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Altro che quote rosa, ci negano l’aborto

Diritti e Rovesci

Le nostre parlamentari si vestono di bianco per reclamare la parità di genere, ma tacciono sulla privazione del diritto basilare alla salute riproduttiva e alla libera scelta.

martedì 11 marzo 2014 22:01


Basta, basta, basta. Mentre si consumava la commedia delle quote di genere, una di quelle liturgie rituali pensate e attuate per indirizzare l’attenzione su scaramucce di retroguardia distraendola della perdita fondamentale della democrazia elettiva, che si esercita esprimendo scelte e dispiegando le prerogative di cittadinanza, una donna ha denunciato la lesione di ben due diritti.

La storia ormai è nota: a Valentina, una giovane donna affetta da una grave malattia genetica è impedito dall’infame legge 40 di ricorrere alla fecondazione assistita e alla diagnosi pre-impianto. A lei quella legge ingiusta concede solo di rimanere incinta e scoprire, come poi è avvenuto, che la bambina che aspettava era condannata. Lasciandole una terribile libertà, quella di scegliere di abortire, al quinto mese. Un aborto doloroso e complesso come un parto di 15 ore durante il quale viene abbandonata da medici e personale, tutti obiettori di coscienza, che si limitano a indurre le doglie e la lasciano partorire nel bagno dell’ospedale.

Si tratta di un caso che impone di ricordare che tempo fa la Cassazione abbia rilevato come la legge 194/1978 «escluda che l’obiezione possa riferirsi anche all’assistenza antecedente e conseguente all’intervento, riconoscendo al medico obiettore il diritto di rifiutare solo di determinare l’aborto (chirurgicamente o farmacologicamente), ma non di omettere di prestare assistenza prima o dopo, in quanto il medico deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell’intervento di interruzione di gravidanza». Come dire che il diritto di obiezione di coscienza «non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento», nella misura in cui «il diritto dell’obiettore si affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria salute». E ci fa chiedere di che coscienza sia dotato chi lascia soffrire una donna per 15 ore, che credo religioso possa giustificare un crimine, che deontologia professionale può essere elusa e a che titolo, dando luogo alla elusione dell’assistenza, che appartenenza a quale consorzio civile può dare licenza di trasgredire una legge dello Stato. Ci sono violenze insistite e continue che stravolgono le vite delle persone, e che sono rivelatrici dell’ipocrisia maligna e dell’inadeguatezza colpevole delle istituzioni pubbliche. Avvenimenti ce lo ricordano quasi ogni giorno, malati respinti dagli ospedali, turismo inumano delle coppie che cercano di liberarsi dalle maglie proibizioniste della legge sulla procreazione assistita e quello di chi vuole porre fine alla sua vita con dignità, la manchevolezza drammatica delle terapie contro il dolore, ma anche le ruspe che radono al suolo accampamenti di disperati, la sordità alle denunce di malattie generate da condizioni ambientali, come è avvenuto per l’Ilva o per la Tirreno Power. Alcune di queste violenze sono generate dalla ipocrita tolleranza di comportamenti inumani e incivili, giustificati da un’appartenenza confessionale a una fede che annovera tra i suoi capisaldi la compassione, la solidarietà, l’amore e la cura degli altri, insomma la pietas. Ipocrita perché non è possibile non dare ragione all’amara considerazione di Rosa Luxemburg: dietro ogni dogma c’è un affare da difendere.

Mai come in questi casi sono attivi gli impresari della difesa della vita, gli stessi che le nostre vite le umiliano, le mortificano, le restringono a esistenze povere e senza speranze, ne avviliscono la dignità limando i diritti, ridotti in una polverina che si soffia via per essere ricondotti alla condizione di corpi, sui quali dobbiamo rinunciare ad esercitare libero arbitrio e decoro. In Italia uno dei loro brand è l’obiezione di coscienza che rende impraticabile una legge dello Stato, con il rischio accertato di un ritorno alla clandestinità e alle mammane, quelle che non “operano” più sui tavoli della cucina, ma in tanto di cliniche private compiacenti e compiaciute di onorari prestigiosi.

