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Alle origini di Santa Maria Maggiore. Forti precipitazioni sull’Esquilino

(Fabrizio Bisconti) Nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 352, durante il primo anno del pontificato di Liberio (352-366), un singolare evento meteorologico provocò una prodigiosa nevicata sulla sommità del colle romano dell’Esquilino.

Il paradossale evento — interpretato, nel tempo, come una forte grandinata o, più di recente, una precipitazione di piccole meteoriti, al limite del fantascientifico — è rievocato, nella prima metà del XIII secolo, dal frate Bartolomeo di Trento nel Liber epilogorum in gesta sanctorum.

L’episodio riferisce di un patrizio romano di nome Giovanni, senza figli e oramai avanti negli anni, pronto, insieme alla moglie,

a devolvere un’ingente cifra alla Chiesa romana. Nella notte ebbe in sogno la Vergine Maria, che chiedeva di costruire una grandiosa basilica proprio dove, il mattino seguente, avrebbe trovato neve fresca. Giovanni si reca presso il Pontefice Liberio, che gli rivela di aver avuto la medesima visione, e, dopo la nevicata notturna, sovvenziona la costruzione della splendida basilica mariana, la cui pianta, disegnata personalmente dal Papa, seguiva il perimetro dell’area indicata dalla prodigiosa nevicata. Se il popolo romano, sorpreso e ammirato per la maestosa costruzione, prese a definire l’edificio di culto come la chiesa della Madonna della Neve, una bolla pontificia dedicò ufficialmente il santuario mariano nel 1568 come Sancta Maria ad Nives, anche se già nel XII secolo era stata istituita una Festa dedicationis Sanctae Mariae ad Nives.

Tale festa prepara un importante cantiere musivo, commissionato da Niccolò iv nel 1288, per decorare la facciata della basilica di Santa Maria Maggiore che, come è noto, non corrisponde all’impianto liberiano, mai rintracciato dagli archeologi, ma che monumentalizza la basilica voluta da Sisto III (432-440), in seguito al concilio efesino del 431, in occasione del quale si proclama Maria come Theotokos. Ebbene, il maestoso santuario mariano — come si diceva — fu restaurato diverse volte e, se restano intatti i quadri musivi a tema veterotestamentario e l’arco trionfale con l’Infantia Salvatoris, proprio del tempo di Sisto III, il corpo absidale fu allungato e decorato da Jacopo Torriti, per committenza di Niccolò iv, tra il 1280 e il 1295, con i celebri temi dell’Incoronazione di Maria e della Dormitio Virginis.
Ma torniamo ai mosaici della facciata, affidati, nello scorcio del XIII secolo, a Filippo Rusuti e risparmiati dalla loggia settecentesca ideata da Ferdinando Fuga. Il programma decorativo della facciata del Rusuti dispone, sotto a una vibrante Maiestas Domini, tre vivaci vignette, che fissano rispettivamente il sogno premonitore, il colloquio tra Papa Liberio e il patrizio Giovanni e l’evento miracoloso della nevicata.
 
Anche se l’affabulazione leggendaria fece il giro del mondo cristiano, ispirando la dedicazione di centinaia di chiese e la rappresentazione figurata dell’evento prodigioso, il monumento che meglio interpreta la dinamica e la fortuna della “nevicata” rimane l’elemento centrale del polittico commissionata da Papa Martino v Colonna nel 1428 a Masolino da Panicale. La pala, decorata nelle due facce, è porzione di un trittico, ora smembrato e conservato in musei diversi. La nostra tavola — ora al Museo napoletano di Capodimonte — mostra una mandorla campita dal Cristo e da Maria, posata su una allungata nube grigia da cui cadono piccoli cirri, che si posano sull’Esquilino, dove Papa Liberio definisce la pianta della basilica mariana, al cospetto del nobile Giovanni e del popolo romano.
La pala di Masolino è attribuita dal Vasari a Masaccio, con il quale il maestro di Panicale Valdelsa, un piccolo centro presso San Giovanni Valdarno, intrattenne continui rapporti professionali, tanto che egli si iscrisse alla corporazione fiorentina delle Arti dei Medici e degli Speziali, ove si raccoglievano anche i pittori, nel 1423, e cioè solo un anno dopo Masaccio.
 
Con quest’ultimo collaborò specialmente nella decorazione della cappella Brancacci della Chiesa del Carmine tra il 1424 e il 1428. In questo frangente Masolino, all’anagrafe Tommaso di Cristoforo Fini, è presente anche a Empoli e in Ungheria, ma nel 1427 è già a Roma e l’anno seguente lavora, appunto, al polittico di Santa Maria Maggiore, quando è anche impegnato alla decorazione della cappella con le storie di santa Caterina nella basilica di San Clemente.
Sensibile alle invenzioni scultoree del Ghiberti e a quelle architettoniche di Michelozzo, Masolino non dimentica la lezione del tardogotico internazionale, ma proprio nella pala della Madonna della Neve, al di là della modellazione elegante e raffinata, immersa in una surreale atmosfera di spazio e luce, innesta quella gravità dei volumi masaccesca, che apprende tramite una interminabile serie di contatti. Tale continua collaborazione indusse il Vasari, nella seconda serie delle vite del 1568, ad attribuire a Masaccio quasi tutte le opere di Masolino, tanto che dovremo attendere le acute riflessioni di Roberto Longhi, negli anni Quaranta del secolo scorso, per recuperare il contributo di Masolino, strappandolo dall’esperienza del tardogotico internazionale e per collocarlo nel cuore del Rinascimento fiorentino, che diffonde la sua esperienza in tutta Europa e, per quanto ci riguarda, nell’Italia Settentrionale, se il pittore toscano a Castiglione Olona, presso Varese, per committenza del cardinale Branda Castiglioni decora il Palazzo, la Collegiata e il Battistero.
 
Tornando alla Madonna della Neve romana, Masolino concepì sicuramente la rappresentazione del miracolo e del rovescio come una pregevole scena di Assunzione, mentre Masaccio si occupò, presumibilmente, dei pannelli laterali con San Girolamo e il Battista. Con il visionario episodio della nevicata, il pittore rinascimentale ci accompagna verso una tradizione popolare romana, che suggerì di far scendere dalla cupola di Santa Maria Maggiore petali di rose bianche sull’altare. Oggi sulla piazza della basilica, sono organizzati eventi suggestivi che rievocano, con sofisticate strumentazioni che producono neve sintetica, quella straordinaria precipitazione, tanto eccezionale, quanto sorprendente e suggestiva.
L’Osservatore Romano 5 agosto 2014
 
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