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Attacco all’umanesimo

Articoli di Stefano Rodotà “Chi gestisce il potere non ama lo spirito critico. E l’indagine culturale è giudicata una perdita di tempo Un’insofferenza che ora investe scuole e università”
E intervista di Fabio Gambaro a  Marc Fumaroli “Così possiamo ribellarci a un sapere utilitaristico” “Le conoscenze letterarie, artistiche e filosofiche assicurano stabilità, compensando le continue trasformazioni di scienza e tecnica” (Repubblica 2.3.14)  (Leggi di seguito)

“”Può il rinnovamento della scuola italiana essere affidato a sbrigative potature come quelle che già si sono abbattute su geografia, diritto, storia dell’arte, e che ora guardano minacciosamente verso l’abolizione o il ridimensionamento dell’insegnamento della filosofia? Il rischio di questa deriva è stato messo in evidenza da Roberto Esposito: lo spegnersi dello spirito critico, la cui costruzione è inscindibile dall’idea stessa di istruzione. E quest’ultima mossa esaspera una tendenza che ha portato allo scoperto un modo d’intendere la sfera pubblica e quella privata che induce a ritenere che l’insofferenza per l’insegnare filosofia rappresenti l’esito (inevitabile?) di una più lunga vicenda.
Lo spirito critico non è mai stato gradito da chi gestisce il potere, perché su di esso si fonda la possibilità di esercitare forme di controllo, evitando che il potere si trasformi in arbitrio, si nasconda nell’opacità. La democrazia è governo del popolo, ma pure governo in pubblico. Due elementi che rendono indispensabile uno spirito critico diffuso, sì che il suo attenuarsi si trasforma inevitabilmente in un indebolimento, o in una vera e propria scomparsa, della democrazia. Ma, si dice, l’attribuire pubblica rilevanza all’esercizio dello spirito critico implica discussione e così rallenta i processi di decisione, la cui velocità sembra essere divenuto l’unico bene da salvaguardare. Vengono, allora, presentati come un imperativo la separazione o almeno l’allentarsi del legame tra decisione e controllo, con l’inevitabile conseguenza di una riduzione degli spazi dove lo spirito critico può essere accettato, o benevolmente tollerato. Spazi privati, ovviamente, dove rifugiarsi per praticare un irrilevante otium, che non inneschi alcuna forma di contagio.
Una conferma di queste considerazioni può essere cercata nel rifiuto che ha investito una serie di spazi pubblici, dove pure spirito critico e controllo dovrebbero essere di casa. Cominciamo dal Parlamento, luogo per eccellenza di una discussione non fine a se stessa, ma volta a valutare i contenuti delle leggi e a controllare l’operato del Governo. Ma lo spirito critico non ha diritto di cittadinanza se alle Camere viene attribuito solo il ruolo di ratificare le decisioni prese dal Governo. La pretesa di discuterle, allora, diviene perdita di tempo o sabotaggio.
La cultura politica, non più alimentata dal pericoloso spirito critico, si rattrappisce, si affida alla tecnica del sondaggio o a quella della comunicazione. E questo nuovo spirito del tempo alimenta un rifiuto che si estende al di là della fase parlamentare, investe l’intero processo di decisione e produce il paradosso di una trasparenza ingannevole, perché lo sguardo del pubblico può posarsi su progetti provenienti dalla sfera politica, a condizione però di limitarsi a contemplarli, senza pretendere di contribuire alla loro definizione. Non a caso, i contributi critici riguardanti riforme istituzionali sono stati liquidati sbrigativamente perché provenienti da un “manipolo di studiosi”. Non si poteva certificare meglio una deriva che, muovendo dall’insofferenza per lo spirito critico, approda all’insignificanza della cultura. Ma una politica che divorzia così clamorosamente dalla cultura, che si rifugia nell’autoreferenzialità, si priva dello strumento essenziale per conoscere davvero il mondo che pretende di regolare. Non dimentichiamo che la cattiva politica è sempre figlia di una cattiva cultura.
