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A che punto siamo nella lotta al terrorismo

Almeno sul campo, l’Isis sta perdendo sempre più terreno e oramai controlla soprattutto vaste aree desertiche, sia in Iraq che in Siria. La roccaforte di Mosul è perduta, Raqqa potrebbe esserlo presto e, nel frattempo, Damasco sta concentrando sempre più truppe intorno a Deir el-Zor, che rischia di essere l’ultima ridotta del califfato del terrore. Gli ultimi attentati sono quindi i colpi di coda finali della bestia ferita a morte? Difficile da sostenere con sicurezza, sebbene sia assai plausibile che lo sgretolarsi territoriale dello Stato Islamico non attragga più ‘foreign fighter’ come una volta e, di conseguenza, i simpatizzanti vengano invitati ad agire in Europa, contro gli “infedeli” che li ospitano, piuttosto che affrontare il difficile viaggio verso il Medio Oriente. Ma potrebbe non essere così.

“Daesh non è morto”

“Lo Stato Islamico è ancora in grado di reclutare elementi votati alla sua causa, pianificare attacchi, reperire armi ed esplosivi e consentire ai suoi di uomini di agire nell’ombra”, scrive Carlo Biffani sul Corriere della Sera, “fino a poco tempo fa ci eravamo raccontati una storia: che Daesh fosse in rotta, ridotto ai minimi termini dal punto di vista operativo e della capacità di organizzare azioni strutturate portate avanti da un numero cospicuo di terroristi. Ci raccontavamo che quella del ricorso ai cosiddetti “lupi solitari” fosse l’ultima carta rimasta fra le loro mani invece che una scelta operativa attuata fra quelle che erano le molteplici opzioni tattiche”. 

La tragica vicenda spagnola ci riporta nella maniera più violenta a una realtà che i più non hanno voluto vedere. Daesh è ancora in grado reclutare o di infiltrare all’interno del nostro tessuto sociale elementi votati alla sua causa e di coordinarne le azioni pianificando attacchi, reperendo i materiali necessari compresi armi ed esplosivi, istruendoli e consentendo loro di comunicare senza svelarsi”, prosegue Biffani, “questa organizzazione terroristica è ancora in grado di portare attacchi strutturati, al di la delle azioni dei singoli, e vuole lanciare un messaggio di ‘intatte ed immutate capacità offensive’ a chi guarda loro con ammirazione e vicinanza, in maggior specie a tutti i figli di immigrati di terza o quarta generazione. E della autorizzazione di un controllore, di un supervisore esterno, non c’è più bisogno, perché l’ordine è stato impartito da anni. Colpirci in ogni modo e con ogni mezzo, ad ogni possibile occasione. Non ha più importanza che al Baghdadi sia ancora vivo o sia finito sotto un razzo lanciato da un caccia russo. L’ordine è lanciato e continuerà a raggiungerci ancora a lungo”.

La Jihad che arriva dal Sahel

Appare invece assai probabile che, considerate le difficoltà militari in Iraq e Siria, l’Isis sia destinata a puntare sempre più sul fronte africano. “Lo spazio desertico fra il Maghreb e l’Africa Occidentale, a cavallo di confini desertici inesistenti fra Mali, Niger, Mauritania, Algeria, Libia e Ciad, è una piattaforma ideale dove riorganizzare le cellule dopo le sconfitte subite in Medio Oriente, facendo leva sulle entrate frutto dei traffici di sigarette, esseri umani e stupefacenti garantiti dalla corruzione delle tribù locali”, scrive Maurizio Molinari su La Stampa, “per la tattica jihadista dunque l’attacco di tre giorni fa a un ristorante per turisti in Burkina Faso – con 18 morti – appartiene allo stesso teatro di operazioni di Barcellona: sono, a Sud e Nord, gli estremi opposti del Sahel dove gli integralisti vogliono insediarsi, per realizzare la versione maghrebina del Califfato. Per questo considerano come primo nemico la Francia, che nel 2013 li cacciò dal Nord del Mali, vogliono rovesciare il re marocchino Mohammed VI considerandolo un ‘apostata’ e puntano a insediarsi nel Sud della Tunisia e nel Fezzan libico per ricongiungersi alle cellule scampate alla sconfitta di Sirte”. 

I fantasmi di Al-Andalus

Non è però solo per ragioni geografiche che la Spagna è finita nel mirino. “Non va mai dimenticato un dato essenziale, e cioè che la Spagna è sempre stata al centro della propaganda jihadista sia di Al Qaeda sia dello Stato islamico”, scrive Lorenzo Vita su Il Giornale, “ogni mappa del mondo secondo l’islamismo radicale, in ogni rivista, in ogni messaggio legato all’Europa, la Spagna è presente, ed è chiamata Al- Andalus: il nome che gli arabi diedero alla penisola iberica ai tempi delle prime razzie contro i regni visigoti. Islam e Spagna – o Al-Andalus – intrecciano da secoli la loro storia, e c’è una parte del fondamentalismo islamico che non ha mai dimenticato quello che per secoli è stato uno dei più grandi territori sotto dominio arabo”.

In Spagna una rete “diffusa e penetrante”

E in Spagna, ricorda Alberto Negri su Il Sole 24 Ore, “Al -Qaida e lo Stato Islamico hanno una rete di propaganda diffusa e penetrante con cui hanno reclutato diversi jihadisti per combattere in Siria e in Iraq. Uno studio dell’Instituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni 124 erano collegati allo Stato islamico e 26 ad al-Qaida”.

Che un attentato fosse nell’aria lo confermano anche i recenti arresti in Spagna di jihadisti di origine marocchina, una cellula dell’Isis che agiva tra Palma di Maiorca, Madrid, la Gran Bretagna e la Germania”, scrive ancora Negri, “uno degli arrestati si era recato in varie occasioni a Palma di Maiorca per avviare la struttura terroristica che avrebbe dovuto seminare il terrore nell’isola delle Baleari. Tre dei membri della cellula inoltre sono protagonisti come attori di un video di propaganda, pubblicato su un canale con oltre 12mila sottoscrittori, che mostra il processo di radicalizzazione di un giovane musulmano in Spagna che decide di andare a combattere in Siria. Ma questo non è stato certo l’unico caso. In primavera proprio a Barcellona erano stati arrestati alcuni jihadisti marocchini che erano presenti il 22 marzo 2016 a Bruxelles, nel giorno del duplice attentato dell’Isis all’aeroporto Zaventem e alla metro”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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