Non è soltanto questione di “burnout”, ossia letteralmente essere bruciati dalla durezza del lavoro che si fa. Sindrome, drammatica, che i medici non obiettori di coscienza conoscono bene. Ma il dato ancora più grave, e denunciato con forza di recente dalla Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194) è che nel giro di pochi anni i medici che fanno gli aborti, ormai in gran parte vicini alla pensione, in Italia non ci saranno più. E la legge 194, grazie alla quale nel nostro paese l’aborto clandestino era (purtroppo bisogna sottolineare il passato) scomparso, rischia di diventare, di fatto, inapplicabile.

Visto che l’obiezione di coscienza riguarda il 70% dei ginecologi ospedalieri, ma in alcune regioni, in particolare al Sud, sfiora il 90% di obiettori, è evidente che esaurita l’ultima “classe” di medici abortisti ancora presenti nei reparti della 194, la situazione diventerà drammatica.

Ed è per questo che la critica del Consiglio d’Europa al nostro paese tocca un nervo scoperto: i reparti di interruzione volontaria di gravidanza sono stati oggi impoveriti e dismessi quando non chiusi del tutto. I pochi medici che ancora fanno gli interventi, sono stati emarginati e ghettizzati, costretti in alcuni casi a fare  aborti e soltanto aborti. E tra i nuovi assunti nei reparti di ginecologia, non pochi confessano che spesso l’obiezione di coscienza diventa l’unico modo per non essere relegati in quella trincea…

Sui dati poi è guerra di cifre. Per la prima volta, nel 2014, gli aborti in Italia sono scesi sotto i 100mila. Un successo, un decremento costante dal 1978 ad oggi, che ci pone tra i paesi europei con il minor tasso di abortività. Questo vuol dire che le donne hanno imparato a non abortire, questo vuol dire che il termine “maternità responsabile” fa parte della vita riproduttiva del nostro paese. Ma è invece sui dati dell’obiezione di coscienza, e poi anche su quelli dell’aborto clandestino, che le statistiche del ministero non coincidono con quelle delle associazioni che da sempre monitorano l’applicazione della legge 194.

Secondo il ministero infatti (che pure sottolinea nella relazione la “criticità” di avere un’obiezione così alta) nonostante un così alto tasso di obiettori, non solo ginecologi, ma anche anestesisti e infermieri, le “Ivg” sono garantite su tutto il territorio nazionale. Grazie anche alla diminuzione di richieste. Invece non è così, come afferma la Laiga, perché se in Molise l’obiezione è al 93,3% e in Basilicata al 90,2%, è evidente che le liste di attesa per un aborto in quelle regioni diventano così lunghe da costringere le donne ad emigrare in regioni dove possano accoglierle. Una migrazione spesso dolorosa tra rifiuti, attese, e la paura di non farcela. Il rischio infatti è quello di superare le 12 settimane consentite per legge, e di essere dunque obbligate a fare un’altra scelta.

Ossia l’aborto clandestino. Farmacologico. Il cui fenomeno è impermeabile ad ogni statistica, eppure esiste e non è affatto sradicato. Non esistono numeri certi, ma esistono prove: l’enorme business semi-illegale via Internet di un farmaco, il Cytotec, utilizzato come coadiuvante negli aborti  farmacologici, ma di fatto spacciato per procurare aborti illegali. E il gran numero di aborti “mal riusciti” di donne, spesso immigrate, che si presentano in ospedale chiedendo aiuto per aborti definiti spontanei, ma in realtà interruzioni clandestine finite male.

Dunque la situazione della 194 ci racconta un’Italia divisa in due, dove le donne scelgono consapevolmente di avere figli, ma dove invece l’aborto sta tornando ad essere non più una certezza nella sanità pubblica. E ancora una volta a pagare il prezzo di questa campagna di demolizione sono le più deboli, le immigrate, le prostitute, le donne povere e sole, vere utenti, oggi, della legge sull’interruzione volontariadi gravidanza. Donne e ragazze che adesso subiscono una duplice beffa: se mai si dovessero trovare costrette all’aborto clandestino, la multa per il loro “reato” non sarà più di 50 euro, ma dai cinquemila ai diecimila euro. Lo ha deciso il Parlamento, qualche mese fa.