TwitterFacebookGoogle+

50 anni guerra vietnam offensiva tet

Alle 3 del mattino del 31 gennaio 1968, mentre a Washington per via del fuso orario Lyndon B. Johnson era andato a letto da poco e nessuno si immaginava cosa sarebbe accaduto (l’intelligence americana subì uno smacco degno di Pearl Harbor), nordvietnamiti e vietcong lanciavano un’ondata di attacchi simultanei oltre il confine con il Vietnam del Sud.

E segnavano, con quella che sul campo poi sarebbe stata una sconfitta, la loro più grande vittoria nella guerra che ancora adesso, in America, quasi ci si vergogna a ricordare.
L’Offensiva del Tet, che sarebbe durata fino al 25 febbraio, prese il nome dal capodanno del calendario lunare vietnamita che scoccava in quelle stesse ore.

Fino ad allora le sorti della guerra sembravano in equilibrio, grazie anche al massiccio invio di truppe americane costantemente richiesto dal Generale Westmoreland e accordato di conseguenza da un sempre più miope Presidente Jonhson. Da quel giorno cambiò tutto.

Assalto all’ambasciata

A fare la differenza, e a decretare un successo che fu più mediatico che di sostanza, furono le immagini della improvvisa e subitanea avanzata dei guerriglieri comunisti e dei regolari nordvietnamiti fin dentro le principali città del Sud.

Persino Saigon vide le forze di invasione sulle proprie strade, persino a pochi passi dalla ambasciata degli Stati Uniti d’America. Addirittura dentro il suo comprensorio, con un manipolo di miliziani travestiti con le divise sudvietnamite che per sei ore tennero in scacco i marines. E, soprattutto, quelle immagini furono trasmesse su tutti i telegiornali americani della sera, quelli su cui allora come adesso la maggior parte della gente comune si faceva un’opinione sull’andamento delle cose. 

Le cose, fu il messaggio che arrivò agli occhi e alle menti dell’americano medio, stavano andando male. L’esercito più potente del mondo, che aveva trionfato a Berlino e bloccato i comunisti nordcoreani lungo la linea del 38mo parallelo, si lasciava tenere in scacco da un pugno di contadini. Fu l’inizio della fine del fronte interno, per Washington, il preludio per le grandi manifestazioni sul Mall per chiedere i ritiro delle truppe. Come fu l’inizio della fase più sporca della guerra, quella dei bombardamenti, dell’estensione del conflitto alla Cambogia e al Laos, dei massacri nei villaggi dei contadini.

Il passo senza precedenti di Johnson

Non era vero che le cose, sul terreno, andarono male: dopo un mese di combattimenti erano stati uccisi dagli americani e dagli uomini del dittatore Van Thieu 38.000 vietcong, mentre il Generale Westmoreland doveva lamentare perdite per meno di 4.000 effettivi. Hue, uno dei centri più antichi del Paese, era stata l’ultima città ad essere sgomberata dai comunisti; presto divenne uno dei luoghi dove i bonzi buddisti si davano alle fiamme, impassibili, per chiedere il ritiro degli statunitensi. 

Quanto a Westmoreland, si affrettò a paragonare il Tet alla Battaglia delle Ardenne, che nel 1944 aveva visto i tank del Generale Patton respingere l’ultima controffensiva nazista. Strategicamente aveva forse anche ragione; ma a marzo, intuendo che il vento era cambiato, Johnson dette l’ultima dimostrazione del suo fiuto politico e compì un passo senza alcun precedente nella storia americana, annunciando di non voler cercare la riconferma alla Casa Bianca alla fine dell’anno.

I sondaggi, che all’epoca iniziavano a determinare come al televisione le scelte della politica, vedevano metà della gente andargli contro.

Una foto simbolo

Quello che resta del Tet è anche quanto non fu detto, o visto, all’epoca. Fu vista da tutti una foto. Ritraeva un ufficiale dell’esercito di Hanoi mentre puntava l’arma alla tempia di un sospetto vietcong, tenuto in piedi con le mani legate. La pallottola non si vede, ma si vede la testa che si sposta innaturalmente di lato: il piombo è arrivato al cervello. Quell’immagine fu, per Washington, ben più di una battaglia perduta: fu la scoperta che non sempre si combatte dalla parte giusta. La pubblicazione dei Pentagon Papers, proprio in questi giorni rievocata nel film di Steven Spielberg ‘The Post’, e le rivelazioni sul massacro di My Lai avrebbero fatto il resto.

Fra le cose non viste, o non raccontate, quello che gli americani trovarono a Hue dopo averne cacciato i vietcong: ricordi di orrori, fosse comuni e segni di ogni tipo di violenza. Quasi un assaggio di quello che sarebbe capitato di lì a pochi anni in Cambogia. Ma per rendersi conto degli orrori della via vietnamita al comunismo l’Occidente avrebbe atteso il 1979, ed i suoi boat-people.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.