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“Ad alta voce”, sabato in piazza contro diseguaglianze e nuovi razzismi

Numeri Pari, una rete di associazioni e movimenti, lancia per il 14 ottobre una mobilitazione per riaffermare diritti, reddito e casa contro l’aumento della povertà nel Paese. Per contrastare ogni guerra tra poveri, si punta sul protagonismo civico e sul mutualismo per arginare la crisi: “Dopo tanti anni di austerità, abbiamo compreso che solo grazie alla mobilitazione dal basso costruita dai cittadini sarà possibile invertire la rotta e rimettere al centro l’impegno per la giustizia sociale”.

di Giacomo Russo Spena

I manifesti sono attaccati sui muri della città, uno vicino all’altro. Eppure si parla di due eventi diversi e culturalmente contrapposti, pur essendo previsti entrambi a Roma e per sabato 14 ottobre, ore 15. Un appuntamento, più marginale in termini di partecipazione, è organizzato da alcune sigle dell’estrema destra capitolina contro “l’invasione degli immigrati” e per difendere “il lavoro italiano”. L’altro, che si terrà a Cinecittà (piazza Don Bosco), più grande, sarà per riaffermare diritti e giustizia sociale contro disuguaglianze, povertà e austerità.

Le differenze sono palesi: nell’era della crisi economica, morale e sociale c’è chi foraggia la guerra tra poveri – ultimi contro penultimi – e chi invece punta il dito contro l’alto auspicando il rovesciamento della piramide sociale tramite politiche di redistribuzione del reddito. “Scegliamo da che parte stare, non è più il tempo di ambiguità, ipocrisie e silenzi perché se non alziamo la voce e non mettiamo in campo un’azione collettiva, gli unici a parlare saranno i razzisti”, afferma Giuseppe De Marzo, uno dei portavoce della rete Numeri Pari, una federazione di associazioni della società civile che ha lanciato la manifestazione di sabato. “Ad alta voce” sarà proprio lo slogan della mobilitazione che oltre a Roma si terrà in altre 50 città del Paese. Da Nord a Sud.

Sarà una mobilitazione dal basso costruita dai cittadini e dalle realtà (da Libera di Don Ciotti ai movimenti di lotta per la casa, per intenderci) impegnate contro la povertà e le mafie, per l’accoglienza e la questione abitativa. Soggetti che quotidianamente provano a costruire forme di mutualismo e vertenze sociali contro le manchevolezze dello Stato e le politiche del rigore. Tra gli obiettivi prefissati dalla rete Numeri Pari c’è una campagna contro gli sfratti e per l’introduzione di un reddito di dignità nel Paese. Una gamba sociale, al momento, esterna a qualsiasi forza partitica: “È ora – dicono gli organizzatori – che i partiti, non solo quelli di sinistra, riscoprano la politica come servizio alla comunità, partendo dai bisogni e dalle speranze delle persone”.

Del resto, per uscire dai confini dell’Italia, una cosa simile l’ha sperimentata Syriza in Grecia, prima di arrivare al governo. Il partito di Tsipras, mentre era all’opposizione e al potere c’era la destra di Neo Demokratia, ha contribuito a far nascere nel Paese mense del mutuo soccorso, ambulatori e farmacie popolari, riallaccio di utenze, cooperative socio-lavorative per disoccupati, fabbriche recuperate e altre esperienze di autogestione. “Mutualismo” era la parola magica per contrapporsi al disastro umanitario causato dai memorandum imposti dalla Troika dall’inizio della crisi. In quella fase Syriza creava un sistema nato dal basso che si sostituiva alle manchevolezze dello Stato: dove non arrivava il welfare, arrivavano le forme di autorganizzazione dei cittadini.

L’assunto di partenza della rete Numeri pari, e su cui batte, è uno: i soldi, per cambiare la situazione, ci sono. Ma, per anni, la priorità dei governi è stata quella di salvare le banche o di intraprendere avventure belliche, spesso risultate controproducenti o inutili (solo la guerra in Afghanistan è costata agli Stati Uniti 827 miliardi di dollari, mentre l’ Italia ha speso 7 miliardi e mezzo di euro), tagliando invece qualsiasi cosa riguardasse sociale, ricerca, scuola e lavoro.

“Oggi dovremmo parlare delle responsabilità di una classe politica che dovrebbe scomparire per gli errori e gli orrori compiuti in questi ultimi anni e, invece, ci viene proposta come questione emergenziale e centrale per le nostre esistenze il tema dell’invasione dei migranti strizzando gli occhi ai peggiori istinti che stanno scatenando una guerra del povero contro il più povero – aggiunge De Marzo di Numeri Pari – Sono riusciti a rendere invisibili errori giganteschi, a non pagare nulla per questo, rimanendo nei posti di comando, volendoci convincere persino che le nostre vite sono peggiorate a causa degli ‘stranieri’. Per questo non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo cedere a questa lettura della realtà”.

