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Alla fine i resti della stazione spaziale Tiangong-1 sono finiti nel Pacifico

Fine di ogni preoccupazione, sia pur remota: alle 2,16 (ora italiana) è terminata nell’Oceano Pacifico la stazione spaziale cinese Tiangong-1, al termine del suo processo di decadimento. Il comitato tecnico scientifico, riunito in seduta permanente presso la sede del Dipartimento della protezione Civile, sulla base degli ultimi dati forniti dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), ha escluso la possibilità che uno o più frammenti della stazione spaziale Tiangong-1 abbiano impattato sul territorio nazionale. Il capo dipartimento della Protezione civile Angelo Borrelli, in accordo con Asi e con gli altri partecipanti al tavolo, ha quindi dichiarato concluse le attività ringraziando tutte le componenti del Sistema Nazionale di Protezione Civile.

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Le previsioni fatte nei giorni scorsi – scrive Repubblica – avevano ipotizzato che anche l’Italia potesse essere interessata dalla caduta dei detriti. Con un rischio bassissimo fino a diventare quasi nullo alla mezzanotte di ieri, con una finestra infinitesimale di probabilità per l’isola di Lampedusa. La Tiangong-1, ossia il ‘Palazzo celeste’, è stata la prima stazione spaziale cinese. Era una sorta di cilindro lungo 10,5 metri, con un diametro di circa tre metri e due pannelli solari delle dimensioni di sette metri per tre. Al momento del lancio pesava otto tonnellate e mezzo. Non era fra i veicoli spaziali più grandi, rispetto ad altri che in passato hanno subito lo stesso destino. La Tiangong-1 ha concluso così la sua storia, dopo avere trascorso in orbita 2.375 giorni e 21 ore.

In Italia era tutto pronto all’eventuale impatto

In Italia era presente anche “una qualificata e fondamentale partecipazione delle Forze Armate” al tavolo tecnico creato dal dipartimento della Protezione civile per monitorare la stazione spaziale cinese ormai fuori controllo, con personale dell’ufficio Spazio dello Stato maggiore della Difesa, del comando operativo di Vertice Interforze e dello Stato maggiore dell’Aeronautica militare.

In una nota, la Difesa sottolinea che “le Forze Armate, oltre alle proprie unità pronte ad intervenire in caso di emergenza, hanno infatti reso disponibili capacità e professionalità uniche nel panorama nazionale. L’assetto primario impiegato è stato il centro di comando e controllo Space Surveillance and Tracking, struttura inter-ministeriale e inter-agenzia gestita dall’Aeronautica  presso la base di Pratica di Mare, che ha avuto il compito di attivare una serie di sensori, ottici e radar, della Difesa, dell’Agenzia spaziale Italiana e dell’Istituto di Astrofisica per seguire le traiettorie di avvicinamento all’atmosfera terrestre della stazione spaziale e poter stabilire, dall’analisi dei dati rilevati, il possibile punto di impatto con la superficie terrestre con ben 36 ore di anticipo.

All’interno del centro di Comando e controllo era presente anche personale dell’Agenzia spaziale italiana, referente nazionale per i dati forniti da ben 12 agenzie spaziali di altri Paesi, e dell’Istituto azionale di astrofisica, che hanno condiviso anche i rilevamenti effettuati dai propri telescopi, capaci di rilevare l’ingresso in atmosfera di oggetti ad altissima velocità. Ma le Forze Armate – spiega ancora la Difesa – si sono rivelate di fondamentale importanza anche perché hanno reso disponibile il Multi Frequency Doppler Radar, sito presso il poligono interforze di Salto di Quirra, in Sardegna, unico assetto radar nazionale in grado di seguire le orbite di oggetti spaziali che sorvolino il nostro Paese, in qualunque condizione meteorologica, di giorno e di notte.

In aggiunta, è stato utilizzato anche il Bistatic Radar for LEO Survey (radar bistatico con trasmettitore posizionato sempre presso il poligono interforze di Salto di Quirra e ricevitore, gestito dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, ubicato a Medicina), che ha svolto una funzione di sorveglianza delle orbite allo scopo di individuare il passaggio della Tiangong-1 sopra la nostra penisola”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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