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Agricoltura biologica ovvero togliere ai poveri per dare ai ricchi – (La massima evangelica capovolta del produrre biologico)

di Alberto Guidorzi –

I LIMITI DELL’INTENSIFICAZIONE

E’ da tanto che cercavo dati per dare contenuti ad un titolo del genere. Infatti sono da tempo convinto che il fenomeno del produrre biologico sia il prodotto di una concomitanza di equivoci scientifici, eco-ambientalisti e salutistici.

Sono stato accusato di essere un fautore dell’intensificazione agricola, ma chi mi accusa di ciò si sbaglia. La mia educazione agronomica e la mia estrazione, sono figlio di agricoltori che hanno campato del loro lavoro per sei generazioni, mi ha sempre portato a optare per l’agricoltura ecocompatibile e durevole ma produttiva. Non per nulla nella mia vita lavorativa mi sono occupato di miglioramento genetico che ha solo costi nulli e spesso positivi da un punto di vista ambientale.

Chi mi accusa, inoltre non sa che a suo tempo mi sono scagliato contro le famose campagne del cosiddetto “ettaro lanciato” o dei famosi “club dei 100 q di frumento”. Parlo degli anni 1970/80 quando si stava affermando il concetto della produttività a tutti i costi spinto anche da aiuti comunitari dati per unità prodotta; un vero non senso economico e agronomico, ma che gli ambientalisti non hanno mai denunciato. Il perché della mia contrapposizione era semplice: io sono sempre partito dal concetto che la produzione si doveva sempre limitare all’ultima unità produttiva che aveva un costo di produzione ancora inferiore al prezzo di vendita. Non si doveva andare oltre mentre negli anni citati abbiamo assistito a tentativi in cui l’uso massivo di apporti di concime e di trattamenti di difesa erano spinti fino a produrre unità produttive non più economicamente remunerative in quanto quei quintali aggiuntivi della produzione avevano un costo superiore al prezzo di mercato.

Ad esempio sono sempre stato contrario all’accoppiata “trattamento nanizzanteazotature eccessive” che consentiva di utilizzare anche varietà tropo alte e con ridotta resistenza all’allettamento. In sostanza a mio giudizio è la condotta agronomica che si deve adattare alla genetica e non viceversa e in tal senso è meglio una varietà più rustica che non sia mai prima in classifica ma sempre nel gruppo di testa che una varietà che imponga una condotta agronomica intensiva per raggiungere la testa della classifica. In definitiva io sono per la rotazione delle coltivazioni, per il rispetto della buona struttura del suolo e per il mantenimento di un grado di sostanza organica confacente, per apporti concimanti “a bilancio” nel senso che si deve apportare solo ciò che è stato sottratto dalla coltivazione precedente e si devono aggiungere solo le integrazioni richieste dalla diversa specie successiva che si seminerà. Sono per la difesa integrata e soprattutto per la valutazione preliminare dell’inoculo parassitario presente prima di decidere l’intervento antiparassitario. In altri termini sono per l’agricoltura professionale e l’agricoltore non professionale non ha ragione di pretendere che gli si restituisca, con soldi pubblici, il reddito che ha perso a causa di una scarsa produttività frutto di incompetenza o peggio di scelte ideologiche. Ciò non toglie che io sia consapevole che l’agricoltura abbia bisogno di sostegni per superare congiunture sfavorevoli o per la funzione sociale che svolge o ancora per garantire a uno stato il maggior grado di indipendenza alimentare possibile.
LE STORTURE DEL BIOLOGICO
Detto questo, torniamo al tema dettato dal titolo. Purtroppo in Italia non mi è mai stato possibile reperire dati (la riluttanza a rivelarli è insita nella volontà di far apparire “lucciole per lanterne”). Tuttavia nelle mie ricerche ho trovato che quello che io intendevo fare lo ha realizzato egregiamente Susanne Günther prendendo esempi in Germania e quindi mi limito a riportare quanto ne è scaturito. (qui)
1° Esempio – Norwich Rüße è un deputato de Land Renania-Westfalia per il partito Bündnis 90/Die Grünen (Alleanza 90/I verdi). Il deputato conduce anche un’azienda agricola di 30 ettari e ne descrive la conduzione sulla sua pagina Facebook (qui). Egli dice che preferisce fare il suo insilato di mais imballandolo con un avvolgimento a tenuta stagna di plastica usando una macchina che fa 50 balle di insilato l’ora del peso di 320 kg ciascuna. Preferisce questa tecnica prima di tutto perché dice che l’insilato è migliore per utilizzarlo nell’alimentazione dei suoi bovini e maiali. Dimenticando che così facendo crea rifiuti a cui i verdi hanno dichiarato guerra, pur avendo disponibile una fossa già costruita per il produrre il silo-mais. In altri termini si comporta come tutti gli altri agricoltori convenzionali che di fronte ad un prodotto reso invendibile da un attacco parassitario cerca di preservarlo con un trattamento fitosanitario appropriato nelle scelte e nell’esecuzione.
Norwich Rüße è anche molto preciso nel dare nella sua pagina il conto economico della sua azienda, che è poca cosa, ma che giustifica con la doppia occupazione. Egli infatti ricava solo 6000 €/anno dalla sua azienda, ma questi sono dati per la quasi totalità dalle sovvenzioni per condurre un’azienda certificata ecologicamente, pari a 5645,20 €. Evidentemente anch’egli riceve gli aiuti comunitari diretti come tutti gli altri. Egli dice che queste sovvenzioni gli sono dovute perché conducendo biologicamente produce molto meno e quindi la minore produzione gli deve essere rifatta dalla collettività per il beneficio ambientale che lui offre alla collettività. Vi è stato uno scambio di commenti tra chi ha steso l’articolo e il deputato e dallo scambio è risultato che in Germania le statistiche sul biologico dicono che il reddito agricolo degli agricoltori tedeschi convenzionali è dato per un 50% dagli aiuti comunitari, mentre per quanto riguarda i produttori biologici il loro reddito è assicurato per ben il 92% (aiuti ordinari + aiuti al biologico) qui
 
