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Ancora sulle elezioni

Articoli di commento ai risultati elettorali. LEGGI DI SEGUITO –

Articolo di Ilvo Diamanti (Repubblica 21.6.16) La fede politica che perde le radici

“”Queste elezioni amministrative segnano, indubbiamente, una svolta. Annunciata da qualche tempo, ma oggi evidente. E irreversibile. La riassumerei in questo modo: in Italia il voto non ha più una geografia. In altri termini: ha perduto le sue radici. E, quindi, i suoi legami con la storia, la società, le identità che gli garantivano senso e continuità. D’altronde, fino a pochi anni fa, la geografia elettorale in Italia riproduceva in larga misura il profilo emerso nel dopoguerra. Dove gli orientamenti di voto, in alcune zone, si riproponevano sempre uguali, nel corso del tempo. Nonostante il mutamento del clima politico e degli stessi partiti. Alcuni dei quali, scomparsi. In fondo, nel 1994, Silvio Berlusconi aveva “fondato” Forza Italia sull’anti-comunismo. Recuperando le fratture sociali e territoriali del passato. Questa geografia era stata ridisegnata, profondamente, dall’irruzione del M5s, alle elezioni del 2013. Matteo Renzi ne aveva seguito le tracce, alle elezioni europee del 2014. Il suo Pd aveva sfondato il muro del 40%, affermandosi, a sua volta, in tutte — o quasi — le aree del Paese. Così le Italie politiche si erano confuse. Zone rosse, bianche, verdi, azzurre: tutte scolorite. Ebbene, queste elezioni amplificano queste tendenze. Infatti, se osserviamo il risultato dei 143 Comuni maggiori, risulta chiara l’impossibilità di individuare una chiave di lettura. Se non l’inutilità delle chiavi di lettura che utilizziamo per analizzare e interpretare il voto. Oltre un terzo delle amministrazioni — cioè, circa 50 — ha, infatti, cambiato colore.
Nello specifico, i governi di centro-sinistra dopo il voto si sono ridotti alla metà: 45, mentre prima erano 90. Il centro- destra ha mantenuto e anzi allargato un poco il numero delle città amministrate. Mentre il M5s è arrivato al ballottaggio in 20 Comuni e li ha conquistati praticamente tutti. Cioè, 19. Tra questi, Roma e Torino sono quelli che fanno più notizia. Comprensibilmente. Però il M5s si è affermato in tutte le aree. In particolare nel Mezzogiorno.
A Roma e a Torino, peraltro, le sue candidate hanno intercettato il voto dei giovani, dei professionisti, dei tecnici. Ma anche dei disoccupati. In altri termini: la domanda di futuro e la delusione del presente.
Colpisce, soprattutto, il cambiamento che ha coinvolto le regioni dell’Italia centrale. Tradizionalmente di sinistra. Tradizionalmente le più stabili. Dove, però, oltre metà dei Comuni di centrosinistra hanno cambiato colore. Ciò conferma la non-chiave di lettura suggerita in precedenza. Sottolineata dal risultato del non-partito per definizione. Il M5s. Che fra il primo e il secondo turno ha allargato i suoi consensi da 650 mila a più di 1 milione e 100 mila voti. Cioè, di oltre il 70%. Un segno della sua capacità di intercettare elettori “diversi”. Che provengono da partiti e da aree “diverse”. Ma soprattutto da “destra”, quando si tratta di opporsi ai governi di centrosinistra. Com’è avvenuto, in modo appariscente, a Roma e Torino, dove, nei ballottaggi, le candidate del M5s hanno allargato in misura molto ampia i loro consensi elettorali.
Per questo penso che il significato di questo voto vada oltre i contesti locali. Riflette una tendenza consolidata, che Matteo Renzi ha contribuito a rafforzare. Non tanto perché abbia personalizzato il voto amministrativo, anche se in qualche misura ciò è avvenuto. Ma perché ha accentuato il distacco fra politica e territorio. Enfatizzando la personalizzazione e la mediatizzazione. Il Pd, trasformato in PdR. E la campagna elettorale condizionata dal dibattito sul referendum “costituzionale”. Pardon, “personale”. Su Renzi medesimo. Così i sindaci e le città hanno perduto significato, importanza. E le elezioni amministrative sono divenute un’arena dove si giocano altre partite, con altri protagonisti. Dove il M5s, più di altri soggetti politici, è in grado di affermarsi. Nel passato, invece, il suo rendimento elettorale risultava molto superiore nelle scadenze nazionali, quando poteva riprodurre il disagio e la protesta. Mentre nelle elezioni amministrative non riusciva a ottenere risultati analoghi, in quanto non disponeva di figure credibili, come soggetti di governo. In ambito locale. Oggi, evidentemente, non è più così. Perché il M5s è presente, ormai da anni, sul territorio. E ha raccolto, intorno a sé, militanti e attivisti. Tuttavia, più degli altri attori politici, è in grado di canalizzare la “domanda di cambiamento”. Meglio ancora: i sentimenti e i risentimenti “in tempi di cambiamento”. Come quelli che stiamo attraversando.
Così questo voto rappresenta, al tempo stesso, una risposta e un segnale. Una risposta al dis-orientamento che ha investito molte zone del Paese. E, soprattutto, le aree urbane e metropolitane. In particolare: le periferie. Dove la “politica” ha perduto senso e radici. Ma anche un segnale, a modo suo, fragoroso, quanto il silenzio degli astenuti. Rammenta, infatti, che la “messa è finita”. Le fedeltà si sono perdute. Liquefatte. Come i partiti. Non per nulla ne ha beneficiato un non-partito liquido come il M5s. Così, ogni scadenza elettorale diviene — e diverrà — un passaggio senza destinazioni precise. Senza mappe e senza bussole che permettano ai cittadini e agli elettori di orientarsi. E agli analisti, come me, di interpretarne — e prevederne — i percorsi. Le ragioni. Le destinazioni.””

