “bisogno di un’accurata indagine pubblica sul ruolo giocato da potenze straniere nei mesi precedenti a novembre”. Questo tuttavia, hanno aggiunto, non significa mettere “in discussione il risultato” dell’elezione in sé. Una richiesta analoga – un’inchiesta approfondita in merito all’interferenza di Mosca sulla campagna elettorale – è stata avanzata anche da alcuni membri del Congresso, come il senatore repubblicano della South Carolina, Lindsey Graham, e il deputato democratico del Maryland, Elijah Cummings.

Restii i democratici

Diversi esponenti democratici sono però molto restii all’idea di scendere su questo terreno, dal momento che durante la campagna elettorale, la Clinton e il suo team avevano picchiato duro contro Trump che millantava possibili “brogli” nei suoi confronti. Ma, secondo il settimanale New York, ci sarebbero stati contatti tra gli attivisti e Podesta, il responsabile della campagna democratica, e fonti vicine agli interessati hanno riferito che quest’ultimo e la presidente in carica del Comitato nazionale democratico, Donna Brazile, avrebbero privatamente riflettuto sull’integrità dei risultati usciti dalle urne.

“Il punto centrale qui è che non sappiamo realmente, ancora, qual è il conteggio effettivo”, ha sottolineato Rosenfeld a Brad Friedman, blogger e giornalista, noto per le critiche su temi legati all’integrita’ del voto negli Usa. “Come tutti, vorrei sapere veramente quello che è successo. E posso accettare i risultati se so che sono veri e accurati. Quindi, assicuriamoci che i voti del popolo siano accuratamente contati”.

Un dato deve essere tenuto a mente: contando la distanza tra i due candidati nell’insieme dei tre Stati menzionati, sono poco più di 100mila i voti in ballo su oltre 13 milioni di preferenze espresse. Basterebbe che 50mila di queste schede venissero riconosciute alla Clinton, invece che a Trump, e la storia cambierebbe.

Aggiornato il 24 novembre alle ore 15:42

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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