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Alla Camera si è sancita la fine del fair play. Ora la legislatura può avere inizio 

Se la discussione alla Camera sulla fiducia al governo Conte non lasciava presagire grandi novità sul merito delle questioni affrontate, rispetto a quanto già emerso martedì al Senato, è stato il clima a fare da sfondo al dibattito.

E a mutare completamente il mood, nella seduta di Montecitorio. Grande assente, infatti, è stato oggi quel fair play che aveva pervaso l’aula di Palazzo Madama, culminato in due standing ovation di tutto l’emiciclo: una per la senatrice a vita Liliana Segre e l’altra per il bracciante maliano Soumayla Sacko.

A farla da padrone, a Montecitorio, è stato lo scontro reiterato tra i deputati Pd e quelli M5s, che ha ‘regalato’ alla platea le prime bagarre della XVIII legislatura, ideale antipasto di quello che potrebbe essere il leitmotiv dei prossimi mesi.

La sveglia per l’opposizione

Tutto sommato, un segno di continuità rispetto alle schermaglie della XVII. Il cambio di passo c’è stato alla ripresa pomeridiana. Dopo una seduta mattutina decisamente piatta a causa delle numerose assenze tra i banchi del governo e dei deputati (se si eccettua un siparietto tra Roberto Fico e Matteo Salvini, con il ministro dell’Interno costretto dal presidente della Camera a tornare sui banchi del governo, abbandonati per mescolarsi deputati leghisti) al ‘pronti-via’, Roberto Giachetti ed Emanuele Fiano sono entrati in pressing sul premier, attaccandolo subito per le continue citazioni del Contratto di governo.

Giachetti​, ripreso da Fico, ha urlato più volte all’indirizzo di Conte, concedendosi anche uno sfogo in romanesco con un perentorio “e mo’ basta!”, mentre Fiano attaccava simultaneamente Conte e Fico: il primo per aver attribuito anche ai dem diversi conflitti d’interesse, il secondo per una condotta ritenuta parziale e incoerente. E così, mentre Fiano, supportato da Ivan Scalfarotto, pretendeva a gran voce le scuse di Conte, rimproverava energicamente a Fico di aver soffocato il dissenso, ricordandogli “quando tu sedevi qui facevi molto peggio!”.

Il ‘congiunto’ che ha fatto infuriare Delrio

Passati alle dichiarazioni di voto, il capogruppo Pd, Graziano Delrio, ha duramente ricordato a Conte il nome del fratello del Capo dello Stato – “un congiunto”, aveva detto il presidente del Consiglio – barbaramente ucciso dalla mafia nel 1980. “Si chiama Piersanti!”, ha urlato Delrio, innescando il boato, seguito da standing ovation, dei suoi e di FI, mentre il grillino D’Uva ha poi giudicato “meschino” il tentativo, a suo avviso, del Pd di strumentalizzare la memoria delle vittime di mafia a fini politici. Più compassato e flemmatico nella replica odierna, rispetto al Senato, Conte.

Matteo Salvini si è assentato molto spesso, mentre Luigi Di Maio si è trattenuto in Aula praticamente per tutta la durata della seduta, muovendosi raramente e affidando a qualche biglietto fatto consegnare dai commessi (uno anche al dem Verini) le sue comunicazioni.

Qualche scintilla anche tra FI e Lega, in particolare quando la capogruppo forzista, Mariastella Gelmini, ha accusato Salvini di non avere la statura politica di Silvio Berlusconi: immediatamente sommersa dai “buuu” leghisti. A coronamento della giornata l’intervento ‘neodadaista’ di Vittorio Sgarbi, che ha annunciato il suo sì alla fiducia per il governo Conte, giustificandolo col fatto di riuscire a prosperare “dove c’è il disordine”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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