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Archivio segreto della Chiesa

Castillo Lara, il venezuelano amico di Wojtyla. 

La bonifica dello Ior parallelo, la gestione omissiva della vicenda Enimont e la morbida fuoriuscita di de Bonis non rispondono comunque agli interrogativi su garanzie, coperture e complicità che pesantemente hanno condizionato le scelte delle gerarchie in Vaticano. Già si è detto della storia e dell’abilità mimetica del prelato, delle relazioni e dei suoi influenti clienti, e anche del particolare periodo storico. Ma ritenere che possa esser stato lui solitario manovratore, artefice di tutto, persino come erede dei segreti di Marcinkus e imboccato dalla vecchia guardia, appare riduttivo.
Il più potente in quegli anni non è il cardinale Angelini, plenipotenziario ministro della Sanità del Vaticano, non è nemmeno Macchi, potente segretario di papa Paolo VI, non è l’americano O’Connor, nemmeno Andreotti & C. De Bonis conta sulla benevolenza del suo diretto controllore, del presidente della Commissione di vigilanza dello Ior, il cardinale José Rosalio Castillo Lara, personaggio decisivo nello scacchiere del potere entro le mura. Uno dei pochissimi che si confronta direttamente con Giovanni Paolo II, non solo sulle dotte riforme di diritto canonico delle quali è attento studioso e raffinato promotore. Per dirla con la battuta che ancora circola nei sacri palazzi, «la targa del Vaticano SCV è l’acronimo di “Se Castillo Vuole”».
Castillo Lara nasce in Venezuela, regione di Aragua, una tra le più arretrate del paese, il 4 settembre 1922. Il paese natio è San Casimiro (santo protettore, coincidenza vuole, proprio della Polonia), borgo rurale di duemila anime contadine e oggi cittadina con quasi 30 mila abitanti. Nipote dell’arcivescovo di Caracas e primate del Venezuela Lucas Guillermo Castillo, Rosalio entra da ragazzo nel noviziato dei salesiani di Don Bosco a Bogotá, in Colombia, e a ventisette anni viene ordinato sacerdote per poi laurearsi in diritto canonico all’Ateneo salesiano di Torino, dove insegnerà fino al 1957. Rientra quindi in America Latina, fino a quando, nel 1975, la nomina a vescovo voluta da Paolo VI lo spinge a trasferirsi a Roma. Il papa gli chiede di adoperarsi per la stesura del Codice di diritto canonico.
Un’opera monumentale che richiede la consulenza di un centinaio di professori universitari fino a quando, nel 1983, si concludono finalmente i lavori. Giunto in Vaticano, Castillo Lara presiede diverse Commissioni, da quella disciplinare a quella per la revisione e l’interpretazione autentica del Codice di diritto canonico.
Figura d’indiscusso carisma, il venezuelano raccoglie la fiducia del papa e diventa autorevole punto di riferimento per le tavole del diritto. Si rivolgono a lui vescovi e porporati, rimanendo affascinati dalle dotte analisi di questo sudamericano dai modi bruschi ma di cultura sterminata. Creato cardinale nel Concistoro del 25 maggio 1985, deve soprattutto a Wojtyla i radicali cambiamenti della sua vita. E infatti nel dicembre del 1989 che il pontefice lo indica come plenipotenziario ministro del Tesoro della Santa Sede per seguire le finanze e bilanciare la nomina del laico Angelo Caloia alla presidenza dello Ior. In pochi mesi sul cardinale convergono incarichi di assoluto prestigio che ne allargano l’influenza.
E uno dei pochissimi porporati nella storia della Santa Sede, se non l’unico, a presiedere sia l’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (la banca centrale), sia il Governatorato della Città Stato del Vaticano, in pratica l’Ente che amministra lo Stato, sia, appunto, la Commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior. In pratica una figura che unisce il ministro del Tesoro, quello dei Lavori pubblici e il governatore dello Stato. A lui si devono le opere edilizie più significative del Vaticano per il Giubileo del 2000, quando ai piani nobili della Pro Fide di piazza di Spagna ritroveremo il brillante architetto de Bonis a presiedere le riunioni per i lavori dell’impregilo (all’epoca gruppo Fiat) con discussioni ben protette dalle doppie porte imbottite degli uffici più discreti. Capelli corvini, battuta tagliente, l’architetto de Bonis sosteneva d’essere nipote proprio del prelato Donato de Bonis.
