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Accadde oggi: le donne conquistano il diritto di voto

01 febbraio1945 – Su proposta di Togliatti e De Gasperi viene concesso il diritto di voto alle donne, attraverso il decreto legislativo luogotenenziale n. 23. Si tratta di un diritto riconosciuto tardivamente nel panorama occidentale; non solo, ma si tratta, in un certo senso, di un diritto “concesso”. La struttura del decreto era la seguente: l’art. 1 ne sanciva l’esercizio alle condizioni previste dalla legge elettorale..; l’art. 2 ordinava la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili; l’art. 3 stabiliva che, alle categorie escluse dal diritto di voto, dovevano aggiungersi le donne indicate nell’art. 354 ,..ovvero le prostitute schedate che esercitavano “il meretricio fuori dei locali autorizzati“.
Il Decreto n. 74 “Norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente“, sanciva – un anno più tardi – la loro eleggibilità. (In fondo si potrà vedere un video con testimonianze di donne per la prima volta al voto il successivo 2 giugno 1946)

60 anniversario diritto voto donne 01-06-06Le Donne italiane votarono effettivamente per la prima volta in occasione delle elezioni amministrative di marzo – aprile 1946 e del succesivo Referendum Repubblica-Monarchia del 2 giugno. La Costituzione garantiva l’uguaglianza formale fra i due sessi, ma di fatto restavano in vigore tutte le discriminazioni legali vigenti durante il periodo precedente, in particolare quelle contenute nel Codice di Famiglia e nel Codice Penale.
Malgrado Palmiro Togliatti, con Alcide De Gasperi, ne fosse stato uno strenuo sostenitore, la partecipazione della componente femminile alla competizione elettorale generava non pochi timori anche all’interno dei partiti della sinistra, infatti l’influenza della Chiesa sulle coscienze femminili veniva ritenuta determinante e in grado di orientare significativamente le elettrici. A fungere quale “cerniera di trasmissione” tra le posizioni politiche della Democrazia Cristiana e quelle più spirituali delle donne della Azione Cattolica, d’altro canto, era il Centro Italiano Femminile, creato dall’Istituto Cattolico di Attività Sociale allo scopo di condurre le masse femminili cattoliche ad esercitare in modo ‘appropriato’ il diritto di voto. Il primo diverbio avvenne durante la stesura del decreto. Ci si chiedeva infatti: “le donne devono votare?“. La questione era mal posta e andava affrontata da un’angolazione diametralmente opposta: “l’uomo deve votare per definizione?“. Dal momento che questa cosa non è incisa nel suo DNA, ne consegue che si tratta di domande prive di senso. E’ inconcepibile parlare di “riconoscere”: bisogna iniziare ad utilizzare il verbo “dare” nel senso di distribuire a tutti i soggetti i diritti che spettano loro.
Tuttavia le donne si ritrovavano sotto esame, con un diritto di cittadinanza non consolidato. Infatti, seppur fondamentale, il diritto di voto non coincide col diritto di cittadinanza. A dimostrazione di ciò, vi è il fatto che le donne sono riuscite ad affermarsi nel lavoro durante un processo di emancipazione, ma non nei posti chiave della vita rappresentativa. Un esempio per tutti: l’esclusione delle donne dalla magistratura.
p31_01In Italia, le donne potevano gia votare – solo per le amministrative – sin dal 1924. Benito Mussolini sulla carta le aveva riconosciuto il diritto di voto al fine di dimostrare che non temeva l’elettorato femminile, anzi. Fu però un atto di pura demagogia, in quanto la dittatura aveva già deciso la proibizione di qualsiasi elezione per comuni e province, sostituendoli con i podestà ed i governatori. Per avere un’idea storica della peculiarità della situazione italiana, già nel 1912, durante la discussione del progetto di legge della riforma elettorale, che avrebbe concesso il voto agli analfabeti maschi, i deputati Treves, Turati e Sonnino proposero un emendamento per concedere il voto anche alle donne. Giolitti però si oppose strenuamente, definendolo “un salto nel buio”. Secondo Giolitti il suffragio doveva essere concesso gradualmente, a partire dalle elezioni amministrative: le donne avrebbero potuto esercitare i diritti politici solo quando avessero esercitato effettivamente i diritti civili. Nominò quindi un’apposita commissione per la riforma giuridica del Codice Civile, rimandando in pratica la questione sine die.
falceInsomma le Donne sono state considerate le eterne Minori dal sistema giuridico -politico italiano, fino a tempi storicamente molto recenti. Nel 1959, siamo ormai nel boom economico, uscì il libro di Gabriella Parca “Le italiane si confessano“, suscitando un vero scandalo. Per la prima volta donne di ogni strato sociale confessavano i rapporti con l’altro sesso, i ricatti subiti, le prevaricazioni, ma anche i diffusi pregiudizi, anche politici. Scrisse Zavattini nella prefazione al libro: “L’Italia è ancora un grande harem“.
L’articolo 51 della Costituzione “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere negli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza” non garantì per molti anni la tutela di quel diritto. Tale accesso non fu accolto dalla Costituente, la quale respinse l’emendamento aggiuntivo all’articolo sulla nomina dei magistrati “Le donne hanno accesso a tutti gli ordini e gradi della magistratura” che voleva essere introdotto. Una donna avvocato rilevava che con il voto della Costituente era passata “l’assurda ipotesi di un individuo (donna) capace politicamente di partecipare alla formazione di una legge, capace di far parte del governo, ed incapace poi, per una non chiarita insufficienza mentale, di applicarla nei casi concreti“. Il divieto d’acceso delle donne alla magistratura venne ribadito negli anni da varie sentenze. Nel 1956 è pronto un disegno di legge, per opera di Aldo Moro, il quale socchiude le porte delle aule di giustizia alle donne, che potranno accedere esclusivamente alle giurie popolari con il limite massimo di tre su sei (norma che resterà in vigore fino al 1978) e ai tribunali minorili. Concessione minima, ma sufficiente ad essere contestata dai magistrati, una casta chiusa alla concorrenza, non avvezzi ad essere criticati – figuriamoci giudicati – dalle donne.
Riportiamo alcune considerazioni sul Diritto di voto alla donne della senatrice Lidia Menapace, espresse nel sessantesimo anniversario del 2005: “L’acquisizione del diritto di voto senza una piena cittadinanza oltre ad essere un freno per la democrazia, rallenta tutte le attività del Paese… Senza l’apporto femminile vi è un deficit democratico. Resta un dato innegabile la costante crescita occupazionale, ma è altrettanto vero che l’Italia è sempre più la Cenerentola d’Europa. …Lo testimonia il fatto che dopo il 1963 le donne hanno letteralmente “preso d’assalto” la magistratura, cosa che non era accaduta per settori come l’istruzione dove il lavoro non era conquistato ma ceduto… Il diritto di voto resterà una pura formalità fino a quando le strutture politiche non saranno popolate da donne libere (a costo di operazioni sgradevoli e non indolori)… L’ambizione significa dire “so che sarei capace di…” e uscire dalla corazza di timidezza che inibisce ogni passo avanti. Le donne non sono nate né per essere modeste, né per essere sottomesse… È una vergogna elemosinare il diritto.

Cliccando qui sotto potrai leggere un interessante dossier dell’Istituto Lombardo di Storia Contemporanea sul voto alle donne in Italia.

Italia 1946: le donne al voto ( a cura di Mariachiara Fugazza e Silvia Cassamagnaghi)

http://www.iniziativalaica.it/?p=7897

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