2° Esempio – la nota porta l’esempio questa volta di un eurodeputato verde tedesco, Martin Hausling, che conduce un’azienda a biologico che genera redditi tra i 500 ed i 1000 € mensili e incassa 12897.50 €/annui di incentivi per il biologico. Vale a dire che i 1000 € al mese gli sono elargiti dalla collettività con denaro pubblico.
3° Esempio – In Austria le cose confermano quanto risulta dall’analisi delle statistiche che ho fatto per l’Italia (Agrarian Sciences )
vale a dire che i 550.000 ha che gli austriaci hanno in biologico, solo 200.000 si fanno su terra arabile, cioè producono in qualche modo cibo, mentre gli altri 350.000 sono prati e pascoli. Perché solo 200.000 ettari? Semplice da spiegarsi, perché la resa media è solo del 66% rispetto alle stesse produzioni convenzionali. Coltivando patate si perde la metà del raccolto possibile. In questo paese l’agenzia della salute e della sicurezza alimentare ha fatto una previsione al 2050 sull’approvvigionamento alimentare del paese se il 100% della sua agricoltura fosse convertita a biologico. Queste sono le conclusioni: – Già nel 2030 le importazioni crescerebbero massicciamente; – per produrre il cibo che verrebbe a mancare occorrerebbero 1 milione di ettari supplementari che evidentemente non ci sono; se l’agricoltura del paese invece applicasse tutti i metodi che la scienza ci fornisce per migliorare le rese agricole, compresa l’ingegneria genetica ed ammettendo una stabilità dei consumi attuali anche per il futuro, si potrebbero risparmiare 300.000 ettari. Non siamo dunque di fronte a problemi tecnici perché i 300 mila ettari disponibili se destinati alla forestazione avrebbero un impatto socio-ambientale positivo ben superiore che non la coltivazione biologica generalizzata. Dunque il problema è politico e i fautori del biologico seguono più un’ideologia o meglio una “religione” che comporta conseguenze sulle quali si rifiutano di ragionare in modo razionale.
4° Esempio – Nel mondo le superfici a biologico sono aumentate tra il 2004 ed il 2014 da 26,1 a 39,4 milioni di ettari ossia del 51%; affinché si possa avere un termine di confronto, si pensi che le superficie a piante geneticamente modificate nel mondo è di ben 186 milioni di ettari che rappresentano circa l’11% della superficie mondiale e praticamente sono solo 3 le piante modificate quelle coltivate. Se però prendiamo i dati della FiBL (l’Istituto di ricerca sulla coltivazione biologica) le cifre sono più elevate (nel 2014 gli ettari erano 43,7 milioni), ma queste statistiche confermano anche che la produzione di cibo, cioè le terre arabili, è minoritaria. L’Oceania (17,3 milioni di ettari) si accaparra il 40% della superficie biologica mondiale, ma ben 17,1 milioni sono in Australia e, guarda caso, il 92% è dato da superficie a pascolo. L’Europa concorre con il 27% e l’America Latina con il 15% (qui però l’Argentina, proprio il paese delle “pampas”, concorre per l’8%). Gli Stati più “biologici” sono le Isole Falkland (36,3%), il Liechtenstein (30,9%) e l’Austria (19,4%). In altre parole laddove l’agricoltura è praticamente impossibile o vi è una grande superficie non arabile si opta per il biologico.
LE CONTRADDIZONI DI UNA NUOVA RELIGIONE
Come giustificare comportamenti che tanto stridono con la realtà? Qui subentrano i “comandamenti della nuova religione”, vale a dire l’elencazione dei danni che il coltivare convenzionale è incolpato di apportare all’ambiente, ma che come ho avuto modo di esplicitare all’inizio non mi tocca perché da tecnico dico che si può fare un’agricoltura produttiva e contemporaneamente ecocompatibile. Tuttavia qui di seguito enumeriamo alcune palesi contraddizioni rispetto ai “successi” (minore inquinamento ambientale, assenza di residui di fitofarmaci nei cibi, maggiore biodiversità, minor impatto sul clima, minori perdite di cibo) di cui i biologici si gloriano:
– forse il loro letame che spargono non produce CO2 e l’azoto contenuto non produce ossidi di azoto, cioè ambedue gas ad effetto serra?
 
