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Addio Hillary, la mappa dei papabili democratici per Usa 2020 c'è già

Mancano tre anni e mezzo, ma la macchina elettorale americana sta già oliando gli ingranaggi. Organizzarsi per tempo è essenziale: gli ipotetici candidati dovranno sondare il campo e capire se potranno mettere insieme grandi finanziatori e piccoli sostenitori, costosi consulenti e volontari. Non sarà facile costruire credibilità, catalizzare consenso e generare entusiasmo dopo la traumatica sconfitta di Hillary Clinton. Occorrerà accreditarsi presso diversi gruppi di interesse e puntare ai temi che stanno a cuore ad ognuno di essi. Gli aspiranti candidati dovranno essere in grado di impersonare un ruolo che rappresenti di volta in volta i vari segmenti della società civile. Innanzitutto ci sono i candidati della sinistra pura. E non potrebbe essere altrimenti in un milieu sociale che ha portato alla vittoria di Trump. Se in questo campo la star democratica del 2016 era stata il senatore Bernie Sanders, la più autorevole per il 2020 è Elizabeth Warren, adorata dai progressisti. La senatrice del Massachusetts ha fondato anche il Consumer Financial Protection Bureau, un organismo indipendente che protegge i consumatori nel settore finanziario. Ma nella famiglia c’è un altro campione, l’ex vicepresidente Joe Biden, uno dei personaggi politici più amati. Sono in molti a pensare che se avesse corso per la Casa Bianca al posto di Hillary Clinton, Trump non avrebbe avuto alcuna speranza. Biden conosce bene gli elettori della Rust Belt, ovvero la regione dei Grandi Laghi nel Midwest degli Stati Uniti, una volta perno dell’industria americana, oggi economicamente e socialmente in declino. E’ qui che Trump ha catalizzato il malcontento, trasformandolo in consenso. Ed è qui che i democratici dovranno recuperare.

Dal cuore della nazione

Un’altra categoria è quella degli “heartlander“, i politici che vengono dal cuore – non solo geografico – della nazione, l’America vera. I candidati in questione sarebbero il governatore del Montana Steve Bullock e il senatore dell’Ohio Sherrod Brown. Il primo cerca di costruire un consenso bipartisan, il secondo invece dovrà riuscire a farsi innanzitutto rieleggere in uno Stato in cui Trump ha vinto con oltre 8 punti di vantaggio. Nella stessa rosa c’è la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar che, a detta del sito Politico.com, sta iniziando a giocare la carta moderata legata al Midwest e alla classe operaia. In un recente intervento politico, la senatrice ha riassunto il senso dell’essere autenticamente al centro: “Siamo le persone al centro della nazione; classe media, stipendio medio, persino età media. E sì, talvolta, al centro politicamente”.

La garanzia dell’esperienza

C’è un altro gruppo di politici, ovvero quelli che invece puntano sull’appeal legato all’esperienza. In primis i governatori con più alto indice di gradimento. Iniziando da quello di New York, Andrew Cuomo, figura assai nota del partito. I critici lo chiamano il “governatore 1%”, nomignolo legato al suo piano fiscale con un abbattimento degli oneri tributari per i suoi concittadini. Il sito politico della capitale, pero’, nota come Cuomo abbia recentemente spostato a sinistra il suo asse con misure più popolari, come l’innalzamento del salario minimo e alcune misure che permettano ai meno abbienti di frequentare il college gratuitamente. Nello stesso gruppo c’è spazio per il governatore del Colorado John Hickenlooper che solleva qualche dubbio per aver promosso la Trans-Pacific Partnership e per aver sostenuto il fracking, ovvero la tecnica estrattiva di petrolio e gas che divide profondamente l’opinione pubblica. Dalla sua ha sicuramente il fatto che il Colorado è in cima alla classifica degli Stati con l’economia più forte.  Lo Stato, tra l’altro, ha anche la legge sul controllo delle armi più severa della nazione, varata a seguito della strage di Aurora del 2012, dove un giovane aprì il fuoco in un cinema, uccidendo dodici persone. Ma c’è anche il governatore della California, Jerry Brown, amato nel Golden State grazie a un piano di sviluppo che ha portato a una crescita dell’economia locale. Unico intoppo per una sua probabile corsa è l’età: nel 2020 avrà 82 anni. E sarà più anziano dei due “vecchi” più amati: Sanders e Biden.

Gli ‘attaccabrighe’

Alle prossime consultazioni potrebbe funzionare anche un’altra categoria politica, quella degli “attaccabrighe“. In questa sezione sono inscritti i papabili in grado di dimostrare un piglio più aggressivo, utilissimo in questa fase politica. Primo tra tutti il congressman Seth Moulton. Bello e telegenico. Memorabile il suo tweet di risposta al presidente Trump che lamentava un clima da caccia alle streghe. “In qualità di rappresentante del distretto di Salem in Massachusetts, posso affermare che è falso”. Salem, come noto, è famosa per lo spietato processo alle streghe del 1692. Tra i candidati più battaglieri c’è anche il governatore della Virginia Terry McAuliffe, clintoniano irriducibile e soprattutto una macchina da guerra quando si parla di raccogliere finanziamenti. Non si ferma di fronte a nulla: dopo aver prelevato la moglie dall’ospedale in cui aveva appena partorito, costrinse compagna e figlioletto ad uno stop sulla via di casa: un evento che raccoglieva fondi per il partito.

