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A un anno dal tentato golpe la Turchia è spaccata in due

Un anno fa la Turchia viveva l’ultima notte del Novecento, secolo in cui il Paese ha conosciuto almeno tre diversi regimi politici, tutti e tre con una forte, se non preponderante, presenza delle forze armate. Giovani Turchi, Ataturk, Kenan Evren. Poi, il 16 luglio 2016, per la prima volta i carri armati non sembrano bastare più per assumere il controllo di uno Stato sempre più vicino e sempre così lòntano dall’Europa. Il golpe organizzato per defenestrare il Presidente Recep Tayyp Erdogan non riesce, e lui resta in sella più saldo che mai. Ma resta aperta la questione se quella di Erdogan sia un’autentica democrazia, o semplicemente un autoritarismo travestito da democrazia. Lui stesso ha alimentato il dubbio con una riforma costituzionale che, seppur sancita da un voto referendario, solleva più di una perplessità dentro e fuori i confini nazionali. 

Un’occasione perduta?

Le strade che si parano di fronte a Erdogan sono due. La prima: presentarsi come da programma al Parlamento e parlare da presidente “di tutti i turchi”, richiamando al senso di unità nazionale che il Paese mostrò un anno fa, schierandosi compatto contro i golpisti. La seconda: continuare a coltivare la retorica del “con me o contro di me”, cavalcando una spaccatura che con il fallimento del golpe pareva sanata, e che invece a distanza di un anno attraversa il Paese in maniera sempre più netta.

È probabile che il presidente propenda per la seconda opzione, considerando che ha già escluso dalle celebrazioni i due partiti di opposizione, i repubblicani del Chp e i filo curdi dell’Hdp, spingendo de facto, questo anniversario, verso uno show del partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP).
Un’occasione probabilmente sprecata dalla Turchia, considerando che il 9 agosto 2016 in una manifestazione tenutasi ad Istanbul, Erdogan ringraziava tutti i partiti politici, i media e il popolo, che compatti avevano reagito contro il golpe.
Si inneggiava all’unità nazionale, a un nuovo inizio per un Paese che sembrava aver chiuso i conti con il proprio passato (5 colpi di stato dal 1960 in poi), un’illusione dovuta al fatto che lo stato di emergenza proclamato due settimane prima di quel comizio non aveva ancora manifestato i propri, devastanti, effetti.

Lo stato di emergenza e le epurazioni infinite

La dichiarazione dello stato di emergenza, avvenuta il 20 luglio 2016, mise all’inizio d’accordo una grande maggioranza dei turchi, che ritenevano necessario velocizzare il repulisti dei membri dell’organizzazione di Fetullah Gulen, imam e magnate autoesiliatosi negli Usa nel 1999, ritenuto la mente del golpe.
Tuttavia si è capito ben presto che il potere di emanare decreti in capo al Governo avrebbe finito con l’essere utilizzato per fini anche non direttamente correlati all’eliminazione dei golpisti. Più che l’eliminazione di un’organizzazione sovversiva è andata in scena una sequela di epurazioni che ha portato alla carcerazione di più di 50 mila e al licenziamento di circa 135 mila persone.

Che l’organizzazione di Gulen sia stata fortemente radicata nel Paese è cosa nota, peraltro risultato di una solidissima alleanza con Erdogan, durata fino al 2012; tuttavia nel mirino dei decreti emessi con la procedura prevista dallo stato di emergenza sono finiti giornalisti, accademici, politici e attivisti che nulla hanno a che fare con Gulen, sulla base di presunte affiliazoni a separatisti curdi (Pkk) o brigatisti di sinistra (Dhckp). 
Un impatto violento sulla vita di tante, troppe persone, sacrificate sull’altare di una presunta perenne minaccia che incombe sulla Turchia e che porta, di volta in volta, la firma di Gulen, o dell’estrema sinistra, del Pkk.

