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Anni di piombo: sorella Annarumma, "Il ricordo resti vivo"

di Lucia Licciardi

Napoli – “Quando vedo in televisione le immagini di scontri con la polizia penso sempre a mio fratello e mi domando perché lo fanno. I poliziotti sono lì per dovere”. A 47 anni di distanza il ricordo di Antonio Annarumma, il giovanissimo agente ucciso negli scontri del 19 novembre 1969 a Milano è ancora vivo nella mente della sorella Carmelina, che vive a Monteforte Irpino, paese d’origine dell’agente in forza al terzo reparto Celere della polizia di Milano. “Era partito per il servizio militare – racconta all’Agi l’anziana sorella – e poi ha deciso di raffermarsi nella polizia. Il giorno in cui superò i test, telefonò a casa ed era contento. Anche noi in famiglia eravamo contenti: non c’era lavoro e pensammo che almeno uno di noi si fosse sistemato”. Giovane, appassionato e convinto di avere tutto un futuro davanti a sé, Antonio Annarumma non nascose ai familiari la preoccupazione per l’autunno caldo di Milano. “Era stato in famiglia due giorni prima di quella manifestazione – ricorda Carmelina – e ci disse che a Milano c’erano problemi, che c’era uno sciopero e che doveva tornare. Il 19 novembre ci avvisarono nel pomeriggio e ci dissero solo che era grave. Mio padre Carmine, mio cognato e mio marito salirono sul primo treno, ma a Roma alcuni giornalisti chiesero di Annarumma, e mio padre capì che Antonio era morto. Si strappò i capelli e si graffiò il viso per la disperazione”. Dopo tanti anni neppure un colpevole. Il processo non ha individuato i responsabili del lancio di un tubo che trafisse il cranio di Antonio Annarumma mentre guidava un mezzo della Celere. “Non abbiamo saputo più niente – dice con amarezza Carmelina Annarumma – e forse non sapremo mai niente. Non è stata fatta chiarezza, solo il ricordo è ancora vivo”. Ogni anno al cimitero di Monteforte Irpino, dove è stato eretto un monumento del giovane agente, si tiene una cerimonia alla quale partecipano anche le scuole del Comune irpino. “I ragazzi mi chiedono sempre come fosse mio fratello e perché aveva scelto di entrare in polizia – racconta ancora Carmelina – e io dico che era un bravo ragazzo, pieno di speranze e che era contento del lavoro che faceva. Purtroppo è andata così. Ora c’è mio nipote che fa il poliziotto. Mia sorella non voleva perche’ aveva paura di perdere anche un figlio, dopo il fratello. Ma noi abbiamo insistito perche’ era giusto così”. 

 

 

 

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