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Accadde oggi: ai Beatles assegnato il titolo di MBE

26 ottobre1965 – I Beatles, poco più che ventenni, ricevono dalla regina Elisabetta l’alta onorificenza di Membri dell’Ordine dell’Impero Britannico (MBE).
Il titolo fu loro conferito grazie ad una illuminante mossa politica del Primo Ministro Harold Wilson, in cerca di consensi. Le motivazioni del riconoscimento non erano prettamente artistiche quanto economiche poiché i quattro ragazzi di Liverpool avevano dato grande slancio al made in England grazie alla loro popolarità. In effetti, il loro successo ‘planetario’, li rese il più fruttuoso prodotto d’esportazione dell’Inghilterra postbellica; la vendita dei loro prodotti, risollevò completamente l’economia inglese del periodo. Secondo Philip Norman, biografo della band, “I Beatles non furono più solo una moda per teenager, ma l’orgoglio di una nazione intera”. please_please_meIl loro successo era iniziato solo 2 anni prima, il 23 marzo 1963, con l’uscta dell’album “Please please me“, che vendette subito 500.000 copie e raggiunse la vetta della classifica di vendita degli LP. Con le apparizioni televisive negli show musicali, la loro immagine innovativa, la pettinatura, i vestiti, essi si conquistarono un istantaneo seguito tra gli adolescenti inglesi. Iniziò così la “beatlemania“: ogni loro concerto fu presto caratterizzato dalle urla assordanti delle fan che rendevano impossibile ascoltare il suono che producevano. Erano inoltre costretti a rocambolesche fughe per evitare l’assalto delle orde di ammiratrici.
La loro consacrazione avvenne negli USA nel febbraio del 1964, in occasione della loro apparizione all’ “Ed Sullivan show” e dei concerti al Washington Coliseum e a Miami e poi durante il primo vero tour dell’estate successiva che li lanciava sul mercato americano. Durante l’ apparizione all’ “Ed Sullivan show” il numero di crimini riportati a New York fu molto vicino allo zero, e quelli minorili praticamente si azzerarono. George Harrison ebbe modo di dire molti anni dopo: “Anche i criminali si fermarono a guardarci!“.
abbey_road_album_cover-300x294La loro, fu anche una rivincita nei confronti dell’industria americana che ormai, aveva l’egemonia totale sul mercato musicale e in particolare nel campo del rock’n’roll. E questo non solo in patria, ma anche all’estero. Furono i primi artisti britannici a conquistare nel vero senso della parola i mercati americani, e lo fecero giocando fuori casa.
I loro successi si ripeterono con continuità negli anni seguenti fino allo scioglimento del gruppo che avvenne nel 1970 per i sempre più frequenti contrasti (dovuti anche alla presenza ingombrante della nuova compagna di John Lennon, Yoko Ono). Il loro ultimo album fu “Abbey Road“, il testamento artistico che si pone forse al vertice della loro arte e di cui vedete qui a fianco la celebre copertina.
I Fab Four proseguirono poi negli anni seguenti carriere solistiche di non uguale successo.

Nel 1969 John Lennon rinunciò alle onorificenze restituendo la medaglia alla regina: fu un gesto clamoroso con cui intese protestare per il ruolo del Regno Unito nel Biafra e contro l’appoggio agli Stati Uniti in Vietnam.
Molti anni dopo, nel 1997, Paul McCartney fu promosso al grado di Cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico, il che comporta il diritto al titolo di Sir davanti al nome.

