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115– Il falso Jahvè. L'esilio

La deportazione a Babilonia
L’esilio di gran parte degli abitanti del Regno di Giuda non durò complessivamente molto: appena mezzo secolo, abbastanza però perché i deportati assimilassero parte dei costumi locali e assorbissero concetti e idee che appartenevano alla cultura orientale, caldea e iranica.
Profondissima risultò la crisi provocata dal crollo del paradigma regale davidico, ritenuto eterno per promessa divina. Non pochi ebrei cominciarono a dubitare della potenza di Jahvè e si rivolsero ai nuovi dèi babilonesi, che erano un misto di superstizione e magia. Una parte degli emigrati decise di farsi assimilare o di stabilirsi definitivamente in Mesopotamia, abbandonando l’idea di tornare in patria, anche perché Babilonia sembrava incommensurabilmente più bella e fastosa della modesta Gerusalemme, e i templi del Dio Marduk molto più imponenti e sontuosi del piccolo Tempio di Salomone. Cominciò così la prima fase della diaspora ebraica. Ma la maggior parte degli esiliati, vivendo in piccoli insediamenti chiusi, poterono mantenere i loro riti religiosi e godere di una certa autonomia e indipendenza e, soprattutto, mantenere vivo il ricordo e la nostalgia della loro patria perduta.
Come pegno per il ritorno decisero di riscuotere regolarmente la tassa per il Tempio e di farla giungere a Gerusalemme. Allo scopo di consolidare il più possibile il sentimento d’appartenenza al popolo di Jahvè, e anche per accentuare la loro distinzione dagli altri popoli, si imposero l’osservanza rigida del culto della Torah, cioè della Legge mosaica restaurata da Giosia.
La circoncisione, non praticata in Mesopotamia, fu applicata con rigore e diventò il segno distintivo dell’appartenenza al popolo d’Israele e del Patto dell’Alleanza con Jahvè. Non si era ebrei se non si era circoncisi. L’osservanza del riposo del sabato, dei riti di purificazione, delle norme alimentari e delle feste commemorative, furono rigorosamente imposte, nonostante che la loro applicazione richiedesse immensi sacrifici in una terra straniera di così diversi costumi.
Durante i cinquant’anni d’esilio i deportati, che erano in gran parte l’élite d’Israele, rimasero fedeli alla riforma di Giosia e ripresero i testi del Pentateuco e della Storia Deuteronomistica apportando aggiunte e revisioni, per cui questi testi raggiunsero in sostanza la loro forma finale. Geremia, nel suo libro descrisse la situazione in Giuda durante l’esilio, mentre Ezechiele, esiliato, fornì informazioni sulla vita e le speranze dei deportati ebrei a Babilonia.
Oltre che a rafforzare lo spirito dell’osservanza della Legge e del culto di Jahvè, la lontananza dalla patria consentì agli esuli di sentirsi uniti spiritualmente ed etnicamente e di alimentare, senza cedimenti e incertezze, la speranza nel ritorno. Ma la superiore cultura babilonese esercitò sugli esuli, nonostante vivessero in una “enclave” spirituale ed etnica, un influsso di incalcolabile portata che riguardò la concezione dell’origine del mondo (con notevoli riflessi anche sulla Bibbia), il calendario mesopotamico, la terminologia babilonese e, soprattutto, l’adozione dell’aramaico – dopo l’avvento di Ciro – divenuto la lingua comune dell’intera regione, e della sua scrittura con l’alfabeto quadrato in uso ancora oggi in Israele in sostituzione di quello fenicio (Bernard Comrie, The Major Languages of South Asia, The Middle East and Africa).
Gli esuli furono indotti a nuova speranza da due grandi profeti dell’esilio: Ezechiele e Isaia Deuteronomio. Soprattutto il Deuteroisaia – il secondo Isaia, rimasto anonimo – preannunciò la liberazione e il ritorno dall’esilio alla stregua di un nuovo esodo dall’Egitto, una nuova marcia attraverso il deserto verso Gerusalemme per riedificare il Tempio, restaurare il regno di David in un Israele unificato. Così, in un tempo di esilio, di ignominia e spesso di disperazione, veniva posto il fondamento di una nuova speranza.
Influì molto sugli esuli israeliti la conquista di Babilonia da parte di Ciro, imperatore di Persia, avvenuta nel 539 circa a.C. Coi persiani, molto più colti ed evoluti dei babilonesi, il nazionalismo si trasformò in universalismo e fu concessa la più ampia tolleranza religiosa a tutti i popoli dell’impero. L’aramaico divenne lingua di Stato e gli stessi ebrei, come abbiamo visto, l’adottarono come loro lingua.
L’universalismo politico dei persiani influì positivamente sul Secondo Isaia e lo spinse ad elaborare un monoteismo universale, stando al quale il Dio unico non poteva essere nazionale o tribale, riservato cioè ad un solo popolo, ma esteso a tutti i popoli della Terra. Senza l’influenza persiana il monoteismo ebraico sarebbe rimasto sempre solo nazionale e tribale, e quindi riservato unicamente al popolo ebreo. Purtroppo, il monoteismo universale di Isaia non ebbe gran seguito in Israele e dopo l’infelice parentesi ellenistica e la restaurazione politica dei Maccabei, ritornò il monoteismo nazionalistico fautore del messianismo.

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