– forse che l’azoto del letame e delle urine non finisce in falda più di quello da concimi di sintesi (urea, ecc.) distribuito nelle giuste dosi e solo quando le piante lo richiedono?
– usano come tutti dei fitofarmaci, ma la maggior parte delle persone è convinta che non li usino, per giunta, essendo questi non molto efficaci, sono obbligati a ripetere i trattamenti più volte. Inoltre chiamano questi fitofarmaci “naturali e non di sintesi” scordandosi di dire che il solfato di rame e lo zolfo non vengono direttamente dalle miniere ma sono viceversa prodotti da industrie chimiche e dunque di sintesi. Dimenticano sempre di dire che dagli enti certificatori sono loro concesse frequenti deroghe per consentire l’uso di principi attivi normalmente per loro non ammessi (qui ) oppure qui Poi hanno il coraggio di affermare questo:
Ma c’è di più; da recentissimi dati dell’EFSA è emerso che sul non biologico il 42,4% dei 5654 campioni analizzati presenta residui di fitofarmaci al di sotto delle soglie di legge e il 56,4% nessun residuo, mentre nel biologico dei 4620 campioni analizzati 717 presentano residui di fitofarmaci al di sotto delle soglie di legge, cioè il 15,5%. Di fronte a questi dati, il cibo biologico fatto mangiare a chi ha investito la sua fiducia sul settore non ne esce molto bene. In estrema sintesi il 97,4% dei campioni analizzati in convenzionale o non presentano residui o li presentano sotto la soglia legale, mentre per il biologico la situazione dianzi detta riguarda il 98,8% . Riportiamo anche il dato relativo agli alimenti per l’infanzia dove il 92,7% di campioni sono risultati esenti da pesticidi in quantità rilevabili, mentre il 7,3% ( ma solo 0,7% fuori norma, fissata allo 0,01% mg/kg) mostravano residui al di sopra della rilevabilità. Ora la Commissione vorrebbe portare le norme dei residui per il biologico a quelle dei baby food (1 prodotto, ora biologico, su 7 o 8 verrebbe certificato) , come sarebbe logico, ma vi è una levata di scudi della lobby del biologico, in particolare della lobby francese che non ha nulla da invidiare ad una multinazionale (vedi foto). qui
Si trincerano dietro la minore perdita di biodiversità del coltivare biologico e rifiutano di raffrontare questo dato con le unità prodotte. Se facessero questo raffronto il coltivare convenzionale in modo professionale risulterebbe vincente (qui)