Tutto questo finisce con l’investire il modo in cui viene concepito l’intero sistema dell’informazione, non più accettato come “ombudsman diffuso”, dunque come strumento di controllo e, prima ancora, come luogo dove si forma l’opinione pubblica attraverso il flusso delle notizie e il confronto continuo tra le diverse posizioni. Le cronache di questi anni sono punteggiate dall’insofferenza per una stampa libera e per una televisione non lottizzata, una condizione che l’irrompere della Rete non è ancora riuscita a modificare sostanzialmente. Così gli spazi per la formazione e l’esercizio dello spirito critico si restringono ulteriormente, contribuendo a consolidare una insofferenza per il controllo che si è estesa a una istituzione come la magistratura, la cui incisiva presenza è stata ritenuta insopportabile da troppi detentori di poteri, grandi o piccoli che fossero.
Non era imprevedibile, allora, un estendersi di questa logica al luogo proprio della cultura, dunque alla scuola. Questo è avvenuto con la riduzione delle risorse, con la mortificazione degli insegnanti, con scriteriate riforme dell’università ispirate ad una efficienza miope. In un contesto tanto immiserito, il mettere ai margini la filosofia si manifesta come esempio eclatante di una regressione culturale che preclude la possibilità stessa di comprendere quanto lo spirito critico sia sempre più necessario in una società percorsa da dinamiche così forti da rendere indispensabili competenze capaci di padroneggiare mutamenti spesso imprevedibili. Proprio muovendo da questo punto di vista, si era discusso delle ragioni che avevano spinto all’assunzione di laureati in filosofia per compiti che, storicamente, non erano stati loro riconosciuti. Al di là di questa specifica vicenda, emergeva una dimensione della stessa efficienza, non più affidata ad insegnamenti che dotassero di professionalità parcellizzate e di corto respiro, come tali incapaci di offrire strumenti idonei a fronteggiare il cambiamento. Si è venuta costruendo, invece, una cultura povera, inidonea quindi a soddisfare pure le esigenze di una “ragion pratica”. Lo dimostra il fatto che, in giro per il mondo, si moltiplicano i casi in cui le università integrano tradizionali insegnamenti strettamente professionali con aperture “umanistiche”, che hanno proprio la funzione di rendere possibile uno sguardo continuo sulla società e le sue dinamiche, fornendo così le competenze necessarie per “riconvertirsi” nel mutare dei contesti.
Restringere gli orizzonti rende prigionieri di una efficienza senza prospettive. Anche da questo punto di vista, dunque, appare insensato amputare insegnamento e ricerca di tutto ciò che forma lo spirito critico. Certo, in questo modo le persone sono più autonome, possono comprendere e contrastare le logiche di potere, e quindi avere anche competenze professionali per sottrarsi a pressioni e ricatti. Se questo è filosofare, dobbiamo tenercelo ben stretto perché, altrimenti, rischiamo di separare la persona dalla sua stessa libertà.””

Leggi l’intervista a Marc Fumaroli “Così possiamo ribellarci a un sapere utilitaristico”

“”«La cultura umanistica e quella tecnico- pratica devono essere complementari. Il loro equilibrio è vitale per la nostra esistenza e la nostra felicità». Marc Fumaroli replica alle minacce che pesano sull’insegnamento della filosofia e più in generale agli attacchi cui è sottoposta la tradizione umanistica in nome del primato della “ragion pratica”. «La vera cultura, quella che forma uomini liberi, dotati di capacità critiche e inventive, è la cultura che si confronta in maniera intelligente, ma anche sul piano delle emozioni, con i grandi capolavori della letteratura, delle arti e del pensiero », spiega lo studioso francese, specialista del XVI e XVII secolo, autore di numerosi saggi, tra cui il recente Parigi-New York e ritorno: viaggio nelle arti e nelle immagini (Adelphi). «I giovani che hanno ricevuto una solida cultura umanistica, che io però chiamerei cultura generale, non sono individui formattati o ridotti alla semplice espressione di uno specialismo. Hanno un’immaginazione più libera e uno spirito critico più sviluppato, doti che consentono loro di riuscire in qualsiasi ambito, compresi quelli più tecnici».
