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Antiche profezie attribuite arbitrariamente alla figura di Gesù

Questo mio primo articolo ha lo scopo di mettere in evidenza, nella storia della salvezza, il tentativo dei redattori dei Vangeli di Matteo e Luca, peraltro mal riusciti, di certificare il collegamento e la continuità, nei secoli, fra l’Antico e il Nuovo Testamento per dimostrare che l’avvento di Gesù sulla terra, in apparenza uomo ma nella realtà Figlio di Dio, era già stato stabilito nel disegno primordiale dell’Onnipotente e che l’ evento era già stato annunciato, per bocca di venerati profeti, nell’Antico Testamento.

La nascita di un Dio, di conseguenza, non poteva avvenire secondo le normali leggi biologiche che regolano i processi naturali e la vita stessa dell’uomo, ma doveva essere presentata alle masse di nuovi adepti come un avvenimento eccezionale, miracoloso: sostanzialmente un evento di portata sovrannaturale.
Matteo associa la nascita di Gesù alle parole che il profeta Isaia, ben 732 anni prima, aveva indirizzato al re del regno di Giuda, Achaz, in merito alla sua entrata in guerra a fianco dell’Assiria contro la lega Siro- Efraimitica. <<Tutto questo avvenne [la nascita sovrannaturale di Gesù] affinché s’adempisse quello che era stato annunciato dal Signore per mezzo del profeta Isaia [ Is 7,  14 ] che disse: ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio e lo chiameranno con il nome di Emmanuele che significa: “Dio con noi”>> ( Mt 1, 22-23 ).
Ora è d’obbligo investigare per chiarire in quale contesto storico Isaia pronunciò queste parole e se nella profezia vi sia una pur minima possibilità di un riferimento alla nascita di Gesù. L’Assiria, sotto il regno di Teglat- Falasar III che governò fra il 745 ed il 727 a.C., per mire espansionistiche mosse alla conquista degli stati occidentali fra cui erano compresi la Siria ed il regno di Israele ( detto anche regno di Efraim ).
Per scongiurare il pericolo Rason, re di Siria e Fakeh, re di israele  si allearono, nel 733 a.C., in  una lega chiamata Siro – Efraimitica. Fu invitato ad aderire alla lega anche il re di Giuda Achaz, il quale rifiutò l’invito poiché voleva trattare la pace singolarmente con il re assiro.
Le armate della lega Siro – Efraimitica aggredirono il regno di Giuda ma Achaz, non tenendo in alcuna considerazione i consigli del profeta Isaia, chiese aiuto al re assiro il quale, con una repentina azione militare sconfisse, nel 732 a.C. l’ alleanza Siro – Efraimitica. La Siria cadde sotto il pesante dominio del re assiro mentre il regno di Israele, con la conquista della capitale Samaria fu definitivamente smembrato nel 722 a.C.. Achaz, re del regno di Giuda, dovette assoggettarsi al pagamento di onerosi tributi per risarcire le spese di guerra sostenute dal re assiro Teglat – Falasar III cadendo, praticamente sotto il dominio economico dell’Assiria.
Il ruolo del profeta Isaia, nella vicenda, fu quello di rassicurare il re Achaz sul fatto che i due nemici che avevano mosso guerra contro di lui ( la Siria e il regno di Israele ) non avrebbero ma i potuto conquistare il regno di Giuda, poiché questo territorio era sotto la diretta protezione di Dio. Isaia, pertanto, sconsigliava Achaz di allearsi e diventare amico dell’Assiria e lo esortava a chiedere al Signore un segno quale prova della volontà dell’Altissimo di salvare dall’imminente pericolo il suo popolo prediletto. Il re Achaz rifiutò il consiglio di Isaia dimostrando, così, di avere più fiducia nel re assiro che in Dio onnipotente. Il profeta Isaia, sdegnato, pronunciò la celebre sentenza ripresa da  Matteo nel suo Vangelo: << Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio e lo chiameranno Emmanuele […]. Il Signore manderà su di te e sul tuo popolo […] giorni quali non vennero da quando Efraim si staccò da Giuda: manderà il re di Assiria >> ( Is 7, 10-17 )
Nella lingua ebraica, per esprimere il concetto di “donna vergine” senza limiti di età, quindi non toccata da uomo, era usato il termine “betulah”. Isaia, invece, nella sua profezia utilizza la parola “almah” che designa una giovanissima donna in età da marito, quindi vergine, ma che cesserà di essere tale nel momento in cui conoscerà, nell’intimità, il suo legittimo sposo.
Il rotolo di Isaia (1QIsa); (1QIsb ), rinvenuto nelle grotte di Qumran, conferma che la parola in lingua ebraica utilizzata in origine era “almah” che significa appunto “giovane donna” e non “vergine”. Con ogni probabilità, quando l’Antico Testamento, scritto in lingua ebraica, fu tradotto in greco dai “Settanta”, la parola “almah” fu tradotta con il termine greco “parthenos” che ha il significato di “vergine” e non di “giovane donna”. Lo stesso errore fu commesso da Girolamo quando compose la “Vulgata” cioè la traduzione dell’Antico Testamento dal greco al latino traducendo la parola “almah” con il termine latino di “virgo” che appunto significa “vergine”.
