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Assad, ribelli e Isis: così l'effetto Trump può cambiare la guerra in Siria

di Cristina Stillitano @Stillicris

Roma –  La priorità è cacciare l’Isis e non il presidente siriano, Bashar al Assad. Donald Trump lo ha ripetuto molte volte in campagna elettorale. E nella prima intervista da presidente eletto, ha confermato il suo sillogismo: il nemico del mio nemico è mio amico. Quindi: se l’uomo forte di Damasco combatte i tagliagole del Califfato, noi combattiamo al suo fianco. E con tutti i suoi potenti alleati, a partire dalla Russia di Vladimir Putin che, negli 8 anni di amministrazione Obama, è tornata il nemico di una Guerra Fredda nemmeno troppo strisciante.

Ma quali nuovi venti soffieranno sulla Siria con l’arrivo dell’uragano Trump alla Casa Bianca? E il repubblicano realizzerà davvero la sua dottrina del disimpegno in Medio Oriente? Gli analisti per il momento non si sbilanciano in attesa della scelta del nuovo segretario di Stato americano, il cui nome dovrebbe fare luce sulle sue reali intenzioni. L’ex sindaco di New York, ad esempio, Rudolph Giuliani, uno dei favoriti per l’incarico, ha apparentemente confermato la linea dura e pura: “Almeno nel breve periodo la priorità è sconfiggere l’Isis”. Se venisse scelto un altro profilo, come il senatore repubblicano Bob Corker, l’approccio potrebbe essere più soft, specie verso i gruppi che combattono Assad che ora rischiano di essere ‘scaricati’.

La prima reale conseguenza dell’era Trump potrebbe infatti essere lo stop alla fornitura di armi ai cosiddetti ribelli moderati: un programma coperto gestito dalla Cia (con quasi un miliardo di dollari l’anno) che non ha certamente funzionato e non sembra gradito nemmeno dai diretti interessati. Se fosse interrotto, “almeno potremmo liberarci del peso di un dannoso amico”, ha confessato al New York Times Hisham Skeif, membro di un consiglio di ribelli di Aleppo. Sul punto il presidente eletto sembra deciso: “Non abbiamo idea di chi siano queste persone“, ha spiegato al Wall Street Journal, riferendosi alle alleanze che alcuni di questi gruppi hanno stretto con i qaedisti di Al Nusra.

Se poi Trump troverà davvero una forma di intesa con la Russia – i due si sono già sentiti al telefono dopo l’election day -, è possibile che le ostilità fra ribelli e regime vengano in qualche modo congelate in vista della ‘crociata’ contro l’Isis e della liberazione di Raqqa, la roccaforte dei terroristi.

Ma un ritorno allo status quo antecedente l’inizio della guerra civile nel 2011, con Assad al potere, è del tutto improbabile. Anche se il presidente siriano ha già provato a gettare l’amo, definendo Trump un “alleato naturale” se rispetterà il suo impegno di combattere il terrorismo, gli Usa dovranno in qualche modo partecipare alla transizione. A meno che Trump non voglia regalare a Putin e al suo alleato iraniano un Paese così importante nel Risiko mediorientale.

Infine i rapporti con le potenze regionali. Il repubblicano è apparso morbido verso le purghe contro l’opposizione di Recep Tayyip Erdogan, derubricate ad affari interni alla Turchia. E non ha escluso di concedere l’estradizione di Gulen, accusato da Ankara di essere il regista del fallito golpe. Se il riavvicinamento a Mosca fosse abbinato a un asse con la Turchia – specie a fronte della dichiarata ostilità dell’Arabia Saudita verso Trump – Erdogan potrebbe ritagliarsi un corridoio dal confine turco alla città siriana di Jarablus, lungo l’Eufrate. Uno scenario che complicherebbe la ricomposizione del Paese, penalizzando le forze curde che combattono sul terreno contro l’Isis. 

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