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38– Il falso Jahvè. L'Esodo 10

Schiller, il celebre filosofo e poeta tedesco del XVIII secolo, nel suo opuscolo “La missione di Mosè” descrisse, in forma drammatica ed epica il conflitto interiore che il legislatore d’Israele dovette affrontare nel tentativo di sostituire la sua sublime idea di Dio, cioè la sua visione mistica della Natura, con la fede cieca, estorta mediante i “miracoli” e imposta con la forza, e questo per salvare quanto meno l’unità di Dio.
Nel suo opuscolo traccia un profilo nobile di Mosè, che non corrisponde affatto a quello che ci appare leggendo i passi della Bibbia che lo riguardano, nei quali si dimostra un generale preoccupato più dell’organizzazione delle truppe che del loro spirito, e un uomo autoritario, ossessionato dalla Legge divina.
I libri dell’Esodo, del Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio, a lui attribuiti dagli ortodossi ebrei e cristiani, straripano di precetti e di disposizioni spesso irragionevoli, per non dire maniacali, che riguardano le cose più disparate: dai ruolini di marcia, alle mutande di Aronne fino all’interramento dei rifiuti organici, regolati questi ultimi da meticolose norme derivate dalla devozione egizia per lo scarabeo stercorario. Non per nulla l’entomologo francese Jean-Henri Fabre (La vita degli insetti) definì lo scarabeo “il fedele osservatore del precetto mosaico”.
Ma forse gran parte di quello che noi attribuiamo a Mosè, soprattutto la pletorica emanazione di leggi, è da attribuire, come vedremo nel proseguo del libro, al re riformatore Giosia e ai suoi scribi, i quali, poco prima dell’esilio babilonese, ricostruirono a posteriori, e questo dopo molti secoli, le vicende dell’Esodo, manipolandole e interpolandole liberamente in base alla nuova teologia che si andava affermando e alle istanze politiche del panisraelismo allora emergente.

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