Una ferita è stata aperta nel Paese, come testimoniano le storie di chi da questi provvedimenti è stato colpito. Insegnanti come Semih Ozakca e Nuriye Gulmen, in sciopero della fame da quasi 130 giorni, chiedevano di tornare al lavoro e per loro il 23 maggio è arrivato il carcere. Taner Kilic e Idil Eser, rispettivamente presidente e direttrice di Amnesty International Turchia. Il costituzionalista Ibrahim Kaboglu, “una vita spesa contro i colpi di stato”, che ha perso la cattedra tra le proteste furiose dei propri studenti. I 12 giornalisti di Cumhuriyet, quotidiano da più di due anni nel mirino della magistratura per la ferma opposizione al governo. Numero, quest’ultimo, che contribuisce a fare della Turchia “la più grande prigione di giornalisti al mondo” (150 i giornalisti detenuti). 

Il sistema giudiziario non è stato risparmiato dalle purghe, con le nuove nomine a rimpiazzare i presunti gulenisti che ne hanno consolidato il controllo da parte del governo. Una delle conseguenze è stata la detenzione di 12 parlamentari del partito filo curdo Hdp, tra cui Selattin Demirtas, l’uomo che aveva portato l’Hdp in parlamento.

Il referendum, lo snodo cruciale

Il golpe di un anno fa ha diramato i propri effetti sull’equilibrio tra poteri in Turchia. Il passaggio a un sistema presidenziale, che permetterà ad Erdogan di accentrare su di sè maggiori poteri, è stato sancito dall’esito del referendum dello scorso 16 aprile. 
La martellante campagna elettorale e i 50 comizi in due mesi del presidente hanno mostrato come il colpo di stato sia diventato l’elemento cardine attorno a cui il presidente ha urlato la necessita di una “Turchia più forte”. Secondo Erdogan il presidenzialismo è necessario per mettere il Paese in mano a qualcuno capace di fronteggiare una minaccia portata non solo dai golpisti, ma anche dai separatisti curdi, dall’estrema sinistra e dai liberali. 
Praticamente da tutti meno che dal partito di Erdogan. Una retorica che ha finito con il ridisegnare il concetto di nazione secondo l’Akp. Uno spazio che include solo chi è fedele alla linea del presidente, padre della nazione, in cui sono etichettati come “terroristi” o “sovversivi” tutti coloro che hanno una visione diversa. 
Il referendum dello scorso 16 aprile sarà ricordato per la disparità di mezzi messi in campo dai due fronti, ma anche perché svolto sotto lo stato di emergenza, con tutte le restrizioni alla libertà di aggregazione e manifestazione che ne conseguono.

Nonostante questi due fattori, l’esito risicato con il quale il presidente ha portato a casa il risultato tanto desiderato ha messo in luce un Paese spaccato in due, con Erdogan vincitore sulle coste del Mar Nero e nell’Anatolia rurale, ma sonoramente sconfitto sulla costa mediterranea ed egea e nelle maggiori città: Ankara, Istanbul, Smirne e Antalya. In attesa che con la prossima legislatura la costituzione venga riformata, Erdogan non ha perso tempo per sfruttare l’unico emendamento attuabile hic et nunc, ed è tornato alla guida del partito, deciso a preparare al meglio il 2019, anno in cui si svolgeranno elezioni amministrative e presidenziali. La vittoria mutilata del referendum costituisce un campanello d’allarme che Erdogan non ignorerà. Dall’altra parte l’opposizione, che con la recente

L’opposizione

Quando Kemal Kilicdaroglu ha compiuto il primo passo della “Marcia della Giustizia” con tutta probabilità non immaginava che stava dando vita a una delle manifestazioni di disobbedienza civile più importanti della storia della Turchia. Segretario del maggior partito di opposizione, i repubblicani del Chp, Kilicdaroglu non si è mai distinto per carisma, ha spesso faticato a tenere le redini del proprio elettorato, tanto che si può dire che le piazze non siano mai state il suo habitat naturale. Eppure la richiesta di giustizia ha mobilitato centinaia di migliaia di persone che, anche per un solo tratto, hanno marciato da Ankara a Istanbul coprendo una distanza di più di 400 chilometri in 24 giorni. Alla manifestazione finale, svoltasi lo scorso 9 luglio a Istanbul, hanno partecipato più di un milione di persone che hanno chiesto a gran voce la fine dello stato di emergenza e la scarcerazione di accademici, insegnanti, giornalisti, attivisti e oppositori politici.