Il nome Emmanuele, che in ebraico ha il significato di”Dio con noi”, è un nome simbolico, bene augurante che vuole indicare la protezione e la benevolenza di Dio verso la persona che lo possiede. Gli antichi Ebrei identificarono nell’Emmanuele il figlio del re Achaz: Ezechia e nella “giovane donna”( almah ) la sua sposa. Nel quattordicesimo anno del regno di Ezechia (701 a.C.) IL re di Assiria Sennacherib invase il territorio diGiuda, battè gli Egiziani alleati di Gerusalemme proprio così come aveva profetato Isaia al re Achaz trentadue anni prima (II Re 18, 1-37); (II Re 19, 1-35). Una violentissima pestilenza colpì, tuttavia, l’esercito ormai vittorioso di Sennacherib che fu così costretto a ritirarsi dal regno di Giuda. In Ezechia si realizzarono le parole del profeta Isaia poiché egli fu, con l’aiuto del Signore, il liberatore del regno di Giuda e sotto la sua guida il popolo conobbe un periodo di pace e di prosperità senza precedenti. Di lui è detto: << Fra tutti i re di Giuda nessuno fu simile a lui né fra i suoi successori né fra i suoi predecessori >> (II Re 18, 5 ).
Non è, però, né giustificabile, né ammissibile che Matteo, per attribuire la nascita verginale, quindi sovrannaturale di Gesù, prenda come riferimento un episodio accaduto più di settecento anni prima in un contesto storico chiaro e ben definito sia nei personaggi coinvolti sia nei fatti avvenuti quali erano quelli in cui il profeta Isaia pronunciò il suo oracolo. Risulta così evidente e ben delineata l’ingannevole e mistificatoria operazione teologica condotta dall’evangelista Matteo: forzare l’Antico Testamento per poter affermare e far credere alle masse di adepti che l’avvento di Cristo era già stato prestabilito, nel piano originario del Dio biblico onnipotente, non solo per dare salvezza al popolo ebraico, ma anche per redimere e salvare, con la sua morte, l’umanità intera affrancandola dalle dolorose macchie del peccato.
Sembra incredibile, ma sono molteplici e diversificati gli approcci ed i tentativi messi in atto dagli evangelisti, nella stesura dei loro Vangeli, per far credere alle masse di cristiani che l’avvento di Gesù, quale messia e liberatore di Israele era già stato annunciato nelle Sacre Scritture, molti secoli prima, per bocca di importanti e venerati profeti. Non vi è dubbio alcuno che i vari redattori dei Vangeli abbiano forzato arbitrariamente la mano, commettendo il grave errore di fornire false comunicazioni, un vero e proprio plagio, tendenti ad attribuire ad un soggetto prerogative e meriti che in realtà appartengono ad altri.
L’evangelista Matteo, ad esempio, nel suo affannoso tentativo di presentare Gesù sia come cerniera fra l’Antico ed il Nuovo Testamento, sia come il Messia davidico aspettato dal popolo ebraico, è costretto a far nascere Gesù a Betlemme di Giudea poiché uno degli attributi fondamentali per aspirare al titolo di Messia doveva essere la discendenza davidica. Il Vangelo di Marco, il più antico fra i Vangeli canonici ( 70 d.C. ), fa capire che Gesù era originario di Nazareth di Galilea ( Mc 1, 9 ). Matteo e Luca, seppur con modalità diverse, narrano, invece, che  Egli nacque a Betlemme di Giudea, città natale di Davide, poiché in Gesù, secondo Matteo doveva compiersi l’oracolo del profeta Michea: << Il re Erode domandò ai sacerdoti dove doveva nascere il Cristo, essi gli risposero: a Betlemme di Giudea; così, infatti, è stato scritto dal profeta ( Mic 5, 1-12 ): e tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele; [ le sue origini sono…dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà (Mic 5, 1-2 )] >> ( Mt  2, 4-6 ). Il profeta Michea visse ed esercitò il suo ministero al tempo dei re di Giuda  Achaz ed Ezechia ( 736 – 687 a.C. ) e fu contemporaneo del profeta Isaia. Scrisse il suo oracolo in uno dei periodi più travagliati della vita ebraica. Era già avvenuta la distruzione del regno scismatico del nord ( regno di Israele ) e la conquista della Samaria da parte degli Assiri. Nel regno di Giuda ed in Gerusalemme prosperavano la corruzione e la decadenza dei costumi.
Il Messia, secondo Michea, sarebbe nato dalla stirpe di Davide nel paese di Betlemme di Efrata. Sotto il suo governo, con l’aiuto di un numero sufficiente di capi e di un grande esercito, egli avrebbe liberato il suo popolo dai potenti nemici Assiri mandati dal Signore quale castigo per l’immorale condotta delle classi dirigenti giudaiche. Il Messia, dopo la liberazione del regno di Giuda, avrebbe riunito i due regni scismatici ( regno di Israele e regno di Giuda ) ed avrebbe difeso ad oltranza l’integrità territoriale di Israele. Michea identifica, nel suo oracolo, “l’Emmanuele” e “la vergine”, ( l’almah ) di Isaia rispettivamente con “il dominatore di Israele” nato a Betlemme e con “colei che deve partorire”.
