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29– Il falso Jahvè. L'Esodo 1

È probabile, come giustamente osserva Freud nel saggio già citato, che nel periodo di gran conflittualità interna alla società egiziana, provocata dalla controreligione di Akhenaton e dalla successiva restaurazione, il monoteismo incentrato sulla figura divina del sole, abbia determinato una coincidenza, o meglio una simbiosi, tra la parte dissidente della società egiziana che aveva subito il tracollo del sistema di Akhenaton e le popolazioni immigrate, le quali, fino a quel momento, non erano state capaci di attribuirsi né un’identità né una forza come gruppo.
Quando, dopo la morte sospetta di Tut-ankh-Amon e l’avvento al trono dell’ambiguo gran sacerdote Ay, la situazione parve precipitare ulteriormente, Mosè, non tanto forse per il timore della sua incolumità personale, quanto piuttosto per l’intimo, irrefrenabile impulso a voler attuare con un nuovo popolo quella riforma religiosa che era stata il sogno della sua vita, decise di mettersi a capo delle tribù semitiche della sua provincia, liberarle dalla schiavitù e condurle verso la terra di Canaan da dove erano arrivate quattro secoli prima.
Strabone, al pari di Celso, conferma in pieno questa ipotesi facendoci sapere che Mosè era un sacerdote egizio scontento della sua religione, il quale finì per procurarsi un popolo diverso dal suo, un popolo che lo accettò e lo acclamò, e che conseguentemente accolse il culto dell’Ente Divino. Così Mosè con questo stuolo di seguaci emigrò in Giudea (Strabone, op. cit., XVI 2,35-39). Basandosi su Posidonio, Strabone spiega bene il travaglio interiore di Mosè che rifiuta la tradizione egizia del politeismo zoolatrico per riconoscere che “Dio è quell’Essere Unico che abbraccia noi tutti e la terra e il mare, che noi chiamiamo cielo e terra e natura delle cose” (ibid.). E che per avvicinarsi a questo Dio serviva solo “vivere secondo virtù e giustizia” (ibid.). Sottolinea anche che, secondo Mosè, l’Essere Unico non andava rappresentato in alcun modo: “Si deve piuttosto tralasciare di fabbricare immagini e adorare la divinità senza rappresentazioni” (ibid.). Quest’ultima prescrizione, che per Strabone era dettata dall’inadeguatezza iconica a rappresentare la divinità che tutto abbraccia e che non è percepibile coi sensi, diventerà per il Mosè idolofobico e iconoclasta una proibizione assoluta, in quanto le immagini verranno intese come sinonimi di altri dèi.
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