Oltretevere, a Castillo Lara si devono opere imponenti come la Casa di Santa Maria che dal 1996 ospita i cardinali in Conclave, l’ampliamento degli ingressi dei musei e il parcheggio sotto la piazza della vecchia stazione delle ferrovie vaticane.
In questi anni Castillo Lara consolida gli interessi e valorizza amicizie. A iniziare da quella con discussi costruttori come Domenico Bonifaci, abruzzese partito da Tagliacozzo e oggi a capo di un impero tra editoria, costruzioni e finanziarie. Proprio l’immobiliarista che nella vicenda Enimont fornisce a Gardini i fondi neri in Cct per il pagamento delle bustarelle. Proprietario del quotidiano «Il Tempo», arrestato più volte negli anni Novanta per corruzione, nella capitale Bonifaci era il re del mattone. Di quella generazione cresciuta negli anni Settanta alla velocità degli alveari che soffocano l’Urbe. E opera direttamente in Vaticano, anche lui introdotto dal solito monsignor de Bonis, grazie a diversi conti aperti nel comparto parallelo dello Ior.
Peccato che per statuto e finalità la banca vaticana dovrebbe annoverare nella sua clientela soprattutto enti, istituzioni religiose, dipendenti della Santa Sede. Ma Castillo Lara ha sempre minimizzato, anzi escluso con una certa sfrontatezza che imprenditori potessero essere clienti dello Ior.
I conti dell’immobiliarista Bonifaci Invece, nel 1991, con Caloia presidente e Castillo Lara appunto a capo della Commissione di vigilanza, Bonifaci inizia a operare con la banca del papa utilizzando il proprio nome e cognome. L’escamotage è evidente. L’articolo 2 dello statuto bancario prevede che lo Ior possa accettare anche «beni con destinazione almeno parziale o futura per opere di religione». O si allega un testamento nel quale si indicano disposizioni per opere per la Chiesa oppure viene fissata una percentuale sugli interessi che è sempre vantaggiosa visto che lo Stato li tassa al 30 per cento. Per Bonifaci si arriva al 10 per cento sui conti e al 7 per cento sui titoli con un risparmio netto significativo.
Bonifaci ottiene così l’apertura di un deposito valori e vi immette titoli italiani per 10 miliardi. A siglare le operazioni è direttamente l’allora direttore Bodio, che fa fìnta di nulla. Approva anche se Bonifaci non ha alcun titolo per operare in quella banca. In pochi mesi l’immobiliarista deposita Cct per altri 10,5 miliardi e ottiene l’apertura di diverse pertinenze che intesta anche alla moglie, Clorinda Chec-chia.6 Come qualsiasi sacerdote correntista dello Ior, il costruttore consegna le sue volontà testamentarie in busta chiusa alla banca. «Dispongo che tutti i valori che risulteranno al tempo della mia morte a mio credito passino di proprietà a mia moglie Clorinda, e alle mie figlie Diletta, Federica e Flaminia».
A Bonifaci vengono garantiti interessi davvero inconsueti: l’11,75 per cento annuo sui fondi vincolati. Una corsia preferenziale che obbliga i pii bancari ad aprire un ulteriore conto corrente, ex novo. Si tratta di interessi superiori di quasi 4 punti rispetto a quelli già generosi riservati dallo Ior a monache e frati, enti religiosi e chiese (in genere l’8 per cento) per le loro meritorie opere di bene. L’effetto è immediato: i 20,5 miliardi che deposita lievitano a 24 miliardi in pochissimo tempo. Come mai questo trattamento così favorevole? atti dell’archivio Dardozzi emerge che Bonifaci avrebbe utilizzato questi conti per operazioni non sempre limpide. Sul deposito 001-3-17624 vengono accreditati 35,6 miliardi. Metà arrivano dai Cct della provvista Enimont. Di questi ben 4 miliardi non compaiono negli elenchi della Procura. Il saldo dell’altro conto 001-6-02660-Y del costruttore ammonta invece a 24 miliardi.
