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Al voto per la democrazia

Di Marcello Vigli – 05.10.2016 –

Nel confronto sulla proposta di revisione costituzionale, su cui si andrà a votare il 4 dicembre, nelle argomentazioni di Matteo Renzi trova spazio l’esaltazione del risparmio che deriverà dalla trasformazione del Senato. Risparmiare sulla politica non è serio: ci si può solo interrogare se la struttura in questione serve o non serve al buon funzionamento del sistema istituzionale, evitando gli sprechi. E’ necessario quindi sgombrare il dibattito da questa banalità.

Non è invece banale denunciare l’aumento dei costi della campagna elettorale derivante dal  ritardo della data del referendum, solo da poco fissata dal Consiglio dei ministri, che costituisce uno svantaggio per i Comitati per il No: non possono fruire degli spazi che Renzi può ritagliarsi nell’esercizio delle sue funzioni presidenziali e che ampiamente sfrutta con abilità e senza scrupoli. Aggiunti al controllo della Tv pubblica, rendono marginale l’osservanza, neppure sempre scrupolosa, della par condicio finalmente in vigore.

Non è certo, però, che queste condizioni favorevoli possano dar forza all’altra parola d’ordine renziana : se non passa questa riforma, per decenni non ce ne sarà un’altra. L’opposizione, infatti, rifiuta questa riforma senza negare la necessità di un aggiornamento del testo costituzionale  e il suo adeguamento alle mutate condizioni politiche e istituzionali.

La partecipazione della nostra Repubblica all’Unione europea, il radicale mutamento del contesto nazionale ed internazionale, dal tempo in cui fu approvata, rendono necessario tale adeguamento.

Condivisa da molti è, infatti, l’esigenza di porre fine al bicameralismo perfetto, pur se la sua presenza non ha impedito in settant’anni di Repubblica il corretto esercizio dei tre poteri dello Stato. Si sono fatte le leggi, i governi, nel bene e nel male, le hanno applicate e i processi si sono celebrati. Il valore delle leggi, degli atti di governo e delle sentenze non è derivato dal bicameralismo, ma è stato condizionato  dai soggetti politici che l’hanno “abitato”. Non c’è quindi da sperare che dal suo superamento derivi automaticamente un miglioramento della gestione della “cosa pubblica”, specie se esso si propone come un sistema pasticciato, qual’ è quello configurato nel testo della “nuova” Costituzione oggetto del referendum.

In esso il bicameralismo permane, anche se “imperfetto”: le due camere, elette con sistemi diversi, hanno anche una diversa durata di mandato. Cinque anni dura quello dei deputati; quello  dei senatori coincide con la durata degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti. La Camera può essere sciolta dal Presidente della Repubblica, per l’altra  non si prevede lo scioglimento, ma il rinnovo parziale ‘continuo’, a seconda della scadenza delle sue varie componenti.

Facile immaginare le conseguenze di tali diversità nei loro rapporti.

Diversa è anche la loro partecipazione all’esercizio del potere legislativo, che entrambe sono chiamate ad esercitare seppure con funzioni radicalmente diverse. All’art. 70 si legge infatti la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere, ma con diverse competenze e diverso potere d’intervento: pieno per la Camera, limitato per il Senato.

Tre sono le categorie in cui si raccolgono le materie delle loro competenze nel rapporto con i territori:

a)    sicuramente attinenti alla rappresentanza dei territori;

b)   di dubbia attinenza;

c)    di nessuna attinenza.

Non è difficile prevedere l’insorgere di contenziosi che, nella maggioranza dei casi, potranno essere risolti perché la Camera ha il potere di ignorare le modifiche approvate dal Senato, riapprovando la legge nella versione originaria, o di accettarle. Se si tratta di leggi che riguardano le competenze legislative esclusive delle Regioni o di leggi di bilancio, la Camera deve, però, ‘superare’ le modifiche proposte dal Senato a maggioranza assoluta dei suoi componenti. L’accordo è invece inevitabile nelle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea.

Altrettanto complessi sono i rapporti fra Governo e Parlamento, pur se solo la Camera è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed è deputata ad esercitare la funzione di indirizzo politico. Nell’art .72 si legge: Il Governo può chiedere alla Camera dei Deputati di deliberare, entro 5 giorni, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva entro il termine di 70 giorni dalla deliberazione. In nome dell’efficienza nell’azione governativa, di fatto, si riducono i tempi per esaminare, con la necessaria attenzione le proposte governative, e per deliberare nel merito. Si riduce, di fatto, la Camera, che gli ha concesso la fiducia, a luogo di ratifica delle decisioni del Governo. Sarà sufficiente una legge elettorale (magari l’Italicum !) che garantisca anche ad un gruppo minoritario di avere assicurata la maggioranza dei seggi perché si perpetui  la subalternità della Camera al Governo fin qui ottenuta solo con il frequente uso del voto di fiducia, che da tempo, per questo, ha cessato di essere l’eccezione per diventare la regola.

Con questo intreccio fra delegittimazione del Senato e aumento del potere del Governo la futura Costituzione si avvia a rompere normalmente il delicato equilibrio fra esecutivo e legislativo, presente in quella ancora in vigore, talvolta rotto, ma eccezionalmente, negli ultimi anni per le pressioni dei poteri forti sui vecchi partiti.

Il testo del ‘48 offre ancora un’ultima trincea per legittimare chi non desiste dalla lotta per affermare un normale esercizio della democrazia nel nostro Paese, pronto anche a scendere in piazza, a Roma il prossimo  22 ottobre.

http://www.italialaica.it/news/editoriali/56099

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