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Alcolizzati, drogati, ansiosi: i figli delle coppie gay secondo Università cattolica e “Osservatore romano”

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017 –

Luca Kocci –

Fra i figli di famiglie omosessuali – una madre e un padre – e quelli di famiglie omosessuali – due madri o due padri – esistono profonde differenze. È la tesi di Elena Canzi (docente nella facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano) argomentata nel volume appena pubblicato da Vita e Pensiero, casa editrice della Cattolica, Omogenitorialità, filiazione e dintorni (pp. 144, euro 15), e rilanciata con grande enfasi in un lungo articolo-recensione di Lucetta Scaraffia pubblicato sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, dello scorso 3 luglio.

«Oggi abbiamo argomenti più concreti» per sostenere «l’’opposizione al progetto di alcune coppie omosessuali a formarsi una famiglia con la fecondazione assistita o con l’adozione», scrive Scaraffia. E gli «argomenti più concreti» sarebbero appunto quelli contenuti nel volume della psicologa della Cattolica, che intende smontare le ricerche «di parte», soprattutto della sociologia anglosassone, secondo cui «non ci sono differenze fra i bambini che vivono in famiglie omosessuali e gli altri, focalizzandosi su due fattori: la qualità della relazione, in genere come percepita dai genitori, e l’adattamento psicosociale».

Invece, secondo le autrici (della ricerca e della recensione sull’Osservatore), non è affatto così.

Innanzitutto, si legge nell’articolo di Scaraffia, «i figli nati dall’acquisto di seme rivelano di sentirsi disturbati dal fatto che il denaro svolga un ruolo decisivo nel loro concepimento, mentre si dichiarano a favore dell’adozione», si legge nell’articolo di Scaraffia.

Poi «una domanda che si sono posti i ricercatori è relativa all’orientamento sessuale dei figli: avere genitori omosessuali inclina a una scelta omosessuale? La risposta che ci si aspetterebbe è che i genitori omosessuali dimostrino nei confronti del problema maggiore anticonformismo, ma non è sempre così: spesso l’eterosessualità del figlio viene esibita per confermare la “normalità” della famiglia. Ma, esaminando le inchieste nella loro totalità, “sembra di poter rintracciare un trend comune, ossia una maggior probabilità di atteggiamenti e comportamenti omosessuali”, specialmente nei figli di coppie lesbiche». Inoltre – questo perlomeno dimostrerebbero le ricerche di Canzi – «l’analisi del rendimento scolastico conferma che i figli di coppie omosessuali, se in maggioranza sviluppano livelli più elevati di rendimento, sono anche indotti a maggior uso di alcool e droghe, e riportano livelli minori di autonomia e invece livelli superiori di ansia».

C’è infine il trauma del «genitore mancante», ovvero il «donatore di gamete», che ovviamente, secondo Canzi-Scaraffia, riguarda «anche coppie eterosessuali che hanno praticato l’inseminazione eterologa»: «risulta evidente – spiega la ricerca – che i figli con donatore sconosciuto subiscono più pesante stigmatizzazione da parte dei compagni. Certo, il problema dell’assenza dei genitori si pone anche nell’adozione, ma qui il genitore adottivo “non si sostituisce, ma piuttosto si fa carico di quel dolore di origine e lo ripara” mentre diverso è il percorso di chi per scelta procrea figli “orfani”». E infatti «il rapporto più difficile è soprattutto quello con i coetanei, che spesso li sottopongono a derisione e bullismo, facendo emergere sentimenti di inferiorità e anormalità. Una stigmatizzazione che provoca diverse strategie adattative, nelle quali prevale quella di negare il problema, confessando la propria condizione solo a poche persone scelte. Certo, la partecipazione alla vita di comunità omosessuali, con figli relativi, può aiutare a rendere meno pesante questa situazione».

In conclusione, quindi, «“i figli di coppie omosessuali riportano maggior ricorso all’assistenza pubblica, minor identificazione eterosessuale, maggior frequenza di relazioni omosessuali e minor senso di sicurezza sperimentato nella famiglia di origine”. Emerge così un quadro complesso e certamente non univoco, dal quale però si deduce che è davvero difficile sostenere che non esista alcuna differenza fra i figli di famiglie eterosessuali e quelli di famiglie omosessuali».

Alcolizzati, drogati, ansiosi: i figli delle coppie gay secondo Università cattolica e “Osservatore romano”

 

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