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Ateismo e bisogno di ritualità: esiste conflitto?

Traduzione di “Atheism and the Need for ‘Sacred Spaces’ for Ritual: Are They in Conflict?” di Paul Fidalgo, pubblicato nel blog Friendly Atheist

Suzanne Moore scrive sul Guardian del processo mentale che l’ha indotta a realizzare una sorta di cerimonia celebrativa per la nascita del suo terzo bimbo (congratulazioni, tra l’altro!). Nel far ciò, ha scoperto che il proprio desiderio per una forma di rituale che solennizzasse l’evento entrava in conflitto con il desiderio di essere una “buona atea”.

Ecco come lei stessa spiega il problema: teme che il “nuovo ateismo”, qualunque sia l’interpretazione del termine, si possa “fissare sull’etica ignorando l’estetica” e che “l’ateismo ultraortodosso inizi ad assomigliare esso stesso a una fede rigida e patriarcale”.

Personalmente mi dà molto fastidio l’idea stessa di un “ateismo ultraortodosso”, e sospetto che molti di voi abbiano la stessa reazione, principalmente perché come concetto quasi non ha motivo di essere (come potrebbe?). Ma Moore presenta motivi solidi per riservare uno spazio assimilabile al “sacro” volto a contrassegnare gli eventi importanti della vita.

matrimonio laico

Abbiamo la necessità di creare uno spazio al di fuori della vita quotidiana per questo scopo. Possiamo chiamarlo spazio sacro, se vogliamo, ma la delimitazione di spazi o momenti speciali non è esclusivamente una prerogativa dei religiosi. Possiamo vivedere senza Dio. Possiamo considerare inattendibile e inconsistente il pensiero new age che enfatizza la “natura” e lo “spirito”, ma considerare stupido il bisogno umano di esprimere trascendenza e condivisione con altri è a sua volta stupido.

Ho visto cerimonie unitariane per nuovi nati (e anche meno “nuovi”), prive di pesanti tratti religiosi, e le ho trovate piene di significato; un modo tenero di dare il benvenuto a un nuovo essere umano da parte di una comunità di persone benauguranti. Non offendevano il mio ateismo.

Questo è però motivo di spaccatura tra i non credenti, sul fatto che le cerimonie possano trovare posto all’interno del nostro movimento, della nostra comunità. Alcuni credono fermamente di sì: osservate per esempio il successo delle “Sunday Assembly” e il lavoro degli Harvard Humanists [all’università di Harvard c’è un cappellano umanista]. Altri respingono ogni tipo di “congregazionalismo”, come ad esempio Tom Flynn, uno dei miei capi al Center For Inquiry (CFI). Le ragioni possono essere di carattere generazionale oppure personale.

Per questo motivo il CFI di Los Angeles ha organizzato il 5 gennaio una conferenza sulla ritualità, non per la nascita ma all’opposto, sul commiato. In questa sede Caitlin Doughty ha parlato dei rituali di fine vita destinati alle persone laiche. In ogni caso, che si parli di morte, nascita, matrimonio o di incontri domenicali, stiamo tutti cercando di capire se e come inserire rituali e cerimonie nella vita degli atei.

La redazione

Anche l’Uaar organizza, per chi lo desidera, cerimonie laico-umaniste.

 

Articolo originale http://www.uaar.it/news/2014/01/16/ateismo-bisogno-ritualita-esiste-conflitto/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ateismo-bisogno-ritualita-esiste-conflitto

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