Articolo di Mattia Feltri (Stampa 21.6.16) “Cadono i santuari del Novecento. Gli elettori ormai lo fanno strano” Da Latina passata al Pd alla Toscana in cui si salvano i berlusconiani: lo schema destra-sinistra non regge più. E ai ballottaggi vince il M5S

“”Nei prossimi giorni leggeremo bei reportage sulla mitologia di Latina, nata Littoria il 18 dicembre del 1932, cinque mesi e diciotto giorni dopo la posa della prima pietra. Leggeremo dell’evocativa architettura razionalista e, forse, della stampa internazionale che esaltava il miracolo di rapidità ed efficienza del fascismo. Ripasseremo l’epica della bonifica dell’Agro Pontino e si cercheranno le ragioni della caduta di un santuario della destra italiana: sempre governata dai conservatori della Democrazia cristiana e nella Seconda repubblica dal Movimento sociale, da An, dal Popolo delle libertà, e ora finita nelle mani di liste civiche di sinistra scelte al ballottaggio dallo sproposito del settantacinque per cento dei votanti. Bisognerà poi occuparsi di Varese, la città di Umberto Bossi e di Roberto Maroni, persa dalla Lega dopo ventitré anni di dominio, e passata – sebbene di pochi voti – al Partito democratico. Che, distrutto a Roma e soprattutto a Torino – città governata a sinistra (o dal centrosinistra) dal 1970, quando il sindaco Giovanni Porcellana era appoggiato da democristiani, liberali e socialdemocratici – adesso comanda in tutti e dodici e capoluoghi lombardi, cioè il giardino di casa di leghismo e berlusconismo. Non c’è più una casamatta che resista. C’è Bologna, andata a sinistra ma soltanto dopo il ballottaggio, ed è meglio non dimenticare che gli ossessivi schemi mentali della nostra politica erano già saltati il 30 giugno del 1999, con la conquista di Palazzo d’Accursio da parte di Giorgio Guazzaloca, indipendente appoggiato da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
La questione è persino ripetitiva. Milano resta a sinistra e lo choc dei berlusconiani si era già consumato la volta precedente, con l’affermazione di Giuliano Pisapia. Ora lo choc è tutto romano per l’arrivo dei barbari, un sequel dello choc dell’aprile 2008, giorno di primavera alla fine del quale i tassisti fecero corteo e saluto di clacson attorno al Campidoglio: il nuovo sindaco, subito ribattezzato podestà con umorismo non privo di pigrizia, era Gianni Alemanno: cosa mai più vista dai tempi del Duce. Siccome i riferimenti novecenteschi continuano a essere suggestivi, oltre che presi molto seriamente, verrà sottolineata la fine del dominio Pd a Sesto Fiorentino, e giustamente si ricorderà che era chiamata la Stalingrado d’Italia: e cioè il luogo della resistenza massima al fascismo, soprattutto a fascismo morto. Quantomeno Sesto è andata a liste della sinistra ancora più a sinistra. Fra l’altro sui giornali e sui social network si leggono le esultanze dei forzisti per periferiche affermazioni in Toscana: a Grosseto (periferica fino a un certo punto),a Montevarchi, a Cascina, «strappate alla sinistra», scrive Deborah Bergamini del declinante cerchio magico del declinante Berlusconi. Dunque, che senso trovare all’andamento della storia se la sinistra perde anche Savona, che è nella Liguria non più rossa perché governata da Giovanni Toti, ex direttore di Studio Aperto?
Quasi trent’anni fa, Umberto Bossi dava della Lega una definizione che poi è stata ripresa – che coincidenza – da Beppe Grillo per il suo Movimento: «Non sta a destra né a sinistra, sta sopra». In quei tempi, a cavallo fra la fine della Prima e l’inizio della Seconda repubblica, uno degli slogan era «fascisti o comunisti, purché leghisti». Gli obblighi di schieramento posti dal bipolarismo hanno poi imposto alla Lega di scegliere la destra, ma già allora si intuiva – e se ne è discusso per i restanti due decenni – la crisi della dialettica destra-sinistra, diventata presto stucchevole con le accuse incrociate di stalinismo e mussolinismo (incredibilmente rispuntate anche in quest’ultima campagna elettorale). E per due decenni abbiamo raccontato la caduta di questo santuario o di quell’altro e continuiamo ancora oggi che la dialettica nuova è piuttosto evidente non soltanto in Italia ma in tutta Europa: la partita, altra ovvietà ripetuta allo sfinimento, si gioca fra chi si fida delle istituzioni e chi non si fida più. Eppure a sinistra e soprattutto a destra, dove non c’è stata competizione con i cinque stelle, si esulta alle sconfitte dell’avversario. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, è felice di aver individuato «un avviso di sfratto» per Matteo Renzi che sarà notificato con la disfatta al referendum grazie alla «forza» dei grillini. Quel poco che resta del duello destra-sinistra si consuma per far perdere il vecchio nemico e si finisce col far vincere il nemico nuovo, il Movimento cinque stelle. Che, come la Lega di una volta, non si sente né di qui né da là, e non ha nemmeno l’impiccio del bipolarismo.””

