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48 – “L'invenzione del cristianesimo” – Parte terza. Paolo di Tarso. Terza visita a Gerusalemme e terzo viaggio missionario.

Allora gli apostoli e l’assemblea degli anziani di Gerusalemme, sempre più allarmati dal comportamento scismatico di Paolo, decisero di riconvocarlo per una spiegazione. Egli accettò l’invito. Di questo suo terzo viaggio a Gerusalemme c’è appena una traccia negli Atti. “Giunto a Cesarea, (Paolo) si recò a salutare la Chiesa di Gerusalemme e poi scese ad Antiochia” (Atti 18, 22).
Nelle Lettere non vi è alcun accenno ad esso. Vi si recò da solo, senza testimoni che avrebbero potuto risultare imbarazzanti in un incontro duro e umiliante per lui. Naturalmente fu Giacomo, fratello del Signore e capo carismatico dei cristiano-giudei, a giudicare l’operato di Paolo.
A Gerusalemme erano arrivati parecchi rapporti contro di lui perché le contestazioni che gli erano state mosse da parte dei giudei, in quasi tutte le città dell’Asia e della Grecia, erano state frequenti ed aspre e avevano suscitato scandalo e indignazione.
Perciò gli fu comminata una pena piuttosto gravosa: avrebbe dovuto sottoporsi ad un rito di purificazione, facendo una pubblica dichiarazione di colpevolezza da effettuarsi il giorno della Pentecoste, accompagnata da un cospicuo sacrificio in denaro da versare al Tempio. Non si fosse sottoposto a questa procedura, avrebbe ricevuto la scomunica. Non conosciamo le reazioni di Paolo perché lui non dice niente a proposito di quest’episodio nelle sue Lettere e nemmeno gli Atti ne parlano.
Sappiamo, però, che poco dopo il suo rientro ad Antiochia, egli ripartì per un ulteriore viaggio in Asia e in Grecia e, secondo quanto aveva fatto in precedenza visitando le comunità cristiane da lui fondate per rinfrancarle nelle fede, si diede a raccogliere anche una colletta per i poveri della Chiesa di Gerusalemme.
Ma la colletta gli sarebbe servita a pagare il prezzo del sacrificio, piuttosto cospicuo, della sua purificazione nel Tempio.
Scrive nella Lettera ai Romani: “Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio a quella comunità; la Macedonia e l’Acaia infatti hanno voluto fare una colletta a favore dei poveri che sono nella comunità di Gerusalemme” (Romani 15,25). Come si vede, egli si guarda bene dal dire la verità sul suo viaggio a Gerusalemme ma non riesce a nascondere una certo preoccupazione sul suo esito: “Vi esorto perciò, fratelli, per il Signor nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio, perché io sia liberato dagli infedele della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme torni gradito a quella comunità, sicché io possa venire da voi nella gioia, se così vuole Dio, e riposarmi in mezzo a voi” (Romani 15,31-32). Le sue preoccupazioni per i rischi di quel viaggio le troviamo chiaramente espresse negli Atti. “Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere cosa mi accadrà” (Atti 20,22).
Ma non sono soltanto i rischi del viaggio a turbarlo, c’è anche il timore che durante la sua assenza i suoi nemici, cioè gli emissari dei cristiano-giudei, attacchino la sua teologia e sconfessino il suo Vangelo come avevano fatto durante i suoi precedenti viaggi. “Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate” (Atti 20,29-31).
I discepoli, intuendo l’angoscia di Paolo, cercano di convincerlo a rinunciare alla partenza. “Avendo ritrovati i discepoli, rimanemmo colà una settimana, ed essi, mossi dallo Spirito, dicevano a Paolo di non andare a Gerusalemme” (Atti 21,4).
Ma Paolo rispose: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a esser legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù» (Atti 21,13). Paolo, quindi, era ben deciso ad andarci perché aveva in mente un piano ben articolato, ma lo mascherava recitando il ruolo del martirio.
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