Tra una finaziaria e un Dep, è stato tagliato il 90% del Fondo Nazionale Politiche Sociali e l’Italia è una dei pochi Paesi a non aver introdotto una misura di sostegno al reddito in caso di disoccupazione. Le politiche sociali, gli investimenti per il lavoro, la scuola pubblica, la sanità, la casa, la difesa del territorio e dei beni comuni, non rappresentano una priorità per gli ultimi esecutivi tanto che tende a crescere la disaffezione nei confronti della politica e l’elevato tasso di astensionismo alle elezioni mette a rischio l’idea stessa di democrazia compiuta.

La vera piaga resta la disuguaglianza. La polarizzazione dei redditi e delle ricchezze diventa una costante in tutti gli Stati del G7 e non solo. Dagli anni Ottanta l’aumento delle disparità di reddito è particolarmente marcato nel Regno Unito, Usa e Canada. In Italia sale nei primi anni Novanta per stanziarsi, da subito, ad un livello elevato. Per la prima volta, si evidenzia un aumento del divario tra ricchi e poveri anche in Paesi tradizionalmente caratterizzati da bassa disuguaglianza come la Germania.

Eppure, secondo gli economisti ortodossi la diseguaglianza era un bene per la crescita, veniva vista come una risorsa per far funzionare meglio l’economia, per incentivare i singoli alla competizione. Un danno collaterale da valorizzare e che si sarebbe “riassorbito” automaticamente, secondo l’ormai smentita trickle down theory. Al limite, il problema era rappresentato dalla povertà, cosa – secondo loro – ben diversa dal discorso della diseguaglianza.

L’Europa ha reagito al crollo economico e finanziario con dosi da cavallo di austerità che hanno aumentato la diseguaglianza, depresso l’economia e peggiorato sensibilmente l’assetto delle finanze pubbliche in un circolo vizioso che non sembra aver fine.

Nel concreto, le cosiddette riforme strutturali hanno precarizzato ulteriormente il lavoro e le politiche di consolidamento fiscale – tra aumento della tassazione e riduzione della spesa sociale – si sono abbattute negativamente sulla popolazione che più ha sofferto della liberalizzazione del mercato del lavoro (giovani, donne e migranti) e sulla classe media impiegatizia – che ha subito il blocco delle retribuzioni.

L’Italia, insieme ai Paesi dell’Europa mediterranea, è stata tra le più colpite dal consolidamento fiscale, ma a differenza di molti altri (tranne la Grecia) non era, e continua a non esser dotata, di un sistema di welfare moderno che sostenga il reddito dei lavoratori tipici e della folta schiera di precari che da metà anni ’90 caratterizzano il mercato del lavoro. Secondo quanto riporta l’Ocse[5], in Italia il sistema di welfare, tassazione più trasferimenti, non soltanto non è in grado di ridurre la povertà generata dalla precarietà, ma addirittura la fa aumentare.

La crisi economica diventa anche civile, morale e politica. E’ necessario un ripensamento profondo del nostro patto di convivenza, forti dell’esperienza che la storia ci restituisce. L’eguaglianza, il faro. Un nuovo paradigma da seguire. I numeri ce lo confermano.

Sempre in base ai dati di Oxfam, 85 super ricchi possiedono l’equivalente di metà della popolazione mondiale e l’1% detiene circa la metà della ricchezza planetaria. Altri dati, per far capire le dimensioni del fenomeno: il reddito dell’1% dei più ricchi ammonta a 110.000 miliardi di dollari, 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo, ed ha aumentato la propria quota di reddito in 24 su 26 dei Paesi con dati analizzabili tra il 1980 e il 2012. L’Italia non fa eccezione, il 10% più ricco detiene il 46% della ricchezza privata nazionale.

Raddoppiano, inoltre, i numeri della povertà relativa (9 milioni di persone) e triplicano quelli della povertà assoluta (5 milioni). Triplica anche il numero dei miliardari – 342 nel nostro Paese – a riprova del fatto che il problema non è l’assenza di ricchezza o di crescita bensì di redistribuzione della ricchezza, modelli industriali scelti, regimi fiscali e politiche sociali. A causa dell’austerità e dei tagli alla scuola pubblica oggi l’Italia è il peggiore paese per dispersione scolastica (17,6%), per impoverimento della popolazione giovanile, quello che ha investito meno di tutti in istruzione e cultura, che ha il maggior numero di precari e con la peggiore distribuzione della ricchezza insieme alla Gran Bretagna. A trarne beneficio sono le mafie che hanno visto accresciuto il loro potere di penetrazione e ricattabilità all’interno di una società sempre più povera, fragile e impaurita.

Per non morire schiacciati, da una parte dall’establishment e dall’altra dall’emergere di nuovi razzismi, è ora di tornare nel sociale e di rimboccarsi le maniche tra le contraddizioni in seno al cosiddetto “popolo”. Come? “Ad alta voce”, a cominciare dall’appuntamento di sabato 14 ottobre. “Dopo tanti anni di austerità e crisi, in Italia – dichiara sempre De Marzo – abbiamo compreso che solo grazie alla mobilitazione dal basso costruita dai cittadini e dalle realtà sociali impegnate contro la povertà e le mafie, per l’accoglienza, i diritti sociali, la casa, sarà possibile invertire la rotta e rimettere al centro l’impegno per la giustizia sociale”.

(11 ottobre 2017)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/ad-alta-voce-sabato-in-piazza-contro-diseguaglianze-e-nuovi-razzismi/

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