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AAA Vicario cercasi. Ma il “sondaggio papale” non sfonda

Gli uffici di Piazza del Laterano non sono stati subissati dalle lettere sullo status della diocesi che Papa Francesco aveva chiesto a clero e laici. Inerzia degli apparati ecclesiali? O sintomo che le “riforme dall’alto” finiscono a volte per cadere nel vuoto?

Pubblicato il 11/04/2017 –
gianni valente –
roma –

Nessun “subisso”. Alla fine di marzo, erano meno di 30 le lettere giunte al Vicariato di piazza San Giovanni in Laterano per rispondere alla richiesta di Papa Francesco, che aveva sollecitato preti e laici a fargli pervenire considerazioni e suggerimenti utili per scegliere il suo prossimo Vicario per la diocesi di Roma. La scadenza per l’invio è stata fissata dallo stesso Papa per domani 12 aprile, Mercoledì Santo. E in questi ultimi giorni, si è registrato un significativo incremento di risposte alla richiesta venuta dal Papa. Ma sembra difficile immaginare che i numeri della consultazione abbiano subito impennate esorbitanti, soprattutto se si tiene conto della quantità impressionante di soggetti ecclesiali che avrebbero potuto prender parte al “sondaggio”.

La richiesta di Papa Francesco alla diocesi era stata resa nota lo scorso venerdì 10 marzo. Appena tornato dagli Esercizi spirituali per la Curia romana predicati ad Ariccia, Papa Bergoglio aveva convocato i 36 parroci prefetti della diocesi di Roma, e aveva chiesto loro di indicare per iscritto i problemi e le esigenze della pastorale nella Città Eterna, insieme con il profilo auspicabile del nuovo Vicario, chiedendo che fossero eventualmente suggeriti anche nomi di possibili candidati a quel ruolo, e che la consultazione fosse allargata non solo ai sacerdoti, ma anche ai fedeli laici. La Sala Stampa della Santa Sede, annunciando l’incontro, lo aveva definito come una iniziativa del tutto conforme alla «normale prassi della vita della Chiesa». Dopo la sollecitazione papale, l’attuale cardinale Vicario Agostino Vallini aveva diligentemente riunito in Consiglio pastorale diocesano, chiedendo che fosse data adeguata diffusione alla richiesta espressa dal Vescovo di Roma. Ma poi, di fatto, non si sono registrati troppi input “mobilitanti” da parte delle strutture di coordinamento diocesane.

Sull’homepage di vicariatusurbis.com, il sito web della diocesi, non c’è traccia della richiesta di consultazione venuta dal Papa, e non si trovano indicazioni utili sulla modalità di invio e di raccolta delle lettere (che devono essere recapitate all’ufficio di Cancelleria del Vicariato). Nessuna lettera circolare è stata inviata ai parroci, come accade spesso in occasione di appuntamenti e circostanze particolari (quando, ad esempio, c’è da mettere in guardia le comunità parrocchiali dall’ospitare iniziative di gruppi o personaggi considerati poco raccomandabili per la salus animarum dei fedeli).

Sull’organo di informazione diocesana Romasette, allegato ogni domenica alle copie romane di Avvenire, non è apparsa alcuna nota informativa e alcun commento sulla possibilità di inviare al Papa contributi per aiutarlo nella scelta del suo Vicario per la diocesi di Roma. E se si fanno sondaggi informali, sentendo sacerdoti e laici più coinvolti nelle attività parrocchiali, emerge che l’input venuto dal Papa è stato accolto e trattato in maniera non uniforme da ciascuna realtà ecclesiale. In diversi casi – come, ad esempio, nella parrocchia di San Saba o in quella di Santa Maria ai Monti – avvisi ripetuti alla fine delle messe hanno informato i fedeli della possibilità di scrivere al Papa le proprie considerazioni sulle esigenze e i problemi della diocesi.

L’idea lanciata dal Papa poteva rappresentare una possibilità reale di sperimentare uno spunto di riforma semplice, concreto e “operativo” riguardo procedure e scelte che toccano la vita della Chiesa. Senza pretese palingenetiche, lontano da ogni nauseante retorica ecclesialese sulla “valorizzazione” dei laici, e anche da ogni eccitazione “democraticista”: non si trattava di fare un referendum popolare sul nome del prossimo Vicario per la diocesi di Roma, ma solo di aiutare il Papa nelle sue valutazioni e nelle sue scelte, in spirito di comunione.

La richiesta papale non poteva nemmeno essere liquidata come la “trovata” di uno spirito bizzarro. Il coinvolgimento del clero e della comunità locale nella scelta dei vescovi è stato un criterio seguito fin dai primi tempi del cristianesimo. In epoche più recenti, anche Antonio Rosmini, proclamato Beato da Papa Benedetto XVI, nella sua opera sulle Cinque Piaghe della Chiesa richiamava «quel dolce principio dell’ecclesiastico reggimento», applicato «ne’ primi secoli della Chiesa», secondo il quale nell’elezione dei vescovi il clero era «giudice», e il popolo «consigliere». Allora – spiegava Rosmini «era la sapienza e la carità quella che presiedeva all’esercizio del diritto che i governatori della Chiesa avevan ricevuto da Cristo, e lo temperava, ammollendone ogni durezza: perciò nulla decidevano arbitrariamente que’ savi prelati, nulla in secreto, nulla di proprio capo; volevano il testimonio altrui ed il consiglio, e giudicavano che il consiglio migliore di tutti, il consiglio meno soggetto ad ingannarsi fosse appunto quello dell’intero corpo de’ fedeli».

Secondo il sacerdote-filosofo di Rovereto, era ragionevole che i fedeli si sentissero lieti di affidare la cura delle proprie anime nelle mani di uomini di cui avevano sperimentato la santità e la prudenza. Uomini che non assomigliassero agli antichi sacerdoti del paganesimo, esponenti di una casta dedita solo ai riti del culto. Mentre il popolo sottomesso a «ricevere con indifferenza qualsivoglia pastore gli s’imponga» – rimarcava Rosmini – viene anche così spinto verso il disinteresse, perché «rendere il popolo indifferente ai propri pastori» contribuisce a «renderlo indifferente a qualunque dottrina gli s’insegni, indifferente ad essere condotto per una o per un’altra via».

La Chiesa di oggi non è quella dei tempi degli apostoli, e nemmeno quella dei tempi di Rosmini. In ogni caso, conviene farsi interrogare dalla reazione tiepida registrata davanti alla richiesta del Papa riguardo alla scelta del successore del cardinale Vallini. La si può liquidare come un esempio di scuola dello scarso appeal che le proposte di Papa Francesco suscitano negli apparati ecclesiastici, spesso avvezzi a mobilitarsi in automatico anche intorno a questioni meno importanti della scelta del vescovo.

Ma la vicenda della consultazione papale per la nomina del suo vicario nella diocesi di Roma può anche essere un indizio che le riforme pensate “dall’alto” finiscono a volte per cadere nel vuoto, assorbite dal corpo ecclesiale con la distrazione di solito riservata ai comunicati di servizio. Perché una sensibilità ecclesiale atrofizzata non ritorna in vita solo a colpi di iniziative papali. E perché le riforme riuscite, nella Chiesa, di solito avvengono per osmosi e per imitazione, e non per campagne organizzate o per input elaborati da qualche organismo.

http://www.lastampa.it/2017/04/11/vaticaninsider/ita/vaticano/aaa-vicario-cercasi-ma-il-sondaggio-papale-non-sfonda-mefwqkM5SYcXj0TCrVAHjK/pagina.html

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