Articolo di Paolo Griseri (Repubblica 21.6.16) “Nei borghi operai dell’ex Pci “Qui ci impegniamo le fedi ma la sinistra non l’ha capito””

“”TORINO. Al bar Quadrifoglio, nella piazza della Falchera, Jessica e Donatella festeggiano: «Adesso che abbiamo votato la grillina, speriamo che cambi e ci diano l’alloggio». Lunedì pomeriggio, la città discute dell’esito del ballottaggio. Ma a Jessica e a Fabio il risultato del voto interessa poco: «Noi non facciamo politica. Quelle sono cose che piacciono a voi giornalisti che scrivete per i ricchi. A noi interessa avere una casa. La scorsa settimana Fassino ha mandato i vigili a sgomberarci e noi abbiamo votato per Appendino». Un semplice rapporto di causa-effetto. Nelle case popolari occupate la rabbia monta: «Vede quell’alloggio con le serrande abbassate al terzo piano sopra la tenda blu? L’avevamo occupato. Ci hanno cacciati con la forza. Hanno messo i vigili a dormire dentro per 3 giorni. Li pagavano 72 euro a notte. Adesso sono andati via e l’alloggio è vuoto. Perché non darcelo?».
Difficile sovrapporre a tutto questo la vecchia mappa sociale di Torino. Quando la piramide dei quartieri, dal centro alla periferia, riproduceva oltre i cancelli le stesse gerarchie della grande fabbrica fordista, con i capi in mezzo e gli operai nei capannoni più lontani. Che cosa resta dei borghi operai, quelli che un tempo votavano Pci e oggi hanno voltato le spalle a Piero Fassino? Nella giornata di domenica, nelle due circoscrizioni che comprendono le zone di Borgo Vittoria, Vallette, Barriera di Milano, Chiara Appendino, la brava ragazza bocconiana, ha preso 56.536 voti. Piero Fassino, che per anni ha guidato da questo quartiere la federazione del Pci di via Chiesa della Salute, ha racimolato 31.914 voti, 24mila in meno della sua avversaria. Un mare. Per la sinistra torinese l’antico Borgo Vittoria, chiamato così per celebrare la vittoria sui francesi nel 1706, è diventato improvvisamente Borgo Sconfitta. Per quale motivo? Perché Fassino è stato punito? «Nessuno lo ha punito, è solo che la gente ha deciso di cambiare », sostiene Gino Possetti, 77 anni, anziano militante del Pci, 26 anni trascorsi dietro il bancone della torrefazione «Chicco d’oro», cuore del quartiere. Possetti ha ereditato una lunga militanza di famiglia: «Mio zio — ricorda con orgoglio — aveva ospitato in casa il braccio destro di Giovanni Pesce, comandante partigiano. Io ero piccolo. Il partigiano girava per casa e mi diceva in dialetto indicando la mitraglietta: ‘Cit tucla nen’, bambino non toccarla che spara. Ecco io sono cresciuto così». E che cosa ha votato alle elezioni per il sindaco? «Al primo turno ho votato per Fassino. Non che lo conosca benissmo. L’ho incontrato qui una volta sola. Ma mi sembrava che avesse governato bene». E al secondo turno? «Lì ho cambiato, ho votato per la ragazza». Perché cambiare in corsa? «Mah non so. Questi dei 5 Stelle venivano sempre al mercato, parlavano con la gente. Mi sono detto: perché non dare una possibilità a questa ragazza? È giovane, è vivace, sembra che abbia voglia di fare».
