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Accadde oggi: muore Ludwig Feuerbach

13 settembre1872 – A Rechenberg, in Germania, muore Ludwig Andreas Feuerbach, filosofo tedesco. Fu tra i più importanti critici della religione ed esponente di spicco della corrente filosofica della Sinistra hegheliana.
Disse di lui Marx con parole accalorate, quando apparve uno dei suoi capolavori “L’essenza del cristianesimo“, che “Non c’è altra via che vi porti alla verità e alla libertà se non quella che passa attraverso il torrente di fuoco; il torrente di fuoco è il purgatorio del presente” (si noti che torrente di fuoco è la traduzione di Feuerbach).

In un ambiente familiare che privilegiava lo studio ma anche la fede e l’osservanza religiosa, Ludwig, dopo aver concluso il ginnasio, fu incoraggiato a frequentare la facoltà di teologia di Heidelberg, ma Feuerbach si rese subito conto che quella disciplina non concordava con le esigenze del suo spirito. Attratto dal successo delle lezioni che Hegel teneva a Berlino, s’iscrisse in quella Università, seguendovi i corsi di logica, di metafisica e di filosofia della religione tenuti dallo stesso Hegel.
«Bastò che seguissi le sue lezioni e la mia testa e il mio cuore furono rimessi sulla loro via; io seppi ciò che dovevo e volevo: non teologia, ma filosofia! Non vaneggiare e fantasticare, ma imparare! Non credere, ma pensare!»
«Siamo situati all’interno della natura; e dovrebbe essere posto fuori di essa il nostro inizio, la nostra origine? Viviamo nella natura, con la natura, della natura e dovremmo tuttavia non essere derivati da essa? Quale contraddizione!»
I suoi interessi e studi si orientarono verso la filosofia della religione, quella branca della filosofia che riflette sul significato della religione per l’essere umano. In senso più ampio, essa studia la storia e l’approccio logico che si ha con le religioni, sia soggettivamente, sia dal punto di vista sociale e quindi collettivo.
«Una volta che la coscienza dell’uomo abbia constatato che i predicati attribuiti a Dio dalla religione sono soltanto antropomorfismi, cioè rappresentazioni umane, già la sua fede è incrinata dal dubbio e dall’incredulità. […] Se l’amore, la bontà, la personalità sono qualificazioni umane, lo è pure il soggetto delle medesime, il soggetto che tu ad esse presupponi, ed allora anche l’esistenza di Dio, anche la fede nell’esistenza di un qualsiasi dio è un antropomorfismo, una proiezione assolutamente umana» (Essenza della religione)
Lo scopo dell’opera principale di Feuerbach, “Essenza del cristianesimo” del 1841, non è di condurre una critica al cristianesimo di stampo illuministico, inteso come antireligioso o anticlericale, ossia di ridurlo a un cumulo di menzogne, falsificazioni, errori e superstizioni. L’autore ritiene invece che la religione, in particolare quella cristiana, abbia un contenuto positivo che consente di scoprire quale sia l’essenza dell’uomo. Dalle tesi di Schleiermacher, secondo cui la religione consiste nel sentimento dell’infinito, egli trae la conclusione che tale infinito non esprime altro che l’essenza dell’uomo. Nessun individuo singolo contiene in sé quest’essenza nella sua compiutezza, ma ogni uomo ha il sentimento dell’infinità del genere umano.
La religione ha un’origine pratica: l’uomo avverte la propria insicurezza e cerca la salvezza in un essere personale, infinito, immortale e beato, cioè in Dio. Nella religione è l’uomo a fare Dio a propria immagine e somiglianza attraverso un processo psichico di assolutizzazione dell’umano. Non quindi Dio che ha creato l’uomo, ma viceversa, «Non è Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che crea l’idea di Dio». Quando a Dio si attribuiscono l’onniscienza, l’onnipotenza e l’amore infinito, in realtà si intende esprimere l’infinità delle possibilità conoscitive, di potere sulla natura e dell’amore tipici dell’uomo. In Dio e nei suoi attributi l’uomo può quindi scorgere oggettivati i suoi bisogni e i suoi desideri e, dunque, ri-conoscerli. Feuerbach conclude che «la religione è la prima, ma indiretta coscienza che l’uomo ha di sé».
Rispetto al cristianesimo, il panteismo ha il merito di aver riconosciuto che il divino non è un’entità personale, ma è il mondo stesso. Lo sviluppo della religione consiste dunque in una progressiva negazione di Dio da parte dell’uomo, la quale va di pari passo con la consapevole riappropriazione della propria essenza umana. Quanto c’è di vero e di essenziale nel cristianesimo deve quindi essere negato come teologia per essere conservato come antropologia. Secondo Feuerbach è ateo non chi elimina Dio, il soggetto dei predicati religiosi, bensì chi elimina i predicati con i quali Dio è designato nell’esperienza religiosa, come bontà o saggezza o giustizia.
Nella sua ultima produzione teorica Feuerbach insisterà sull’importanza della conoscenza della natura e di un rapporto armonizzato dell’uomo con la natura stessa. Ciò lo condurrà a guardare con interesse agli sviluppi di concezioni materialistiche nelle indagini scientifiche della metà del secolo e a continuare nella sua polemica antireligiosa.
Le tesi di Feuerbach furono criticate da Marx nei Manoscritti, ma per lui “Feuerbach è il solo che sia in un rapporto serio e critico con la dialettica hegeliana”.
In uno scritto del 1862, “Mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia” propone un’unità inscindibile fra psiche e corpo, per pensare meglio dobbiamo alimentarci meglio, e sostiene che Dio è l’eco del nostro grido di dolore e che il cristiano vede nel miracolo l’opera di Dio, ma il miracolo è detto così perché non conosciamo le leggi fisiche che hanno prodotto il fenomeno.

 

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