Gli ‘scandalisti’

I tempi che corrono hanno delineato un’altra figura, quella del politico “scandalista”, ovvero il leader democratico capace di essere sempre vigile sull’operato della parte avversa denunciando a gran voce ogni irregolarità. In cima alla lista c’è il senatore Mark Warner, vicepresidente della commissione intelligence del Senato incaricata di indagare sull’intricatissimo Russiagate. Altro personaggio da non perdere di vista è il senatore Al Franken che ha dimostrato di essere imbattibile soprattutto nelle interrogazioni parlamentari. Dopo aver inchiodato il ministro della giustizia Jeff Sessions, lo ha accusato di spergiuro e lo ha anche messo in condizione di astenersi dalle indagini sulle connessioni tra il Cremlino e lo staff di Trump durante la campagna elettorale, per evidente conflitto. Tutta la vicenda ha poi prodotto la nomina a procuratore speciale di Robert Mueller da parte del numero due del Dipartimento di giustizia, Rod Rosenstein.

Il candidato forte all’estero

La battaglia per il 2020 si combatterà anche sul fronte internazionale. Politico aggiunge quindi alla lista il candidato “Commander in chief”, ovvero un soggetto con peso istituzionale che non sia solo legato alle vicende interne ma che sia spendibile anche su questioni mondiali. Tra le ipotesi – oltre al già citato Biden – c’è quella del senatore Chris Murphy membro commissione affari esteri del Senato. Interviste e commenti recenti dimostrano la sua padronanza in fatto di politiche internazionali. In questo campo, un suo rivale potrebbe essere la deputata Tulsi Gabbard, primo membro indù del Congresso. Anche lei vanta una solida conoscenza di politica estera, ma ha qualche ombra sul curriculum che potrebbe precluderle il favore dei progressisti, primo tra tutti un incontro con il presidente siriano Bashar Assad. Gabbard, poi, è stata in passato contraria ai matrimoni gay. Inoltre si unì ai conservatori che accusavano Obama di non definire il terrorismo come “radicale islamico”.

Ambiente e diritti

Ma uno dei campi più cruciali su cui si giocheranno le primarie sarà certamente quello dell’impegno ambientalista. Sarà un’impresa assai ardita cercare di superare il campione assoluto Bernie Sanders, ma Jay Inslee, governatore dello Stato di Washington, potrebbe provarci. Definito il governatore più verde d’America, ha proposto nel suo Stato una tassa sul carbone. Un altro terreno sensibile è quello dei diritti delle donne. Serve ricordare che nel 2016 il 58% dei democratici che votarono alle primarie erano donne. Il ruolo ambito è quello di “combattente per la libertà riproduttiva”. La senatrice di New York Kirsten Gillibrand è una campionessa nell’ambito della battaglia per la parità di genere e per il diritto all’aborto. Sulla stessa lunghezza d’onda la senatrice californiana Kamala Harris, odiata dalle associazioni pro-life per aver autorizzato, quando era ministro della giustizia dello Stato della California, una perquisizione negli uffici dell’esponente antiabortista David Daleiden. Nell’ambito dei diritti, bisognerà fare i conti anche con quelli civili, soprattutto in un partito in cui il 35% degli votanti appartiene ad una minoranza. Nello specifico il 25% è afroamericano. In questo campo la stella è Cory Booker, senatore del New Jersey. Alcune macchie conservatrici nella carriera, ovvero qualche finanziatore di troppo dal mondo di Wall Street. Se vorrà avere una chance concreta, dovrà puntare tutto sulla giustizia sociale.

Gli ‘inesperti’

L’ultimo identikit e’ definito “Wilson” dal sito “Politico”, dal presidente eletto nel 1912 che, senza aver avuto alcuna esperienza politica, era arrivato alla Casa Bianca dopo soli tre anni da governatore del New Jersey. Questo tipo di candidati potrà avere qualche chance concreta soprattutto in virtù della retorica anti-establishment che ha fatto la fortuna di Trump. Tuttavia l’ideale democratico è un candidato dal volto nuovo ma non completamente a digiuno di politica. Il soggetto perfetto potrebbe essere un governatore eletto nella tornata 2018. In fila c’è Gavin Newsom , vice governatore della California, noto perché quando era sindaco di San Francisco, nel 2004, autorizzò i matrimoni gay nella sua città, nonostante fossero proibiti dallo Stato. Da monitorare anche Tom Perriello in corsa per la Virginia. Ma soprattutto la brillante Stacey Abrams, capogruppo di minoranza alla Camera dei Rappresentanti dello Stato della Georgia.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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