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A scuola piace il cinese, boom nei licei e nelle medie

di Alessandra Spalletta

Roma – “Salve, mi chiamo Xiaoyun, e tu come ti chiami?”. E’ solo uno dei primi dialoghi ipotetici tra due studenti immaginari dell’Università di Pechino, Make e Xiaoyun, contenuti nel primo testo di lingua cinese scritto per la scuola, valido per conseguire i livelli 1 e 2 dell’HSK (diplomi della certificazione ufficiale rilasciati da Hanban, l’ufficio nazionale per l’insegnamento del cinese come lingua Straniera ). “Parliamo cinese” (Women shuo Hanyu): è questo il titolo del volume curato da Federico Masini, Zhang Tongbing, Gloria Gabbanelli, Wang Rui, edito da Hoepli e adottato nelle scuole a partire da settembre. Un libro fortunato, arrivato in libreria poco prima che nelle 150 classi italiane di liceo in cui oggi si insegna il cinese (e le diverse centinaia nelle scuole medie), arrivasse per la prima volta il Sillabo per lo studio di una lingua sempre più richiesta. Un’operazione mirata a uniformare lo studio del cinese al quadro di riferimento europeo per le materie linguistiche. Un progetto “all’avanguardia a livello europeo, che trasforma il cinese in materia curriculare, adeguandola quindi alle altre materie sotto il profilo dell’unificazione dei programmi di studio, con contenuti prefissati anche per la maturita’”, ha spiegato all’Agi Federico Masini, sinologo, ordinario di lingua cinese all’Università di Roma La Sapienza e gia’ preside della Facolta’ di Studi Orientali.

Visto il successo del progetto di liceo scientifico internazionale con opzione lingua cinese creato otto anni fa dal Convitto Vittorio Emanuele II di Roma in collaborazione con le Aule Confucio, non c’è da sorprendersi se negli ultimi anni la domanda di insegnamento del cinese è aumentata. Non solo a Roma, ma in tutta Italia. E il testo appena arrivato sui banchi di scuola è la risposta a un’esigenza destinata a crescere, almeno stando ai numeri: “Oggi sono almeno 150 le classi a livello nazionale, dal Piemonte alla Sicilia, che adottano il cinese come lingua curriculare e terza lingua straniera”, ha detto Federico Masini. “Certo, il monte ore è limitato a due ore circa a settimana (quindi 100 ore all’anno) – ha aggiunto – ma la cosa positiva è che gli studenti portano il cinese come materia di esame al quinto liceo, superando quindi la maturità con la prova di cinese“. Spesso si tratta di iniziative solo relativamente promosse dagli Istituti Confucio: “Le attività vanno per conto loro soprattutto nelle scuole che raccolgono richieste nate dal loro bacino d’utenza”, ha spiegato Masini.

Il proliferare di classi di cinese in tutta Italia insegue il modello Convitto: “Nel 2009/2010 siamo partiti con 28 studenti iscritti e frequentanti il primo anno di liceo e oggi registriamo una media di circa 245 studenti, distribuiti tra le 10 classi dei due corsi” ha dichiarato all’Agi Francesco Alario, responsabile dell’Aula Confucio del Convitto Nazionale. “L’insegnamento del cinese – ha sottolineato – è esteso nella scuola primaria e nella scuola media, coinvolgendo ben circa 850 studenti“. La forza del Convitto e’ nel soggiorno studio in Cina reso obbligatorio per tutti gli studenti: “Al termine del percorso la stragrande maggioranza ha conseguito almeno il quarto livello HSK e un primo livello HSKK, propedeutici per l’accesso alle università cinesi”. Tre anni fa il Convitto ha inoltre avviato il “progetto di mobilita’” – una sorta di ‘Erasmus junior’ che anticipa le lancette per i più giovani – permettendo finora a 35 studenti di trascorrere un periodo di sei mesi o un anno di studio in una prestigiosa scuola cinese. “Quattro di questi studenti si sono orientati verso la scelta di proseguire gli studi presso le universita’ cinesi” ha concluso Alario.

Il singolare programma di studio adottato dall’istituto romano sta così trovando diffusione anche nei Convitti di altre città, da Torino e Venezia. “Ci auguriamo che dal prossimo anno gli istituti di Cagliari, Sassari, Catania, Palermo (un educandato) possano sposare questo modello”, ha spiegato il sinologo. Un risultato che va considerato in crescita rispetto agli altri dei 45 dei Convitti nazionali, che restano per il momento sprovvisti di classi di cinese. Eppure, l’iter non è dei piu’ tortuosi. Si deve passare attraverso il via libera del MIUR (Ministero dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca) all’avvio di programmi “nettamente superiori a quelli delle altre scuole” giacché il modello Convitto “garantisce un monte ore maggiore”. E’ chiaro che la creazione di programmi standardizzati era una esigenza che non poteva essere piu’ rinviata. Alle 150 classi che offrono il cinese come materia curriculare finora mancava un’indicazione ministeriale sui contenuti dello studio. L’elaborazione del Sillabo, presentato ufficialmente dal MIUR la settimana scorsa, “ha il grande vantaggio di dare una indicazione sui programmi a tutte le scuole d’Italia, trasformando quindi l’insegnamento del cinese da una materia che veniva gestita liberamente dal docente di turno a un programma stabilito dal ministero con contenuti standardizzati, come accade per l’insegnamento di tutte le altre materie”, ha spiegato Federico Masini. Per lavorare sul Sillabo, è stata creata una commissione nazionale di docenti indicati per lo più dagli Istituti Confucio, che ha tenuto conto di una serie di riferimenti: dalle indicazioni cinesi al quadro europeo di riferimento per le lingue, arrivando così alla presentazione di un programma completo.

I meriti del Sillabo “sono soprattutto di standardizzare a livello nazionale la didattica e di orientarla verso competenze linguistiche pratiche, mettendole in linea con la didattica delle altre lingue straniere”, ha specificato Masini. Il Sillabo rappresenta una semplificazione dello studio del cinese, non avendo esso seguito un tradizionale sviluppo grammaticale o lessicale, ma si è basato sulle competenze, sul saper fare – in linea con il quadro europeo. “Quindi presentare se stessi, parlare del cibo, parlare dei viaggi: il Sillabo premia le abilità piuttosto che i contenuti”. (AGI) 

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