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118– Il falso Jahvè. Fine d'Israele. 1

Il periodo ellenistico
Nel 333 a.C. Alessandro il Macedone sconfisse Dario III e sulle rovine del regno persiano costruì un gigantesco impero, che si estendeva dal Mediterraneo alle acque del fiume Indo. Inseguiva il sogno di unificare Occidente e Oriente, non solo sotto un’unica dominazione politica ma anche in un’utopistica quanto meravigliosa sintesi culturale. La morte precoce del Macedone infranse i suoi sogni e anche il suo impero. La Palestina diventò una zona contesa tra i suoi eredi e in un primo tempo passò sotto il dominio dei Tolomei, faraoni d’Egitto, e in un secondo tempo sotto i Seleucidi.
La civiltà universale ellenistica che si sviluppò in seguito alle conquiste di Alessandro esercitò una forte influenza anche in Palestina, soprattutto a Gerusalemme dove vivevano le ricche e aristocratiche famiglie dei grandi sacerdoti. La dottrina sapienziale che già durante l’esilio, in seguito ai contatti con la cultura babilonese e persiana, aveva cominciato a svilupparsi, diventò ancor più determinante con l’espandersi dell’ellenismo greco-cosmopolita e il conseguente universalismo sincretico-religioso che esprimeva, e finì con il rappresentare per la religione ebraica un’enorme sfida.
La crisi della sapienza che ne conseguì trovò la sua massima espressione nei libri di Giobbe e Qohelet. In essi veniva infranta una delle dottrine fondamentali della fede ebraica, la dottrina della retribuzione, vale a dire della giustizia retributiva e punitiva di Dio, perno della religione della Legge.
In Qohelet (libro filosofico-scettico, accolto nel canone in quanto attribuito a Salomone),  e nel Libro di Giobbe la rottura con la fede della retribuzione diventò il problema fondamentale. In entrambi la teoria che ci fosse una connessione tra quello che l’uomo fa e quello che gli succede come compensazione venne energicamente contestata. Di fronte a questa crisi della sapienza reagirono gli altri libri sapienziali: il Libro dei Proverbi e il Libro del Siracide cercando di restaurare la fiducia nell’ordine divino, nella fede tradizionale di Jahvè, per cui, nonostante l’universalistica cultura profana dell’ellenismo, l’ebraismo riuscì a conservare la sua tradizionale fede nel Tempio e nella Torah.

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