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30– Il falso Jahvè. L'Esodo 2

Mosè non era il solo egizio a guidare le tribù in movimento. Lo accompagnavano tutti quei suoi compatrioti, ex seguaci di Aton, che si erano raccolti attorno a lui per servirlo e proteggerlo, e per proseguire la sua missione. Questo gruppo costituirà la tribù dei Leviti, i futuri sacerdoti d’Israele. Costoro, pur essendo inferiori di numero, erano più forti per civiltà e dunque erano portatori di una tradizione che agli altri mancava (S. Freud, op. cit., pag. 365).
Il problema fondamentale che Mosè dovette affrontare quando diede inizio all’Esodo fu: come trasmettere ad una popolazione rozza, incolta e idolatra il nuovo concetto di un Dio unico? Come riuscirci senza fallire, senza cioè gettare le perle ai porci come aveva fatto Akhenaton? Come trasformare quell’accozzaglia informe di semiti in un popolo unito che mantenesse incontaminato e rigoroso il nuovo culto monoteistico? Al fine di dare una esauriente risposta a queste domande così importanti, farò riferimento ad alcuni autori che trattarono l’argomento con particolare acume. Mi riferisco in particolare a J. Spencer, K.L. Reinhold e F. Schiller, già citati in precedenza.
Secondo Reinhold (Die Ebraischen Mysterien), Mosè – che aveva davanti agli occhi il fallimento della riforma religiosa di Akhenaton a causa dell’incapacità del popolo egizio di capirla – non poté sic et sempliciter annunciare ai suoi rozzi seguaci “il pensiero più sublime che sia mai stato espresso”, per usare le parole di Kant (Critica della facoltà di giudizio pag. 110). Avrebbe voluto dire incappare in un altro irreparabile fallimento, in quanto era impensabile che un popolo come quello ebraico – incolto, abbrutito e indurito, come occorre supporre che fosse dopo molti anni di oppressione e di lavori forzati – potesse avvicinarsi a un così sublime concetto del divino.

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