Quando, nell’ottobre del 1993, la rogatoria Enimont chiama in causa il Vaticano, l’immobiliarista non ci pensa un attimo. Si precipita alla Santa Sede. Ripete quanto ha appena rivelato ai magistrati, allertando così i porporati; avrebbe inoltre avanzato una singolare proposta che finisce in un appunto allegato alla relazione sulle movimentazioni del costruttore firmata dal vicedirettore generale Scaletti per Caloia e Dardozzi:
Bonifaci ha fornito due elenchi di titoli, il primo per un nominale di circa 110 miliardi e il secondo per un nominale di circa 60 miliardi, che comprendono i titoli utilizzati per la nota operazione, tangente Enimont, che ha precisato è stata di 140 miliardi. Il primo elenco è già in possesso degli inquirenti italiani. Esso contiene parecchi titoli riscontrabili in alcune posizioni note (Serafino, Louis, Bonifaci). La Guardia di finanza sulla base di tale elenco e delle segnalazioni bancarie avrebbe già ricondotto a noi titoli per circa 30/40 miliardi. Il secondo elenco verrà consegnato dal Bonifaci agli inquirenti milanesi martedì 12 ottobre. Bonifaci sarebbe disposro a togliere alcuni titoli eventualmente transitati dall’Istituto ma noi non gli abbiamo fornito alcuna indicazione. Quest’ultimo elenco conferma comunque le tracce Serafino e Louis, includendo Spellman.
Bonifaci asserisce che il suo ruolo nell’operazione immobiliare con Milano non lo espone a conseguenze penali. Avrebbe venduto immobili per circa 1000 miliardi, retrocedendo in nero 140 miliardi e utilizzando fondi personali senza quindi esporsi a reati societari. Nel turbinio di certificati obbligazionari ammette di avere fatto qualche commistione tra certificati propri e quelli relari-vi all’operazione. Assicura comunque di avere consegnato alla controparte tutti i 140 miliardi dovuti, senza appropriarsi di nulla. Dieci certificati per un nominale di 10 miliardi, segnati come apparte nenti all’operazione milanese sono stati da lui depositati sul suo fondo. Questo particolare non è ancora noto agli inquirenti milanesi e lui tenterà fino all’ultimo di tenerlo riservato… E apparso teso e impaurito. Ci farà sapere eventuali notizie che possano riguardarci di cui dovesse venire a conoscenza.
C’è anche il rischio che in qualche modo trapeli il saldo dei suoi conti. In questo caso Bonifaci ha già previsto la linea difensiva da adottare: Nel caso la sua posizione creditoria verso l’Istituto (circa 24 miliardi) — prosegue il documento elaborato probabilmente da Clapis — divenisse nota, tenterà la tesi difensiva della fondazione attuata per captare la benevolenza del cardinale con cui stava trattando l’operazione immobiliare romana (Acquafredda).
L’alibi proposto ci porta a un altro intreccio nelle fìtte trame di quegli anni. Tra Bonifaci e proprio Castillo Lara, che abbiamo visto ai più alti piani della Santa Sede. Subito dopo la vicenda Enimont, in piena Mani pulite, l’immobiliarista sta per chiudere insieme al Vaticano un’enorme operazione immobiliare nella capitale.
Il patrimonio della Chiesa ha sempre ingolosito Bonifaci, a iniziare dai terreni alle porte dell’Urbe sui quali possono concentrarsi piani di lottizzazione e speculazioni edilizie. Il passaggio è semplice. Prima monsignor de Bonis introduce il costruttore in banca, poi assicura la giusta valorizzazione di Bonifaci agli occhi di Castillo Lara che, essendo a capo dell’Apsa, controlla i beni della Romana Chiesa e apprezza il facoltoso cliente. Bonifaci inizia così a valutare alcune acquisizioni con Castillo Lara. In particolare vuole mettere le mani su una proprietà storica, quella Tenuta di Acquafredda che si estende per 140 ettari nell’Agro romano tra via Aurelia e il raccordo anulare.
