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Addio a Meir Dagan, stratega guerra sporca del Mossad

(AGI) – Gerusalemme, 17 mar. – Fautore della guerra sporca contro il programma nucleare iraniano ma strenuo oppositore di un intervento militare israeliano contro le installazioni della Repubblica islamica, Meir Dagan e’ morto dopo aver visto lo ‘sdoganamento’ di Teheran grazie alla firma dell’accordo con la comunita’ internazionale. L’ex capo del Mossad, in carica dal 2002 al 2011, e’ scomparso a 71 anni per un cancro al fegato dopo aver provato con tutti i mezzi a fermarlo, compreso un trapianto in Bielorussia, impossibile a farsi nello Stato ebraico per raggiunti limiti di eta’. Dopo aver condotto per oltre 30 anni una guerra dura e senza quartiere contro i nemici d’Israele, dovunque si trovassero, da Gaza al Libano fino all’Iran, negli ultimi anni aveva spostato la sua attenzione sulla politica interna, divenendo uno dei critici piu’ feroci del premier conservatore Benjamin Netanyahu, accusato della “peggiore crisi di leadership nella storia d’Israele”. Al leader del Likud, l’ex capo dei servizi segreti non perdonava l’approccio retorico ma miope nei confronti della Repubblica islamica: nel 2010, insieme all’allora capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi, era arrivato a opporsi contro i piani militari di Netanyahu, bloccando l’ordine di mettere in allerta l’esercito in previsione di un possibile attacco contro le installazioni nucleari iraniane. Lo Stato ebraico dovrebbe bombardare “solo quando il coltello e’ arrivato alla gola e sta cominciando a tagliare”, aveva spiegato dopo aver lasciato la guida degli 007 nel 2011. “Un bombardamento potrebbe accelerare la realizzazione della bomba”, proseguiva, convinto che un simile piano “non avesse il potere di fermare il progetto” iraniano. Anzi, “se bombardiamo, risolviamo tutti i problemi politici dell’Iran e anche alcuni economici, compattando l’intero popolo iraniano dietro il regime”. 

Alla vigilia di un raduno politico nel marzo dell’anno scorso a Tel Aviv, a pochi giorni dalle elezioni, Dagan era tornato ad attaccare duramente il premier, esortando un cambiamento per una leadership “al servizio del popolo e non di se stessa”. “Sono preoccupato – aveva confessato – da sei anni consecutivi Benjamin Netanyahu e’ premier, sei anni in cui Israele e’ stato bloccato come mai prima, sei anni in cui lui non ha fatto una sola mossa per cambiare la faccia della regione o creare un futuro migliore”. Una presa di posizione forte, che lui rivendicava, sottolineando il senso di “responsabilita’” verso Israele, immutato nonostante il congedo. “La mia lealta’ – sottolineava – e’ prima di tutto verso lo Stato e non il primo ministro”. E in nome di questa lealta’, nei decenni passati a lavorare per la sicurezza dello Stato ebraico, Dagan e’ stato uno dei piu’ solerti sostenitori dell’uso della forza, dei metodi duri e anche sporchi, soprattutto da tenere segreti. Fin da quando, negli anni ’70, giovane paracadutista, viene scelto dall’allora generale Ariel Sharon per guidare l’unita’ Rimon, un piccolo gruppo di combattenti che, travestiti da arabi, vengono impegnati nella Striscia di Gaza per individuare ed eliminare terroristi in operazioni extragiudiziarie. Nel 1980 passa in Libano con l’incarico di coordinare le operazioni militari israeliane nel sud del Paese, mentre si consuma lo scontro violento tra le organizzazioni palestinesi e le milizie libanesi. Vi rimane per un decennio, stringendo i rapporti con Sharon, divenuto nel frattempo ministro della Difesa e piu’ avanti premier. E’ lui che nel 2002 lo nomina alla guida del Mossad.

Da allora, i servizi segreti israeliani conoscono una nuova stagione di intrighi, operazioni coperte all’estero, omicidi mirati, con la morte misteriosa di scienziati nucleari iraniani, generali siriani e operativi di Hezbollah. Come l’autobomba che nel 2008 a Damasco uccide un leader delle milizie sciite libanesi, Imad Mughniyeh, il raid aereo in Sudan contro un presunto convoglio di armi destinato ad Hamas e il bombardamento di un sospetto sito nucleare nel deserto siriano. L’agenzia non commenta ne’ rivendica, ma sulla stampa egiziana Dagan viene chiamato “Superman”. Un attivismo che provoca anche ripercussioni a livello operativo, come lo scandalo dei passaporti stranieri utilizzati durante una missione nel 2010 contro un esponenti di Hamas a Dubai, o lo scandalo del “prigioniero X”, un australiano prima reclutato e poi accusato di violazioni di sicurezza, che si suicida in carcere. ‘Nei’ e punti oscuri nella sua carriera che vengono offuscati dalla sua ultima battaglia contro una campagna militare contro l’Iran. (AGI) 

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