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41– Il falso Jahvè. Il senso di colpa e il nazireato. 1

La guerra contro il politeismo egiziano, intrapresa con la massima durezza da Mosè, non riguardò soltanto il rigoroso rifiuto iconoclastico delle immagini e la negazione d’ogni altra divinità all’infuori del Dio unico, ma significò anche l’abbandono della divinizzazione del mondo, implicita nel concetto d’idolatria.
Uscendo dall’Egitto, Israele si staccava dal coinvolgimento nel mondo inteso come civiltà dedita alla felicità esteriore; rinunciava ad ogni forma di mondanità, dal possesso dei beni materiali al benessere civile, e rifiutava la realizzazione terrena. In altra parole, si avviava a diventare “un regno di sacerdoti e una nazione santa”(Esodo19,5-6) al servizio di un Dio invisibile ed extramondano.
Così si spiegano i quarant’anni di deserto fra l’esodo dall’Egitto e la presa di possesso di una terra stillante latte e miele. Erano quarant’anni necessari, anzi indispensabili, per il cambio generazionale, per decodificare ogni attaccamento al mondo connaturato all’idolatria e per disintossicarsi dal contro-mondo dell’Egitto. In altre parole, quegli anni erano necessari per de-egitizzare gli ebrei.
Il deserto si proponeva come il luogo ideale per giungere a dimenticare la sfavillante civiltà degli egizi e per comprendere quello che effettivamente quella civiltà rappresentava per il costituendo popolo ebraico: l’allontananza da Dio, e quindi il peccato per antonomasia.
La ricaduta nell’idolatria, cioè nella mondanità, significando il rifiuto di Dio, cioè il peccato, diventò l’ossessione d’Israele. Il “senso di colpa”, ovverosia della “cattiva coscienza di aver peccato contro Dio e di non cessare di peccare” (S.Freud, L’uomo Mosè, op. cit., pag. 450) svolgerà, nel monoteismo ebraico prima e in quello cristiano poi, un ruolo fondamentale lungo tutto il corso della sua storia, permeando ogni attività umana con la consapevolezza del peccato e con la brama di redenzione.
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