A giugno del 1992 Bonifaci offre al venezuelano preliminarmente ben 120 miliardi, parte in contanti, parte in case in costruzione.Castillo Lara è allettato. La valutazione, secondo coinvolgimento del Vaticano nella vicenda Enimont. Il 14 ottobre 1993 si tiene infatti una riunione strategica tra i membri del Consiglio di sovrintendenza, presieduto da Caloia, e i cardinali O’Connor, l’ex segretario Casaroli, il ministro «dell’Interno» dello Stato vaticano Martinez Somalo e, appunto, Castillo Lara. Di fronte a una situazione che rischia di finire fuori controllo, tutti i partecipanti rimangono colpiti dall’atteggiamento di Castillo Lara:
«Un misto di sufficienza e di insofferenza – denuncia Caloia a Sodano – un tentativo di divagare e di continuamente interrompere, la volontà di precludere una approfondita conoscenza da parte degli eminenti Colleghi, la fretta di chiudere e lasciare la riunione».
L’incontro è decisivo, si parla delle «fondazioni maggiormente esposte rispetto agli interrogativi di questi giorni… Forte è emersa la preoccupazione per il clamore che interverrà. Solo il cardinale Castillo Lara è parso minimizzare e divagare, al limite di mettere a prova la pazienza dei convenuti». Caloia non si spiega questo atteggiamento, se non con l’ambiguo rapporto che lo lega a Bonifaci e alle loro trattative immobiliari. È il 19 ottobre 1993 quando chiede l’intervento della «suprema autorità» di Sodano:
Poiché «a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina» aggiungerò una mia inrerprerazione, almeno parziale, delle cose. Il cardinale presidente sembra unicamente preoccupato di seguire le tracce del sig. Bonifaci, l’immobiliarista da lui ben conosciuto e con il quale egli ha intrecciato rapporti non andati a buon fine e probabilmente più estesi di quanto non lasci supporre la pur enorme vicenda del-l’Acquafredda. E pertanto ansioso di conoscere e sistemare quanto prima possibile ogni partita che riguardi il nominato «personaggio». Di più ancora: l’atteggiamento di sufficienza dell’esposizione mia agli Eminenti Cardinali e il tentativo di spiegare lui gli eventi (anche con nuove interviste e anche con l’invio di incauti esploratori, alla Gibellini, presso sedi esterne) rivelano un pericoloso tentativo di appropriarsi di una vicenda che invece richiede ben altre doti; equilibrio e saggezza.

Il portafoglio del pontefice

Ma il rapporto tra Castillo Lara e il santo padre frena il segretario di Stato, che passa sopra gli incidenti segnalati da Caloia. Persino l’iperbolica rivalutazione dell’affìtto che l’Apsa di Castillo Lara sollecita alla banca non viene osteggiata, seppure esploda dalle simboliche 65mila lire, pagate dal lontano 19438 sino l’ultima volta nel febbraio del 1994, a ben due miliardi annui.
La questione è però un’altra. Castillo Lara raccoglie in prima persona le volontà papali ed esegue le disposizioni finanziarie di Giovanni Paolo II. E in pratica l’amministratore personale del papa, gestisce il suo portafoglio, tutela e rivendica i suoi diritti. E il caso, per esempio, della Fondazione elvetica Surava, un ente di beneficenza che agli inizi del 1990 è arrivato a possedere un patrimonio stimato in 52 milioni di franchi svizzeri.
La fondazione è del marchese romano Alessandro Gerini, che alla morte lascia tutti i suoi beni a un’opera benefica. Qui preme anticipare invece come Castillo Lara si sia attivato subito dopo la scomparsa del marchese affinché i beni della Surava rimanessero fuori dall’asse ereditario per confluire nella disponibilità del papa. Aperto il testamento, il venezuelano vola a Zurigo, incontra gli amministratori della fondazione e il gestore, il signor Wiederkehr. Si spende affinché il patrimonio della fondazione finisca nel portafoglio del sommo pontefice.
Castillo Lara fa presente di aver visionato proprio in Svizzera «un documento manoscritto del defunto marchese Gerini che in data 21 dicembre 1988 confermava pienamente la sua volontà di lasciare il sommo pontefice come secondo beneficiario della “Fondazione Surava”, al quale doveva quindi passare il patrimonio della medesima dopo la sua morte». Insomma, anche da alcuni colloqui con Gerini, Castillo Lara ricorda a tutti che «risulta chiaramente esser stata volontà del defunto marchese che il patrimonio della Surava rimanente ancora in Svizzera fosse di libera disposizione del sommo pontefice», figura che il venezuelano tutela e rappresenta.