– la esigua percentuale di biologico attualmente in atto non è poi così rispettosa del clima come si vorrebbe far credere (qui )

– Si grida tanto allo scandalo perché si getta cibo nei rifiuti, ma alla stessa stregua in biologico si perde cibo perché ci si rifiuta di produrlo o si lascia che sia sottratto dai parassiti lesinando nelle attività di difesa fitosanitaria. Si può avere un metro di misura etico diverso nei due casi?
Circa il “cibo biologico sano” chiedetelo alle 10 mila persone finite in ospedale o alle famiglie delle 54 persone morte in Germania nel 2011 per aver mangiato germogli di soia prodotti da un’azienda biologica e inquinati dalle tossine prodotte da un batterio (Escherichia coli) per eliminare il quale sarebbe bastato usare un semplice disinfettante come l’ipoclorito monosodico (candeggina)? qui
 
IL COMPORTAMENTO DELLA FAO DI FRONTE AL BIOLOGICO
Fin qui abbiamo parlato del preconcetto positivo dell’Unione Europea rispetto all’agricoltura biologica, che va poi ad improntare le politiche nazionali e regionali.Diviene tuttavia inevitabile stigmatizzare il comportamento della FAO che dovrebbe avere a cuore la sicurezza alimentare globale e che sul suo sito FAO scrive che “l’obiettivo di lungo termine del programma FAO per l’agricoltura biologica è quello di aumentare la sicurezza alimentare, lo sviluppo rurale, un’esistenza sostenibile e l’integrità ambientale incrementando la capacità dei paesi membri di produrre, processare, certificare e vendere cibi biologici”, tutti obiettivi che paiono solo vuote enunciazioni retoriche alla luce di quanto segnalato in precedenza, enunciazioni che cozzano pesantemente con il fatto che la popolazione mondiale sta rapidamente aumentando e supererà i 9 miliardi nel 2050, per cui propagandare agricolture poco produttive diviene altamente pericoloso in termini di sicurezza alimentare globale. In sintesi dunque per FAO vale il vecchio proverbio per cui “il pesce puzza dalla testa”.
 
UN COMANDAMENTO NUOVO: TOGLIERE AI POVERI PER DARE AI RICCHI
Vorrei chiudere con un’ultima considerazione che discende da quanto prima scrivevo circa il ripianamento delle perdite di gestione dell’agricoltura biologica tramite supplementi di sovvenzioni con denaro pubblico.
Se ora riflettiamo su chi consuma cibo bio ci accorgiamo che queste appartengono a due categorie:
persone più danarose attratte da questa moda che i media rendono di giorno in giorno sempre più pervasiva;
persone semplici che dilapidano le proprie sostanze pensando di far il bene dei propri figli con cibo “più sano e più rispettoso dell’ambiente”.
A ciò si aggiunga che la domanda di cibo biologico ha ben pochi collegamenti con la produzione perché domanda ed offerta sono da sempre squilibrate e l’equilibrio non si raggiungerà mai perché i dati sono drogati da superfici praticamente improduttive e il produrre derrate biologiche è un’attività economica comunque in perdita.
Di fronte a questo scenario trovo profondamente ingiusto che la distribuzione delle risorse debba essere fatta a vantaggio delle fasce a più alto reddito della popolazione per il semplice fatto che si sovvenziona anche con i soldi dei meno abbienti un’agricoltura che produce a vantaggio dei più abbienti. A fronte dell’allarme del Censis (qui) secondo cui la povertà condiziona in modo sempre più massiccio le scelte alimentari vi pare possibile che le politiche italiane e comunitarie usino gli incentivi pubblichi perché questa tendenza si aggravi ulteriormente?
Praticamente nelle grandi colture si sovvenziona quattro volte di più il cibo dei ricchi che quello dei poveri e ciò mi pare che giustifichi grandemente il titolo proposto.
P.S. Un ringraziamento va all’amico Luigi Mariani che nel leggere la bozza di questo articolo ha suggerito l’aggiunta di considerazioni che sono stato ben lieto di includere a  completamento di certe parti”

Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all’ Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l’Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell’agricoltura francese che italiana

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