Sia per Isaia, sia per Michea, il messia è il liberatore dagli Assiri, cioè Ezechia re di Giuda che nel 701 a.C., grazie all’aiuto del Signore scacciò gli Assiri dal regno di Giuda. Anche in questo caso l’Antico Testamento spiega, seppur in maniera non del tutto chiara ed esaustiva, il contesto storico, i riferimenti e le circostanze in cui il profeta Michea pronunciò , settecento anni prima della nascita di Cristo, il suo oracolo.
E’ Matteo che fa fuggire Giuseppe in Egitto per mettere al sicuro la sua famiglia dal terribile disegno di Erode il grande di uccidere tutti i bambini nati a Betlemme dai due anni in giù. I Magi gli avevano riferito che fra questi bambini si nascondeva colui che sarebbe diventato il futuro re di Israele. Giuseppe rimase in Egitto fino alla morte di Erode che avvenne nel 4 a.C..
Matteo, con una costanza che sfiora la pura ingenuità e che toglie qualsiasi credibilità ai suoi racconti, fa compiere alla sacra famiglia viaggi e peripezie di ogni genere affinché venissero a compimento e si realizzassero in Gesù due oracoli menzionati nell’Antico Testamento: il primo del profeta Osea che recita: << […] dall’Egitto ho richiamato mio figlio >> ( Os 11, 1). Osea svolse il suo ministero al tempo dei re di Israele Geroboamo II ( 783-743 a.C. ) e Menachem ( 743-738 a.C. ) e quindi era cittadino di quel regno scismatico, il regno del nord o regno di Israele, che si era separato dal regno di Giuda nell’ 831 a. C. dopo la morte del re Salomone. Il tema fondamentale di Osea è incentrato sulla condotta disdicevole di Israele verso l’Altissimo che, nel libro, è rappresentato come lo sposo del suo popolo. Osea considera, nella storia della salvezza, l’uscita dall’Egitto sotto la guida di Mosè e la permanenza degli Israeliti nel deserto come uno dei periodi più importanti e fecondi della fedeltà del popolo ebraico verso Dio. Ed è proprio nella rievocazione di un passato lontano (l’esodo del popolo ebraico dall’Egitto) che è situato il contesto in cui Osea pronunciò le parole riportate da Matteo: << Dall’Egitto ho richiamato mio figlio >> ( Mt 2, 15 ). Sicuramente il profeta non intese attribuire il senso del suo oracolo al ritorno di Gesù, insieme alla sua famiglia, dall’Egitto, evento molto dubbio e comunque verificatosi circa sette secoli dopo.
Il secondo oracolo del profeta Osea è riferito alla strage degli innocenti che secondo Matteo sarebbe stata messa in atto da Erode per eliminare Gesù. << Allora si adempì ciò che sarebbe stato enunciato dal profeta Geremia [Gr 31, 15] quando disse: un grido in Rama si udì, pianto e grave lamento. Rachele piange i suoi figli né ha voluto essere consolata perché non sono più>> (Mt 2, 17-18). Nell’oracolo menzionato da Matteo, Geremia immagina che Rachele, moglie di Giacobbe, morta durante il parto di suo figlio Beniamino, piangesse e si disperasse nella tomba per la massiccia deportazione e le sofferenze che avrebbero dovuto patire i suoi discendenti durante la schiavitù babilonese. (Rama era stato il luogo di concentrazione dei prigionieri Ebrei da cui poi sarebbero stati deportati a Babilonia). Anche in questo caso il contesto delle parole di Geremia è stato individuato con certezza: l’immaginario pianto di Rachele non è rivolto alla presunta strage degli innocenti perpetrata da Erode il grande per uccidere Gesù circa seicento anni dopo, ma  alla sua progenie sofferente durante la cattività babilonese.
Ora, dall’esegesi svolta in questo articolo appaiono evidenti e chiare le forzature effettuate dagli evangelisti per attribuire a Gesù caratteristiche sovrannaturali per elevarlo al rango di figlio di Dio. In special modo l’evangelista Matteo, con un’arroganza che sfiora l’incoscienza, ha manipolato arbitrariamente, falsificandoli, fatti storici ben conosciuti e documentati attribuendoli, ingannevolmente, ad un evento che si sarebbe verificato ben settecento anni dopo: la nascita di Gesù. A mio avviso questo è un indice molto significativo della tracotanza e dei pochi scrupoli con cui gli evangelisti costruirono le basi storiche dei Vangeli di Cristo. La volontà di creare, sulla storia di Gesù, un’organizzazione di potere: la futura Chiesa spinse gli evangelisti alla menzogna ed all’inganno pensando, forse, che nessuno sarebbe stato in grado di scoprire la truffa e che i futuri seguaci avrebbero comunque accettato e digerito di buon grado il fatto compiuto. Ed è esattamente ciò che è avvenuto.

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