Così scriveva Furio Colombo sull’Espresso nell’estate del 1965 all’annuncio dell’attribuzione di questa onorificenza:
[….] Ma perché questo successo che li ha imposti persino al mondo già largamente autonomo e separato degli adolescenti americani? Mi ricordo il loro arrivo a New York, fra la Fifth Avenue e le Hall del Plaza. Allora si sarebbe potuto rispondere con sicurezza così: scatenamento di energie fisiche e di energie sentimentali a un grado di tensione non ancora toccato. Disimpegno totale dell’adolescente da tutte le condizioni e i legami ambientali, cioè dagli adulti. Spostamento della tensione dalla suggestione sessuale a quella emotiva. La cosa più impressionante (ma la sensazione si ripete durante il loro viaggio in Italia: al Vigorelli a Milano, e persino a Roma) erano le grida, le voci.
Voci paurose e ossessive di donne fatte, di femminilità intensa e violenta che uscivano da lunghi toraci magri appena appena differenziati da quelli dei maschi. L’altro fenomeno evidente era che tutta la folla era dominata da un comportamento emotivo femminile, cioè di scatenata e irrazionale adorazione. E che d’altra parte tutte le ragazzine sembravano maschi. Che cioè i due gruppi, di maschi e di femmine, si camuffavano e si mimavano a vicenda, molto più interessati a fondersi in un comportamento collettivo che a coltivare il vecchio gioco dei dispetti dei corteggiamenti e delle opposizioni e tensioni tradizionali. [….]
Molti adulti parlano di indecenza, di stupidità e di spreco. Senza ricordare che, per non parlare dei più anziani, chi ha oggi anche solo trent’anni ha fatto in tempo a vedere folle ben più spaventose. In un certo senso i quattro ragazzi Beatles sono essi stessi personaggi che vengono dal passato e vanno dritti dritti, nella società delle riprese dirette, dei collegamenti immediati, delle comunicazioni di massa, verso un presente e un futuro che possono essere oggetto dei più spietati giudizi a patto che si ammetta che il passato di miseria e di guerra da cui siamo appena usciti (e non tutti) era molto peggiore. [….]
Ma tutto ciò non basterebbe a spiegare il successo pazzesco, le implorazioni, le urla, la beatle-mania. La moda esplosa con violenza impone e provoca giudizi e reazioni di tutti i generi. Parlano psichiatri, sociologi, religiosi e letterati, educatori. E si tratta sempre di giudizi locali, parziali, dell’analisi d’un frammento, come chi giudicasse un paesaggio dalla consistenza di una scheggia di quarzo. I Beatles, come tutti i gruppi dello stesso tipo, incluse le cinquemila bande freneticamente al lavoro in quasi tutti i club per teenagers di Liverpool, sono carichi di dettagli totemici, dai capelli alle cinture, dagli stivali agli anelli. Appena i miti hanno cominciato a crescere, i dettagli sono stati incorniciati e fotografati, esaminati e discussi, come si fa con la manica o il taschino di un abito nelle riviste di moda. Solo che le riviste di moda traggono conclusioni pratiche e non morali sul tipo di vestito. Poi i miti sono cresciuti ancora di più e un aspetto della loro vita e del loro successo, il danaro, ha cominciato a fare più impressione di tutti. [….]
Si può provare a collegare lo strano fenomeno di Liverpool con tanti altri aspetti della vita inglese di questi ultimi anni.
Progredita e mediamente ricca quasi quanto l’America, l’Inghilterra non ha però le gravi tensioni interne e internazionali degli Stati Uniti. Quindi è una società del benessere assai più esemplare, in cui l’esplodere di fenomeni naturali non è bloccato o provocato da fatti esterni o da momenti di emergenza. Il miglior cinema e il miglior teatro inglese hanno fornito ritratti straordinari di questa grande fermata: le masse di fronte a un benessere che forse non è grandissimo ma comunque è diffuso, che lavorano meno, che si riposano di più e che non sanno assolutamente, come i protagonisti di un picnic che alla lunga è noioso, da che parte dirigersi. Persino i gruppi di accanita partecipazione politica, i marciatori anti atomici, anti pena di morte, anti razzismo, anti guerra, che in impermeabile e sandali camminano per chilometri sotto la pioggia con i bambini nelle carrozzelle e le ragazze spettinate al fianco, e che si fanno trasportare di peso dalla polizia, si comportano, in fondo, come gli eroi di Osborne, di Richardson, di Pinter. Sono un’avanguardia o una retroguardia altrettanto insofferente delle condizioni del mondo e della storia e che si battono per sganciarsi, per disimpegnarsi. Se il mondo è così, per prima cosa stiamone fuori. È naturale che un simile atteggiamento (stiamone fuori) si estenda fra le folle di adolescenti. Sono liberi, hanno soldi, non vivono in casa. Tutto quel che domandano, con convinzioni più o meno precise e spesso inconsce, è di “non avere a che fare”.

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