Una «inequivoca volontà» che di certo non si può disattendere. Sempre su indicazione del papa, Castillo Lara accompagna direttamente in banca anche arcivescovi e cardinali per disporre finanziamenti e bonifici. Come il 15 febbraio 1994, quando arriva in Vaticano l’arcivescovo metropolita di Riga Janis Pujats, oggi cardinale. Castillo Lara lo introduce allo Ior su indicazione di Wojtyla per compiere una rilevante operazione bancaria. Consegna al manager Perrone «le indicazioni del caso», inviando l’indomani a Caloia «copia della lettera della segreteria di Stato in proposito», con un biglietto di ringraziamento «per la prontezza ed efficienza con cui si è data esecuzione a questa disposizione del santo padre».
E l’effetto della visita apostolica del papa in Lettonia e negli altri due paesi baltici, Lituania ed Estonia, compiuta qualche mese prima. È il frutto delle preghiere al Santuario di Aglona, cuore mariano della Lettonia. Prosegue infatti l’azione incisiva del santo padre nei paesi dell’ex blocco comunisra per far crescere una Chiesa colpita dalle persecuzioni. Sul papa ha avuto effetto l’incredibile storia personale di Pujats, obbligato nel 1984 ad abbandonare la Curia perché il regime di Mosca lo ha dichiarato «persona non grata».
Costringendolo quindi alla fuga e a tornare a lavorare in parrocchia come semplice curato. Quando poi nel 1991 la Lettonia si stacca dall’Unione Sovietica, Pujats viene indicato dal papa come arcivescovo. Da Giovanni Paolo II, Pujats è creato e riservato in pectore nel Concistoro del 21 febbraio 1998. Quanto abbia incassato l’arcivescovo per la sua missione non è noto, né qui è particolarmente rilevante. E eloquente invece di un rapporto alle più alte sfere che giustifica la cautela dei cardinali. L’autonomia di Castillo Lara è indiscussa.
Caloia prova a forzare la segreteria di Stato affinché assuma una posizione. Ma Sodano si muove con prudenza, come quando riesce a far cambiare idea al cardinale che vuole chie dere a Giovanni Paolo II «autorizzazione per la stesura di una pubblicazione sullo Ior intesa a dare risposte alle maldicenze circolanti. Tale pubblicazione andrebbe ad abbracciare un vasto periodo e riferirsi anche alle penose vicende del passato» L’edizione rischia di aprire, ancora, nuovi fronti. Non verrà mai pubblicata. Nello stesso periodo Castillo Lara scarica definitivamente de Bonis sollecitando proprio Caloia a «tirarsi via di dosso – sono le parole del cardinale – in modo definitivo» il personaggio in questione.
Secondo il Codice di diritto canonico, con il raggiungimento dei settantacinque anni di età gli incarichi cessano. L’età «canonica» comporta quindi le dimissioni che in genere scattano dopo un periodo di proroga. Castillo Lara viene invece subito sostituito al Governatorato dal cardinale Edmund Szoka, polacco di Detroit, vicino al papa e al suo segretario monsignor Stanislao Dziwisz.
Nel 1997 lascia quindi ogni responsabilità in Vaticano e dopo cinquant’anni di assenza rientra in Venezuela. Qui si scontra con il presidente Hugo Chávez in una battaglia quotidiana: «È un dittatore paranoico – dichiara ai giornali —. La paranoia gli fa perdere il senso della realtà». Il 16 ottobre 2007 alle 7.40 una crisi respiratoria gli toglie la vita nel centro medico di Caracas, dove era ricoverato dal 19 settembre.
Benedetto XVI, in un telegramma di cordoglio spedito all’Arcivescovo di Caracas, il cardinale Jorge Liberato Urosa Savino, si dice rattristato della morte, giunta dopo «una malattia vissuta con grande serenità», di questo «zelante pastore che ha servito la Chiesa con tanta carità. Testimoniando una grande dedizione alla causa del Vangelo, dando prova del suo profondo amore per la Chiesa».
Fiori bianchi sull’altare per il trigesimo della morte. È l’attuale segretario di Stato Tarcisio Bertone, anche lui salesiano, a scegliere parole di stima incondizionata: «La vita terrena del cardinale Castillo Lara – afferma nell’omelia – ha avuto il timbro della saggezza e, grazie ai suoi studi giuridici, ma anche alla sua personale coerenza di vita, egli ha indotto molti a praticare la giustizia con la lucida con sapevolezza dell’inscindibile binomio cristiano: giustizia e carità, “perché l’uomo – dice anche Benedetto XVI -, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore”».