I dati dicono che le due circoscrizioni della batosta del centrosinistra sono le uniche dove gli accessi ai servizi sociali sono più di 2.000 all’anno. Gli sfratti esecutivi nel 2011 erano stati 3.473 in tutta al città e di questi più del 90 per cento è stato per morosità. Quando Piero Fassino include «gli effetti della crisi» tra le cause della sconfitta fa riferimento a una situazione sociale che si è sfarinata progressivamente, divaricando le condizioni di vita tra centro e periferia. I dati dei servizi sociali torinesi dicono che la forbice si è allargata molto negli ultimi cinque anni. Quando Chiara Appendino fa riferimento alle «due città da ricucire », si riferisce, in fondo, alla stessa situazione. La Falchera non è il bronx ma è un posto dove Antonella ha scelto di impegnare la fede al monte di pietà: «L’ho sostituita con una finta, comperata a un euro su un sito internet». Dove Donatella e i suoi amici del bar Quadrifoglio montano le penne in casa: «Arriva un signore, il mediatore. Ci porta gli scatoloni con le parti delle biro. Se ne monti 10mila ti dà quaranta euro. 8 lire l’una, conta ancora in lire. Io e i miei ci roviniamo le mani e lavoriamo tutta la notte ».
Che cosa è rimasto delle barriere torinesi? Marco Novello si considera un miracolato: «La sera dello spoglio per le comunali sono andato a dormire con la certezza di aver perso. Nella nostra circoscrizione aveva vinto l’Appendino. La mattina dopo, quando è stato scrutinato il voto per il quartiere, sono diventato presidente di circoscrizione. Ho preso 3.000 voti in più della coalizione di Fassino. La gente vota chi considera più vicino ». Anche gli operai? «Gli operai? Gli operai sono pochissimi. I vecchi borghi sono popolati da pensionati, giovani precari e disoccupati. Tutta gente che è unita dalla rabbia. Se la prende con la sinistra perché ci identifica con il potere. In certi seggi delle Vallette Appendino ha superato il 70 per cento. L’hanno votata tutti, giovani e vecchi». Perché qui il Pd e Sel non sfondano più? «Perché abbiamo posizioni nobili e impopolari. Difendiamo gli immigrati, l’integrazione. Chi non ha lavoro o ha la pensione bassa vede gli immigrati come concorrenti ». Così la sinistra ha perso nell’ultima roccaforte del Novecento. Ogni gruppo sociale ha smesso da tempo di essere classe generale per diventare fortino che si difende disperatamente: «La sconfitta di Fassino — dice lo storico Giuseppe Berta — segnala che lo schema non funziona più nemmeno a Torino. E nasce dal ritardo con cui la sinistra ha deciso di abbandonare quello schema. Perché anche nella società torinese il fordismo è morto da decenni. Ora tutti, ma proprio tutti, sono costretti a prenderne atto ».””

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