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Addio al re delle bufale che sosteneva di aver fatto vincere Trump

Le bufale che hanno avvelenato, su entrambi i fronti, la campagna elettorale per le presidenziali Usa sono state di rado una maniera premeditata per attaccare l’avversario in maniera sleale. Sarebbe uno scenario fin troppo banale e, in fondo, rassicurante. Sovente la genesi delle fake news ha dietro la volontà di navigatori, più o meno anonimi, di incassare migliaia di dollari alla settimana con le entrate pubblicitarie o compiere colossali esperimenti sociali. Per dimostrare quanto sia facile influenzare l’opinione pubblica e farsi due risate alle spalle delle legioni di navigatori sprovveduti che condividono senza verificare. Poco importa quanto pesanti e vaste siano le conseguenze di montature messe su da anonimi utenti su board come 4chan.

Quando la credulità è bipartisan

Ricordate la vicenda del Pizzagate, quel giro di pedofili illustri che avrebbe avuto come paravento una pizzeria newyorchese e avrebbe fatto capo nientemeno che a Hillary Clinton e al responsabile della sua campagna elettorale, John Podesta? Tutto nato su 4chan, in una di quelle discussioni nelle quali i troll della cosiddetta alt-right si lambiccavano su nuovi modi per convincere i loro seguaci più ingenui sulla necessità di votare Trump per contrastare un’innominabile cospirazione massonico-rettiliana. E che dire delle orge di Trump negli hotel russi con prostitute assoldate per urinare sul letto dove avevano dormito Obama e signora? Ne aveva scritto anche BuzzFeed e in molti continuano a crederci. Ma anche questa notizia era infondata. E, in questo caso, i frequentatori della board /pol/, solidamente trumpista, se ne erano attribuiti la paternità, per dimostrare quanto gli avversari del magnate fossero disposti a credere a qualsiasi cosa pur di dipingerlo come il male incarnato.

Dabbenaggine altrettanto sconfortante quella dimostrata da quei sostenitori di Trump che si abbeverano a portali come Infowars di Alex Jones, vera star del complottismo a stelle e strisce. Nell’elenco delle frottole alle quali hanno creduto costoro si possono citare, tra le più celebri, l’omosessualità di Obama, compatibile però con l’adesione al jihadismo più estremista, o i gettoni di presenza da migliaia di dollari pagati a chi manifestava. Queste ultime sono tra le tante coniate da uno dei signori delle bufale made in Usa, Paul Horner, trovato oggi morto per overdose di farmaci a Phoenix, in Arizona. Eppure, lungi dal voler avvelenare i pozzi, sosteneva di farlo per uno scopo nobile: dimostrare quanto fosse semplice ingannare l’opinione pubblica. Una forma di satira, quindi, a sua detta.

Trentotto anni, aria timida e dimessa, appassionato di politica sin dall’adolescenza, quando disegnava vignette satiriche, aveva iniziato presto la sua carriera di “bufalaro” professionista, sostenendo per ben due volte di essere Banksy e facendo furore con montature come la presunta causa intentata da Yelp contro i creatori della serie televisiva South Park. L’ingresso di Trump sulla scena politica cambiò però tutto. Era una tentazione irresistibile vedere fin dove potesse spingersi la credulità di utenti che si bevono tutto quello che leggono su internet, esattamente come i loro omologhi della generazione precedente credevano a tutto quello che sentivano in Tv. Con la significativa differenza che in Tv nessun buontempone può mettere in giro la voce che Obama intendeva invalidare le elezioni dopo la vittoria di Trump, per poi beccarsi 250 mila condivisioni e magari finire pure su Google News. A cascare nelle bufale di Horner furono persino il figlio di Trump, Eric, e il curatore della sua campagna elettorale, Corey Lewandowski.

“Trump è alla Casa Bianca grazie a me”

Forse, a un certo punto, era stato lo stesso Horner a rendersi conto che il gioco gli era sfuggito di mano. Da qui la decisione, lo scorso anno, di venire allo scoperto e concedere un’intervista al Washington Post nella quale quasi arrivava a sostenere di essere l’artefice del trionfo di Trump alle urne, pur affermando di aver iniziato a diffondere le sue bufale per metterne in cattiva luce l’elettorato. “Onestamente, la gente è diventata davvero più stupida. Continuano a condividere cose e nessuno verifica più nulla. Voglio dire, è così che Trump è stato eletto. Diceva tutto quello che voleva e la gente credeva a tutto e, quando queste cose risultavano false, la gente non se ne curava perché lo aveva già accettato. Non ho mai visto nulla del genere”.

“I miei siti venivano condivisi dai sostenitori di Trump di continuo”, proseguiva Horner, “credo che Trump sia alla Casa Bianca grazie a me. I suoi sostenitori non fanno mai fact-checking, condividono di tutto, credono a tutto. Il gestore della sua campagna elettorale pubblicò il mio pezzo sui manifestanti che prendevano 3.500 dollari come se fosse vero”. Horner va avanti sostenendo di “odiare” Trump, affermando che il suo obiettivo era dileggiarne gli elettori dimostrando quanto fossero creduloni. La stessa scusa che accampano, in Italia, i curatori di siti di bufale che nulla hanno di satirico, né nella sostanza nella forma. L’intento reale era però sempre lo stesso: fare soldi con Google AdSense. Che a Horner garantiva incassi pari a 10 mila dollari al mese, come aveva raccontato lui stesso al Post. In un mondo di giornalisti precari e sottopagati che svolgono il loro lavoro con caparbia professionalità per cifre decisamente più basse, nessuno piangerà per lui.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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