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Ambulanze, incendi, soccorsi: perché il 112 ancora non funziona

Morire perché i soccorsi tardano ad arrivare e perché se si chiama il 118 bisogna fare il segno della croce e sperare che un operatore risponda il primo possibile. E’ la dolorosa storia che la giornalista Valentina Ruggiu ha raccontato sul quotidiano La Repubblica: suo papà, Giancarlo, cameriere è morto nei giorni scorsi senza poter essere adeguatamente assistito. Prima che qualcuno rispondesse, lei e il fratello, e pure una vicina di casa, avevano fatto più di un tentativo per sollecitare un aiuto contattando il 118 ma dall’altra parte c’era solo un disco “con cordiale voce di donna” che li invitava “a rimanere in attesa”. “Poi all’improvviso mi rispondono – scrive lei sul giornale – e all’operatore dico dove abito, gli spiego di come ho trovato mio padre. Gli dico che è ancora vivo, ma che sta per morire. Serve un’ambulanza urgentemente e lui mi dice ‘ok, trasferisco la chiamata alla centralina del 118 più vicina a leì”. L’ambulanza non arriverà mai. L’uomo viene caricato in auto dai figli, disperati, che lo portano al pronto soccorso di Albano, paese alle porte di Roma dove vive la famiglia, ma ormai è troppo tardi. “Per mio padre – è lo sfogo amaro di Valentina – forse non avrebbero potuto fare nulla, ma una voce umana mi avrebbe almeno aiutata, guidata, supportata. Forse non saprò mai perchè ho atteso così tanto una risposta dal centralino unico del 112, perchè abbiamo dovuto chiamare in tre, perchè mi hano rimesso altri minuti in attesa dopo aver parlato con l’operatore”. A Valentina resta solo una speranza, che “questo racconto è perchè nessun altro padre, marito o figlio, nessun altro amico o cugino, possa morire con una voce che ti dica ‘rimanga in attesa’”.

Il numero è attivo ma non su tutto il territorio

Il 112, numero unico europeo per le emergenze, è diventato operativo da pochi giorni anche in Italia (leggi anche l’articolo su Repubblica), dopo essere stato varato con la riforma della Pubblica amministrazione e aver ottenuto l’ultimo via libera il 4 agosto scorso. Il modello è quello del 911 americano, un solo numero per ogni tipo di emergenza, non soltanto in Italia, ma in tutta Europa. Il servizio, attivo 24 ore su 24 in tutti i Paesi dell’Unione Europea, è gratuito sia da rete fissa che da mobile. La chiamata può essere fatta anche quando non c’è campo, quando il cellulare è bloccato con il codice Pin o quando non si ha credito telefonico. Il ministero dell’Interno ha messo a punto un elenco con 32 tipologie di intervento, in modo che chi riceve la chiamata, grazie a quel vademecum, possa sapere immediatamente chi attivare. Il Nue (numero unico di emergenza) con il tempo andrà a sostituire completamente tutti gli altri numeri di emergenza: il vecchio 112 per contattare i Carabinieri, il 113 per la Polizia, il 115 per i Vigili del fuoco e il 118 per il soccorso sanitario.

Al momento tutti questi numeri convergono già sul nuovo 112, anche se possono ancora essere digitati direttamente. In questo caso la chiamata viene comunque reindirizzata al call center del Nue che raccoglie la segnalazione e la inoltra alla centrale di emergenza.  

Il Nue doveva entrare in funzione nel 2008

Il numero non è ancora attivo in modo uniforme in tutte le province d’Italia. Sono partite la Liguria, la Lombardia, il Piemonte, il Trentino, la Sicilia ed il Lazio. Sta per decollare il Veneto. Umbria e Marche, invece, hanno deciso di fondersi (per quanto riguarda l’emergenza) e fare una sola centrale che serva le due regioni, come avviene già per la Valle d’Aosta che dipende dalla centrale Piemontese di Torino. A Torino i sindacati sono partiti all’attacco contro il nuovo servizio. Leggi il servizio di Torino Today.

Ci sono voluti 26 anni per trasformare l’idea di un numero unico europeo per le emergenze in realtà. La decisione fu presa nel 1991, ma i tempi di attuazione sono stati molto lunghi. Nel 2004, dopo 13 anni, l’Unione Europea decise che, entro il 2008, il 112 Nue (Numero Unico Emergenze) sarebbe dovuto essere esteso a tutti i Paesi membri. Alcuni Stati si sono adeguati subito alla direttiva comunitaria, ma non si può dire lo stesso per l’Italia che ha cominciato con dei progetti pilota a partire dal 2009 nelle province di Biella, Brindisi, Modena, Pistoia, Rimini e Salerno. Il 21 giugno 2010 il numero è stato attivato nella provincia di Varese e dal 3 dicembre 2013 è stato esteso anche alla provincia di Milano. Il 19 maggio 2015 è entrato in funzione anche nelle restanti province lombarde di Brescia, Sondrio, Mantova, Cremona, Lodi e Pavia con l’apertura di una nuova centrale operativa a Brescia. Famiglia Cristiana ha dedicato un servizio al Nue.

Leggi anche l’articolo sulla Stampa

Con il Giubileo del 2015-2016 anche per Roma e provincia è stata disposta l’attivazione. Nel 2008 solo il 22% della popolazione europea sapeva dell’esistenza del numero unico di emergenza, per questo nel 2009 la Commissione europea, il Parlamento e il Consiglio Ue hanno firmato una risoluzione per istituire l’11 febbraio come la “Giornata europea del 112”.

“In Italia ci sveglia sempre quando è tardi”

“In Italia ci si sveglia sempre quando è troppo tardi. E oggi è troppo tardi, perchè un uomo di Albano Laziale, vicino Roma, è morto nonostante i disperati tentativi della figlia di mettersi in contatto con i soccorritori. è morto a causa di uno stato assassino che lascia crepare i cittadini facendo rimanere ‘in attesà per decine di minuti i familiari abbandonati a se stessi”. Lo dichiara Sandra Savino, parlamentare e coordinatrice regionale di Forza Italia Fvg. “All’inizio di quest’anno – prosegue l’esponente forzista – avevo presentato una proposta di legge, bocciata, per l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta per valutare la condizione complessiva del sistema sanitario italiano, con particolare attenzione alla qualità degli accessi al Pronto Soccorso e alla gestione del Numero Unico di Emergenza 112, che nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, sta provocando, per ora fortunatamente senza morti, una serie infinita di gravissimi ritardi e intoppi tecnici. Chi parla di rodaggio del sistema dovrebbe avere la decenza di misurare le parole, trattandosi non di macchine ma della vita delle persone“. “Ritengo il minimo, ora – precisa Savino – che chi è responsabile paghi per questo episodio indegno di un Paese che si dice civile e che il Ministro Lorenzin venga a riferire in Parlamento al più presto. Uno Stato che per negligenza – conclude – è incapace di garantire ai cittadini il diritto alla propria salute non è uno stato libero e democratico”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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