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Accadde oggi: la breccia di Porta Pia

20 settembre1870 – A Roma, intorno alle nove della mattina, l’artiglieria dell’esercito italiano, guidato dal generale Cadorna, aprì una breccia di circa trenta metri nelle mura della città, accanto a Porta Pia. Due battaglioni (uno di fanteria, l’altro di bersaglieri) occuparono la città.
Dal punto di vista militare l’operazione non fu di particolare rilievo. La resistenza opposta dall’esercito pontificio, complessivamente 15.000 uomini al comando dal generale Kanzler, fu debole, anche per volontà papale. Il fatto ebbe invece un particolare valore storico e simbolico: la riunificazione di Roma con l’Italia e la fine del potere temporale del papato.

La necessità di porre Roma a capitale del nuovo regno d’Italia era già stata esplicitata da Cavour nel suo discorso al parlamento italiano nel 1860. Cavour prese poco dopo i contatti a Roma con Diomede Pantaleoni, un patriota romano, con ampie conoscenze nell’ambiente ecclesiastico, per cercare una soluzione che assicurasse l’indipendenza del papa. Il principio era quello della “libertà assoluta della chiesa“, cioè la libertà di coscienza, assicurando ai cattolici l’indipendenza del pontefice dal potere civile. Inizialmente si ebbe l’impressione che questa trattativa non dispiacesse completamente a Pio IX e al cardinale Giacomo Antonelli, ma dopo poco, già nei primi mesi del 1861, essi cambiarono atteggiamento e le trattative non ebbero seguito.
Cavour affermò di nuovo in parlamento che riteneva «necessaria Roma all’Italia» e che prima o poi Roma sarebbe stata la capitale, ma che per far questo era necessario il consenso della Francia, storicamente chiamata nei secoli dai Papi a difesa della teocrazia papale in Italia. Cavour sperava che l’Europa tutta sarebbe stata convinta dell’importanza della separazione tra potere spirituale e potere temporale, e quindi riaffermò il principio di «libera Chiesa in libero Stato». La cosiddetta questione romana era uno dei problemi aperti del neonato Stato italiano.
Cavour già nell’aprile scrisse al principe Napoleone III per convincere l’Imperatore a togliere da Roma il presidio francese che lì si trovava proprio “a difesa” dello Stato pontificio, su richiesta del pontefice. Ricevette anche dal principe un abbozzo di convenzione, per risolvere adeguatamente la questione a livello internazionale. Il conte di Cavour vi acconsentiva in linea di massima, perché sperava che la stessa popolazione romana avrebbe risolto i problemi senza bisogno di repressioni da parte di governi stranieri, e che il Papa avrebbe infine ceduto alle spinte unitarie. Le uniche riserve espresse riguardavano la presenza di truppe straniere. La convenzione però non arrivò a conclusione per la morte improvvisa di Cavour.
Bettino Ricasoli, successore di Cavour, cercò di riaprire i contatti con il cardinale Antonelli già il 10 settembre 1861, con una nota in cui faceva appello «alla mente ed al cuore del Santo Padre, perché colla sua sapienza e bontà, consenta ad un accordo che lasciando intatti i diritti della nazione, provvederebbe efficacemente alla dignità e grandezza della chiesa». Ancora una volta Antonelli e Pio IX si mostrarono contrari. Da quel momento ci fu uno stallo nelle attività diplomatiche, mentre rimaneva viva la spinta all’azione di Garibaldi e dei mazziniani. Ci furono una serie di tentativi tra cui quello più noto si concluse all’Aspromonte, fino al 4 settembre 1870 giorno in cui cadeva il Secondo Impero, e in Francia veniva proclamata la Terza Repubblica. Questo novità internazionale aprì di fatto all’Italia la strada per Roma.
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Il plebiscito, ottobre1870
Dopo la breccia di Porta Pia, il governo del Regno aveva proclamato “il diritto dei romani di scegliersi il governo che desideravano“. Inizialmente il governo, con capitale provvisoria Firenze, aveva escluso dalla votazione Roma, ma le rimostranze della popolazione spinsero le autorità locali a permettere anche lì il normale svolgimento della consultazione. Così come era stato fatto per le altre province italiane, anche a Roma fu quindi indetto un referendum per sancire l’avvenuta riunificazione della città con il Regno d’Italia.
La domanda posta fu: « Vogliamo la nostra unione al Regno d’Italia, sotto il governo del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori ». Il plebiscito si svolse il 2 ottobre 1870.
I risultati videro la schiacciante vittoria dei sì, 40.785, a fronte dei no che furono solo 46. Il risultato complessivo nella provincia di Roma fu di 77.520 “sì” contro 857 “no”. In tutto il territorio annesso i risultati furono 133.681 “sì” contro 1.507 “no”.
Pio IX condannò aspramente l’atto, con cui la Curia Romana vide sottrarsi il secolare dominio su Roma. Si ritirò in Vaticano, dichiarandosi “prigioniero” fino alla morte, e intimò ai cattolici – con il celebre decreto Non expedit – di non partecipare più da quel momento alla vita politica italiana. Il parlamento italiano, per cercare di risolvere la questione, promulgò nel 1871 la Legge delle Guarentigie, ma il Papa non accettò la soluzione unilaterale di riappacificazione proposta dal governo e non mutò il suo atteggiamento. Questa situazione, indicata come “Questione Romana“, perdurò fino ai Patti Lateranensi del 1929.

Da allora il XX Settembre fu proclamato festa nazionale fino alla stipula dei Patti Lateranensi, con i quali si sostituì la festività del 20 settembre con quella dell’11 febbraio (ovvero il giorno del 1929 in cui fu stipulato l’accordo con la Santa Sede). Purtroppo neanche la costituzione italiana del 1948 reintegrò la festa dell’Unità d’Italia.
A ricordo dell’inizio del moderno Stato d’Italia come lo conosciamo oggi, il XX Settembre è riportato nella toponomastica di molte città italiane, talvolta dando il nome alla strada che porta al duomo, a rimarcare implicitamente la vittoria dello Stato laico del 1870.

 

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