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Accadde oggi: Eleonora Pimentel Fonseca sul patibolo

20 agosto

1799 – A Napoli, nella piazza del mercato, viene eseguita l’impiccagione di Eleonora Pimentel Fonseca, patriota e politica italiana, intellettuale ed esponente di spicco dell’Illuminismo italiano, figura tra le più rilevanti della breve esperienza della Repubblica Napoletana del 1799. (In fondo potrai vedere 2 filmati: uno con immagini del film su Eleonora “Il resto di niente” accompagnate da una canzone napoletana del ’700 e l’altro con una sequenza dello spettacolo teatrale “Il processo di Eleonora” in cui la protagonista, interpretata da Vanessa Redgrave, canta il suo Inno alla Libertà)
Di origine nobile da una famiglia portoghese, intellettualmente precoce e molto vivace, capace fin dall’infanzia di leggere e scrivere in latino e greco, parlava inoltre diverse lingue moderne. Ancor giovane, fu ammessa all’Accademia del Filaleti e all’Accademia dell’Arcadia. Ebbe scambi epistolari con letterati; le sue capacità colpirono in special modo Pietro Metastasio. In seguito si dedicò allo studio delle discipline storiche, giuridiche ed economiche.
Amica della regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, divenne la curatrice della sua biblioteca. Con lei frequentò i salotti degli illuminati napoletani, affiliati alla massoneria e in un primo tempo sostenuti dalla stessa regina. Forte fu il legame tra le due donne, ma si interruppe drasticamente con il sopraggiungere, dalla Francia, delle notizie che facevano conoscere i drammatici sviluppi della rivoluzione francese.
Eleonora fu incarcerata con l’accusa di giacobinismo. Fu liberata dopo qualche mese dai “lazzaroni“, che avevano aperto le carceri per avvalersi dell’aiuto dei delinquenti comuni. Volle allora cancellare dal suo cognome il “de” nobiliare e divenne una protagonista della vita politica della Repubblica Napoletana (della quale salutò l’avvento scrivendo l’Inno alla Libertà).
In primo luogo partecipò alla formazione del Comitato centrale che favorì l’entrata dei francesi a Napoli. Poi fu direttore del giornale ufficiale della Repubblica, il Monitore Napoletano, che si pubblicò dal 2 febbraio all’8 giugno 1799, in 35 numeri bisettimanali. Dai suoi articoli emerge un atteggiamento democratico ed egualitario, contrario ad ogni compromesso con le correnti moderate e volto soprattutto a diffondere nel popolo gli ideali repubblicani.
Il ritorno dei Borbone fece cadere la Repubblica, nel giugno del 1799, e la Monarchia fu restaurata. Eleonora fu arrestata e portata in una delle navi ancorate nel golfo di Napoli dove erano ammucchiati i rei di Stato, in attesa della definizione delle sentenze. In un primo tempo la Giunta di Stato riconobbe ad Eleonora, che la sottoscrisse, un contratto ed una sentenza insieme, con cui il giudice ed il condannato rinunciavano al processo ed il secondo giurava, pena la morte, di non rientrare nel Regno. Tuttavia la Giunta di Stato, tre giorni dopo, dichiarò di aver commesso un errore formale, ed Eleonora fu condotta nel Carcere della Vicaria, disattendendo la firma regia già apposta all’esilio. Decisiva fu la volontà dell’Ammiraglio inglese Orazio Nelson, dinanzi a tutte le nazioni d’Europa, di stroncare ogni forma di resistenza repubblicana e illuminista. Il 17 agosto fu condannata a morte.
La coraggiosa donna, appellandosi ai suoi illustri natali, aveva chiesto di morire di scure, anziché di laccio, ma questo privilegio non le venne accordato perché non ritenuta di “nobiltà napoletana“, e le fu pure negata la cordicella con la quale lei avrebbe voluto legare l’orlo della sua veste, affinché non le si aprisse quando il suo corpo sarebbe stato penzoloni sulla forca, e così il 20 agosto fu condotta al patibolo in piazza Mercato tra la folla sghignazzante.
Il boia esitò di fronte alla fiera Eleonora, ma la nobildonna gli offrì il collo senza esitare, dopo aver pronunciato la frase latina: Forsan et haec olim meminisse iuvabit (“Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo”).
Per un giorno intero, spettacolo a beneficio del popolo, il suo corpo rimase penzoloni in piazza Mercato, poi fu sepolto nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli.

Sulla sua morte furono scritti da un poeta della Restaurazione questi macabri versi satirici

‘A signora ‘onna Lionora
che cantava ‘ncopp’ ‘o triato,
mo’ abballa mmiez’ ‘o Mercato.
Viva ‘o papa santo
ch’ha mannato ‘e cannuncine
pe’ caccià li giacubine.
Viva ‘a forca ‘e Mastu Dunato!
Sant’Antonio sia priato!

Parlano di lei il saggio di Maria Antonietta Macciocchi “Cara Eleonora” (ed. Rizzoli 1993) e il romanzo di Enzo Striano “Il resto di niente” (ed. Loffredo 1986) da cui è tratto l’omonimo film del 2004.

 

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