C’è poco da interrogarsi sul perché in tempo di crisi si ritorni a esercitare una stretta anche sul più doloroso e arduo dei diritti: per motivi pedagogici e esemplari, probabilmente a dimostrazione che donne troppo indipendenti devono essere ricondotte alla ragione, quella delle mura di casa, dell’ubbidienza, della subalternità, certo. Ma anche per riconfermare che le leggi devono uniformarsi a principi e dogmi confessionali. Sicuramente per ristabilire che è scopo dello Stato contribuire a incrementare eserciti siano di soldati o siano di schiavi, indubbiamente per dimostrare che è dovere e responsabilità della politica guidare un popolo infantile e scriteriato nelle sue scelte personali, entrando nella privatezza delle esistenze, per imporre, invadere, soggiogare almeno quanto latita nell’assicurare garanzie e prerogative. E senz’altro per ratificare che cura, assistenza, medicina così come istruzione, cultura, beni comuni devono rientrare nell’ambito privato in modo da dare profitto e promuovere arbitrarietà e discrezionalità, sostituendo le leggi del mercato a quelle dello stato di diritto.

Da questo governo per metà costituito da donne che si sono già rivelate poco diversamente maschi e molto diversamente civili e da questo parlamento, c’è da aspettarsi ben poco nella difesa di una legge dello Stato che regola il più doloroso dei diritti che riguardano esclusivamente il genere femminile. E c’è da attendersi che prosegua quell’attitudine a legiferare sui geni, sul corpo, sul dolore, sulla vita e sulla morte, sui privilegi e sul lavoro, per promulgare i principi di una nuova cittadinanza basata sul censo, in modo che le libertà diventate merci siano accessibili come elargizioni o esclusiva solo di chi può permettersi di pagare. Che tanto per loro l’obiezione di coscienza è sospesa. Mentre invece andrebbe semplicemente abolita. Era forse motivata alla promulgazione della legge 194: i medici avevano iniziato la loro carriera quando l’aborto era addirittura un reato ed era comprensibile che alcuni di loro opponessero ragioni di coscienza. Ma di tratta di disposizioni tra le più sagge e restrittive che sono riuscite a conseguire un difficile equilibrio tra il diritto dei medici a non agire contro la propria coscienza e quello della donna a interrompere la gravidanza. Oggi quindi chi decide di fare il ginecologo sa che l’interruzione di gravidanza è un diritto sancito dalla legge, che rientra nei suoi obblighi professionali e non è più ragionevole e civile offrire una scorciatoia per sottrarvisi. Ma gli obiettori odierni (ginecologi, farmacisti ecc.) hanno convertito l’obiezione di coscienza facendone un uso offensivo contro lo Stato e contro i cittadini, avvalendosi del diritto di “sottrarsi in via eccezionale” ad una norma di legge; e senza pagare alcun prezzo.

Ha osservato Gustavo Zagrebelsky che l’obiezione di coscienza che taluno avanzi nei confronti di questa o quella specifica attività dovrebbe portarlo a non partecipare al concorso e a orientarsi professionalmente altrove. E invece la regressione culturale che investe il Paese si esprime nell’elevato numero di obiettori e nel riemergere dell’aborto clandestino; nella visione della donna come contenitore sul cui corpo il legislatore può legiferare senza tenere conto della sua volontà; nell’idea che “fin dal momento del concepimento” sia in vita una “persona” che entra in conflitto con la madre facendone un’ assassina. Pare che la libertà di esercitare i propri diritti non abbia cittadinanza da noi, che saremo costretti ad emigrare per lavorare, per esprimerci, per abortire con dolore, per morire. Forse ce lo meritiamo per non averli difesi, ma avendo dato poca accoglienza altrettanto poca ne troveremo.

Anna Lombroso

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