Nata per chiedere giustizia dopo la condanna a 25 anni di carcere di un parlamentare Chp, Enis Berberoglu, giudicato colpevole per aver passato documenti relativi la sicurezza nazionale a giornalisti, la marcia si è presto tramutata in un fiume in piena di risentimento verso il presidente. Un’occasione che una enorme fetta del Paese non si è lasciata sfuggire, dopo un anno di divieti e paura.

Rimane impossibile che il grande successo di questa iniziativa influisca sulle scelte di Erdogan e del governo; così come è altamente improbabile che Kilicdaroglu possa rappresentare un’alternativa a Erdogan. Il desiderio di giustizia, la speranza in una Turchia diversa da quella vista in quest’anno, ha infatti riunito cittadini di diverse appartenenze politiche che difficilmente si affideranno ai repubblicani. A questi ultimi si rinfaccia di aver vitato a favore dell’abolizione dell’immunità parlamentare, un atto che ha dato il via libera alla carcerazione dei politici curdi. Solo quando le conseguenze di quella scelta sciagurata hanno toccato i repubblicani, Kilicdaroglu ha partorito l’idea della marcia. 
La straordinaria partecipazione a quest’ultima in pratica non segna la nascita di un leader, ma ha dato forza e voce a chi non si arrende al trionfo totale di Erdogan.
Il panorama politico turco ne esce segnato, nuova linfa anima le forze di opposizione, che dopo il referendum hanno potuto constatare con i propri occhi che forse la Turchia può essere ancora un posto diverso, migliore, di quello che è diventato nell’anno dopo il golpe. 

Economia di un golpe

Prima del 15 luglio 2016 l’economia turca cresceva al ritmo del 5%. Sono bastati pochi giorni da quella fatidica data per registrare un declino degli investimenti, della produzione e della domanda interna. Le principali agenzie internazionali di rating hanno tutte declassato l’affidabilità creditizia della Turchia, il cui mercato è diventato poco appetibile per gli investitori stranieri, la cui fuga è iniziata nell’ottobre seguente il golpe.

A distanza di poche settimana la lira turca iniziava una drammatica perdita di valore rispetto al dollaro e all’euro. Tutti fattori che hanno portato a una caduta del tasso di crescita dell’economia all’1,3% (dati dell’Istituto nazionale di Statistica turco). Il colpo di stato ha avuto però un altro effetto, stavolta positivo, sull’economia di stato turca. Compagnie e aziende appartenenti a Gulen sono state infatti espropriate ed acquisite già prima del golpe. Un trend che ha subito un’accelerazione quando, a due settimana dal golpe, un decreto ha istituito un fondo nel quale sono finite tutte le aziende in amministrazione controllata. Nella rete, controllata dall’Akp del presidente Erdogan, sono finite tutti i “gioielli” di Gulen: Koza-Ipek, Kaynak, Akfa, Boydak, Naksan, Dumankaya, e la FI Yapi. Tutte le decisioni relative le aziende di punta dell’impero di Gulen in Turchia sono ora nelle mani di uno dei vicepremier: Nurettin Canikli. Lo stesso Canikli ha dichiarato che il valore delle aziende in amministrazione controllata super attualmente i 40,5 miliardi di lire turche, circa 15 miliardi di dollari. Una cifra importante in un Paese il cui il Pil si attesta attorno agli 800 miliardi di dollari, che ha dato respiro a un Paese reduce da un anno durissimo.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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