I soldi di Fiorani a Castillo Lara

Ma negli anni Novanta la situazione è assai più compromessa di quanto oggi traspare dai ricordi che la gerarchia vaticana esprime sui personaggi di un tempo. Non solo lo Ior parallelo, le tangenti Enimont e le contabilità segrete dei cardinali che la segreteria di Stato e di riflesso Dardozzi sono impegnati a gestire di continuo in situazioni di emergenza, ma anche dubbi e compravendite di quote bancarie come quelle che segnala il banchiere cattolico Gianpiero Fiorani sempre ai magistrati milanesi nell’estate del 2007, pochi mesi prima che Castillo Lara muoia. «I primi soldi neri li ho dati al cardinale Castillo Lara, l’uomo della finanza, quando ho comprato la Cassa Lombarda. Mi ha chiesto di potergli dare 30 miliardi delle vecchie lire possibilmente su un conto estero, non sul conto del Vaticano.» Siamo a metà degli anni Novanta, all’apice della carriera ecclesiastica del venezuelano.
Alla Popolare di Lodi comanda Angelo Mazza,15 un banchiere pragmatico dai metodi spicci. Fiorani cresce all’ombra, ereditando poi una banca segnata da una grave tensione finanziaria e patrimoniale. Segue in prima persona l’operazione per acquisire il 30 per cento della Cassa Lombarda. L’Istituto della famiglia Trabaldo Togna è un obiettivo allettante per la Popolare di Lodi che così inizia la sua rapida espansione in Lombardia. «Quando abbiamo comprato la Cassa Lombarda – ricorda Fiorani -, una quota era del Vaticano, dell’Apsa», ovvero la banca centrale della Romana Chiesa. Per evitare passaggi diretti si filtra l’operazione con acquisti intermedi: «La quota l’hanno intestata a una società della Banca della Svizzera italiana (Bsi) di Lugano, Bsi poi ha venduto e le chiese han venduto a Trabaldo Togna e poi Trabaldo Togna ha venduto a noi».
In parallelo i soldi si muovono e rimbalzano tra Svizzera e Italia. In parte finiscono su un conto estero della Bsi. «Noi abbiamo dichiarato un valore troppo basso – diceva il cardinale Castillo Lara secondo la ricostruzione di Fiorani -, paghiamo troppe plusvalenze, allora facciamo un’operazione estero su estero.» Fiorani riporta a Mazza, il quale dà l’autorizzazione al pagamento. E si utilizzano canali non tradizionali per soddisfare le esigenze della Chiesa. Parte un bonifico bancario su un conto della Bsi. «Perché in quella banca – ricorda Fiorani – ci sono tre conti del Vaticano che erano, penso, non esagero dai 2 ai 3 miliardi di euro».
Alle esequie del 6 settembre 1979 Giovanni Paolo II, nell’omelia, attribuì particolari virtù al porporato: «Tutto l’arco della sua lunga vita è stato posto al servizio del Signore e della Chiesa. In modo particolare, egli ha dato gran parte di sé a questa Sede Apostolica, per la quale ha speso le sue migliori energie. Abbiamo pertanto nei suoi confronti un dovere di riconoscenza, al quale assolviamo ancora una volta oggi, qui, pubblicamente, davanti al Signore. Tutta la sua esistenza terrena si può sintetizzare attorno a queste tre caratteristiche: egli fu buon sacerdote, solerte amministratore, generoso benefattore.
Della prima è indice la molteplice attività di sacro ministero, esercitata fin dai primi anni di presbiterato; la seconda è provata da vari decenni di servizio sia al vicariato di Roma che alla Santa Sede; della terza sono documenti eloquenti varie iniziative di promozione sociale, culturale ed ecclesiale. Si tratta di buone qualità e di buone opere che il Signore certamente apprezza, così come lodò, sia pur in termini di parabola, quel servo buono e fedele che aveva fatto ampiamente fruttificare i talenti ricevuti, non tenendoli per sé, ma rendendoli moltiplicati al suo padrone.
