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22– Il falso Jahvè. La religione dei grandi misteri. 3

Immanuel Kant, forse il massimo filosofo tedesco, nella sua “Critica del giudizio” definì quest’epigrafe il pensiero più sublime che sia mai stato espresso. Il vescovo anglicano Ralph Cudworth, acuto studioso dell’antica religione egiziana, accordò all’iscrizione nel tempio di Sais, citata da Plutarco, una posizione di primo piano nella teologia egizia. Interpretò infatti il peplo o velo della dea come il simbolo di una distinzione fra esterno e interno, fra “qualcosa di esteriore e di visibile” e“qualcosa di nascosto e di sublime, invisibile e inconcepibile da parte dei mortali” (Ralph Cudworth, The True Intellectual System pag. 341).
Anche Karl Leonhard Reinhold e Friedrich Schiller, filosofi e letterati tedeschi del XVIII secolo, considerarono la formula saitica ” Io sono tutto ciò che è stato, che è e che sarà” come la ricusazione, la negazione di un nome e la proclamazione di un Dio anonimo e nascosto. Filone Alessandrino interpretò queste medesime parole nel modo seguente: è sufficiente al saggio conoscere Dio a posteriori o tramite le sue opere, ma “chiunque vorrà contemplare la natura non occultata della Divinità, sarà abbagliato dalla trascendente radianza della Divinità e dallo splendore dei suoi raggi” (Filone, De fuga et inventione, Vol. III, pag.146).
La sublime Natura come Essere Supremo e Nascosto era, per i due filosofi tedeschi, la divinità nei cui misteri Mosè era stato iniziato in Egitto. Senz’altro egli passò attraverso tutti gli stadi d’iniziazione fino a giungere alla contemplazione della “Natura” come divinità nascosta, invisibile e senza nome.
I grandi misteri egizi esercitarono un’enorme influenza nella cultura di tutto il mondo antico. Tramite Mosè furono alla base della teologia e della religione dell’Occidente, e tramite Orfeo – latore dell’idea dello Hen kai pan in Grecia – influenzarono le teorie di Pitagora, Eraclito, Parmenide e Platone e degli stoici. Durante il Rinascimento, grazia a due importanti opere: gli Hieroglyphica di Orapollo e il Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto, la teologia egizia determinò la nascita del panteismo cosmoteistico che può essere sintetizzato nel Deus Sive Natura di Spinoza (Baruch Spinoza, Tractatus theologico-politicus) .
Il cosmoteismo greco nella sua versione più frequente era Hen kai pan, “Uno è Tutto”, il mondo è Dio. Nella versione spinozista, “Deus sive Natura”, si afferma la stessa cosa. Il “kai” della formula greca ha lo stesso valore del “sive” di Spinoza. Non è un’addizione ma una equiparazione. La patria del cosmoteismo quale s’incontra in Plutarco, Diodoro, Filone, Origene e Clemente Alessandrino, nonché in Porfirio e Giambico, era dunque l’’Egitto.
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