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105– Il falso Jahvè. Le fonti bibliche 3

a).La fonte P
La fonte P risale al VI secolo a.C., e interessa i libri di Genesi, Esodo, Levitico e Numeri. Lo stile è frequentemente ripetitivo perché, allo scopo di dare una continuità al popolo ebraico fin dai primordi della creazione, abbonda di lunghi e puntigliosi elenchi di patriarchi e di capostipiti. L’autore, sicuramente d’origine sacerdotale o levitica, mostra un particolare interesse per il rituale religioso degli israeliti, che trova la sua massima espressione nel codice di santità del Levitico (17-26), e per gli eventi storici che egli descrive spesso in uno stile poetico, mettendo sempre in rilievo la sacralità della storia d’Israele. Possiamo attribuire a lui la descrizione della creazione del mondo in sette giorni (Genesi 1). È sua anche la geniale intuizione che nel settimo giorno Dio si riposò, dando in tal modo al mondo il riposo settimanale del Sabato. Per certi versi si rifà all’epica della creazione mesopotamica, ma a differenza di Marduk che deve lottare contro il caos creato da Tiamat, il Dio dell’autore sacerdotale non ha rivali con cui competere, e appare lontano e al di fuori del mondo naturale.
Diversamente dalle fonti J ed E, il Dio della fonte P non dà confidenza alle sue creature, e sebbene distaccato e lontano, appare soddisfatto del suo lavoro creativo. È attribuibile a questa fonte la descrizione del patto dopo il diluvio, nel quale Dio manda un arcobaleno e promette che non tenterà più di distruggere l’umanità.
Questa fonte insiste molto sulla santità di Dio e del suo popolo, e tra le regole della santità introduce anche quelle di purezza, che in fattispecie erano norme alimentari molto rigorose che dividevano gli animali in puri ed impuri. Tra gli animali impuri venivano annoverati i maiali, i conigli e tutti i molluschi. Queste norme non riguardavano regole d’igiene e nemmeno d’utilità pratica ma forse discendevano da antiche superstizioni, legate al contagio della lebbra.
Le regole di purezza riguardavano anche la macellazione degli animali e vietavano l’uccisione per soffocazione e il consumo del sangue. Si tradurranno in una vera palla al piede per gli ebrei della diaspora che non riusciranno a rispettarle vivendo tra i pagani. Una curiosa proibizione, forse determinata da qualche rito magico che la prescriveva, riguardava i cuccioli di agnello o di capra, la cui carne non poteva essere bollita nel latte della madre, per essere poi mangiata.
Appartiene a questa fonte anche la descrizione del capro espiatorio. Aronne, in qualità di sommo sacerdote, doveva ogni anno scegliere per il perdono dei peccati del popolo due capri e presentarli a Dio nel giorno dell’Espiazione. Uno di questi veniva sacrificato come offerta riparatrice; sull’altro Aronne doveva confessare i peccati del popolo e quindi lasciarlo andare libero nel deserto. In tal modo tutte le colpe venivano perdonate e di conseguenza Israele poteva rientrare nello stato di santità. Tutta la liturgia sacrificale, che interessa gran parte del Levitino e che è posta a fondamento del culto templare, deriva da questa fonte.
In seguito alla doppia conquista di Gerusalemme per opera dei romani nel 70 e nel 135 d.C., e la conseguente distruzione definitiva del Tempio, seguita dalla cacciata degli ebrei dalla Palestina, il culto sacrificale venne totalmente abolito e sostituito dal culto della parola, che si poteva celebrare in qualsiasi luogo alla presenza di almeno dieci maschi ebrei adulti. Le sinagoghe divennero così i centri del nuovo culto ebraico e in breve si diramarono in tutto il mondo antico. Ancora oggi sono l’unico luogo in cui si svolge il culto ebraico e sono diffuse in tutti gli angoli della Terra. Si differenziano tra di loro per alcuni aspetti rituali che dipendono dagli usi e costumi assimilati nei vari Paesi che accolsero gli ebrei durante la loro diaspora (rito spagnolo, rito germanico, rito levantino e così via).

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