Ebbene, la ricompensa per un servizio così diuturno, fedele e fecondo non può che venirgli dal Signore stesso, e noi siamo qui proprio per implorargliela, grande e beatificante». Dal «Promemoria per il Consiglio di sovrintendenza» del 18 febbraio 1994 a firma «V.P.» che corrisponde alle iniziali di Vincenzo Perrone, consulente dello Ior e uomo di fiducia di Caloia. Il documento così prosegue: «E di fatto molto difficile muoversi tra tutte queste carte, note, volontà e indicazioni, ma è anche vero che il cardinale intendeva chiaramente che il primo testamento datato 12.08.1953 fosse il suo unico e basilare testamento.
La circostanza viene evidenziata dal fatto che ogni qual volta venga fatto un riferimento a un testamento, è a quello del 1953. Tali riferimenti si possono trovare anche negli ultimi documenti (31.07.1973) citati sopra. Circa il supposto potere conferito al «Consiglio» degli esecutori testamentari di cambiare le indicazioni fornite, si deve notare che: secondo i principi del Codice civile italiano la condizione deve essere considerata nulla, e lo stesso trattamento le sarebbe riservato da qualsiasi principio di common law; in ogni caso, si deve notare che il reale potere conferito dal defunto cardinale ai suoi esecutori testamentari è decisamente meno forte di quanto possa apparire, dal momento che le sue parole si riferiscono allo «spirito di liberalità e lealtà» nell’adottare – insieme – decisioni faccia a faccia sui lasciti.
Lo Ior non è mai entrato in possesso dell’eredità né per quanto concerne la valuta, né i bond, né le obbligazioni, né i beni immobili; gli esecutori testamentari – per quanto ne sappiamo – non hanno mai agito unitamente.
Possiamo affermare che fino a ora solo uno degli esecutori testamentari designati (monsignor de Bonis) ha agito e dato disposizioni sull’eredità; secondo i principi della common law e gli articoli del Codice Civile italiano (sez. 709.1) l’esecutore (i) deve (devono) fornire il resoconto finale della sua (loro) gestione, almeno alla fine di ogni anno, quando la gestione duri per un periodo superiore a un anno». Sarebbe bastata la risoluzione adottata già il 1° aprile del 1992 dal Consiglio di sovrintendenza dello Ior, presieduto da Caloia, per metterlo in un angolo e smantellare «la banca nella banca». Con quella risoluzione passa infatti il principio secondo il quale «nessun individuo connesso allo Ior in qualsiasi modo, che si tratti di un impiegato in attività o in pensione, un dirigente, un revisore contabile, un prelato, un membro del Consiglio, è autorizzato a gestire conti e fondi le cui risorse non gli appartengano personalmente».
Sarebbe bastata l’inquietante relazione della Commissione segreta, inviata al papa nell’estate del 1992, per decapitare un sistema che sfugge ai controlli e che avrebbe conosciuto la crisi solo nell’ottobre del 1993 con l’arrivo della magistratura italiana. In realtà, de Bonis conta molti santi in paradiso. Marco Politi, «Roma al papa? No grazie», in «la Repubblica», 22 agosto 1993, e Riccardo Orizio, «Nella dealing room vaticana», in «Corriere della Sera», 20 luglio 1998.
Il 25 gennaio 1994, in un’intervista a «Epoca», il cardinale Castillo Lara alla domanda se «imprenditori come Agnelli, Berlusconi, De Benedetti avessero mai depositato denaro allo Ior?», serafico rispose: «No, non mi risulta». 6 In particolare allo Ior Bonifaci apre tre linee: l’11 luglio 1991 il deposito valori n. 91003 con autorizzazione dei dirigenti Carlini e Bodio. Gli stessi che il 21 novembre consentono all’apertura del conto corrente (001-3-17624). Infine il 12 agosto 1992 viene aperto un altro fondo (001-6-02660-Y) «per permettere l’applicazione di tassi particolari», come si legge nella scheda dell’archivio. 7 Nel 1997 la regione blocca ogni colata di cemento e decreta la nascita della zona protetta per 249 ettari tra Aurelia, Boccea e raccordo.

By Gianluigi Nuzzi in the book ‘Vaticano S.p.A’, Chiarelettere Editore SRL, Milano, 2009, p. 159-174. Edited and adapted to be posted by Leopoldo Costa.

https://stravaganzastravaganza.blogspot.com/2011/09/archivo-segreto-vaticano-spa.html

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