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46- “L’invenzione del cristianesimo” – Parte terza. Paolo di Tarso. Le Lettere. 2

La prima Lettera ai Corinzi assume inoltre un’importanza fondamentale laddove ci illustra la nascita del sacramento dell’eucaristia, che è senz’altro l’invenzione più significativa che contraddistingue la teologia paolina. Paolo, che mai aveva conosciuto personalmente Gesù e che quindi non aveva potuto partecipare all’ultima cena, ci spiega in questa Lettera come egli ricevesse direttamente dal Signore, durante una visione celeste, l’istituzione di questo sacramento, inteso come momento mistico della nuova alleanza di salvezza, come memoria della morte e resurrezione del Cristo.
Quindi è Paolo il vero inventore della Comunione sacramentale. Come leggiamo nelle sue Lettere, egli istituì nella comunità di Corinto la tradizione di un pasto comune serale per i poveri, cui ciascuno contribuiva a seconda delle proprie possibilità.
Ma queste agapi degenerarono ben presto in abbuffate e Paolo allora le trasformò. I fedeli dovevano mangiare a casa loro e celebrare negli abituali incontri serali un pasto puramente simbolico (1 Corinzi 11,21 sgg.). Fu l’inizio dell’eucaristia. Paolo aveva trasformato l’agape fraterna, nata come servizio sociale per i bisognosi, in un rito salvifico soprannaturale di tipo pagano.
Naturalmente le comunità, costituite per lo più di poveri e in parte di schiavi, non furono molto entusiaste di trovare al posto di una cena, sia pure imbandita parcamente, un cibo puramente simbolico. Successivamente, come vedremo in seguito, la comunione fu separata dalle agapi, cioè dai pasti serali comunitari, spostata ad ora antimeridiana e celebrata unitamente al rito della Messa.
La Lettera ai Corinzicontiene anche un inno appassionato alla carità, cioè all’amore verso il prossimo. In quest’inno l’amore, che dona se stesso senza contropartita, è proclamato l’essenza dell’opera di Dio in Cristo.
Senza l’amore, dice Paolo con lirismo ardente, i doni dello spirito sono vuoti e futili, perché è la carità la virtù più grande del cristiano (1 Corinzi 13,1-8).
Peccato che in tutte le altre Lettere le sue proclamazioni di amore per il prossimo vengano ampiamente contraddette da invettive, minacce e anatemi contro quanti lo contrastavano, e le maledizioni e l’incitamento all’odio siano ripetuti con frequenza.
Infatti l’amore per il prossimo, per Paolo e ancor più che per Gesù, fu circoscritto e riferito ai confratelli. Verso gli altri, anche verso gli stessi cristiano-giudei che lo contrastavano, Paolo fu intollerante e autoritario, un autentico zelota confessionale.
In Galati scrive: “Dio voglia che siano annichiliti coloro che vi recano turbamento!” (cioè gli emissari degli apostoli). E subito dopo, incoerentemente: ”Perché tutta la Legge trova il compimento in un unico comandamento: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Galati 1,8 sgg.; 5,12 sgg.).
Nella prima Lettera ai Corinzi tuona: “Sia anatema (maledizione) per chi non ama il Signore”, e prosegue: “Ma se voi non siete obbedienti e non mi date ascolto, possa trapassarvi la spada!”, per concludere alla fine: “La grazia del Signore Gesù sia con voi! Il mio amore è con voi tutti in Gesù Cristo!”(1 Corinzi 16,22 sgg.).
Per il Cristo dell’evangelista Giovanni, modellato su quello di Paolo, l’amore per il nemico non esiste già più. E la Chiesa, sulla falsariga di Paolo, legittimerà vendetta, odio e sterminio per i suoi nemici, sempre nel nome del suo dio buono e misericordioso.

 

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