Perché oggi l’eredità della cultura umanistica viene rimessa in discussione?
«Siamo dominati da una concezione utilitaristica del sapere, accompagnata da un’idolatria del denaro. Tutto deve produrre una rendita immediata, altrimenti appare inutile. Ci si illude che i nuovi mezzi di comunicazione siano più che sufficienti ad affrontare la vita. La cultura umanistica appare arcaica e superata, e tutti gli sforzi fatti in passato per trasmettere una cultura che ci aiuti ad essere un po’ più umani e un po’ meno barbari non sembrano più necessari».
È così?
«Assolutamente no. Sarebbe un grave errore sacrificare questa tradizione, poiché essa può compensare le mancanze di un universo dominato dalla tecnica, dall’economia, dalla comunicazione che tende a sacrificare il ragionamento e la capacità di giudizio. Oggi abbiamo più che mai bisogno di esercitare le facoltà critiche e razionali, che nascono anche dalla frequentazione della cultura umanistica».
La cultura umanistica come crogiolo dello spirito critico?
«Lo spirito critico è solo una delle diverse facce del rapporto con le opere letterarie, artistiche e filosofiche, e più in generale con la realtà. Non bisogna dimenticare la dimensione emotiva e sensuale, che implica un’educazione della passioni e del cuore. Da questo punto di vista, non saranno i luccicanti schermi di internet
né i meravigliosi algoritmi che ci aiuteranno a crescere. Serve invece un sistema educativo che compensi le tendenze eccessivamente astratte, utilitaristiche e specialistiche del mondo tecnico- pratico».
L’umanesimo è sempre stato tradizionalmente legato alla cultura scritta. Oggi però la società è dominata dalle immagini. Nasce da qui la diffidenza nei confronti dell’eredità umanistica?
«Penso di sì. Le immagini, che sono al centro di tutto un dispositivo comunicativo e pubblicitario, hanno un potere straordinario, che però ci allontanano dal mondo reale, condannandoci all’universo dell’astrazione. Ci privano del rapporto sensibile e intuitivo con il reale e con gli altri, rischiando di prosciugare la nostra immaginazione e la nostra sensibilità. Le nuove tecnologie – per molti versi utili e ammirevoli – rischiano di atrofizzare le nostre coscienze e impoverire le ricchezze che sono in noi. Per fare da contrappeso a questa deriva, occorre fare appello alla cultura umanistica o, come la definisce Schiller, all’educazione estetica. Ma anche alla bildung cara ai tedeschi, che chiamano così l’apprendimento dell’inutile, che però è più utile di ciò che solitamente è considerato utile. Insomma, l’universo umanistico e il mondo tecnico-pratico devono essere complementari, correggendosi l’un l’altro».
Può fare un esempio concreto?
«La cultura umanistica possiede una certa stabilità. Oggi possiamo leggere l’Eneidetraendone la stessa felicità e lo stesso beneficio educativo che in passato. La scienza è invece in continuo movimento e in continua trasformazione. Questa instabilità ha bisogno di essere compensata dal rapporto con un universo più stabile come quello umanistico, che presenta una continuità di valori e idee non correggibili dall’evoluzione dei tempi. Senza dimenticare, che le nuove tecnologie possono essere un alleato formidabile per un’educazione di tipo umanistico, motivo per cui occorre immaginare ogni forma di dialogo tra i due ambiti».
Per continuare a pesare sulla società, la cultura umanistica ha bisogno di reinventarsi?
«Naturalmente la cultura non è mai immobile. Oggi non insegniamo e non leggiamo le opere come nel secolo scorso. Ogni generazione reinventa la cultura, pur traendone le stesse sostanze e gli stessi benefici. Che sono tali anche sul piano civile, visto che la cultura umanistica, come tutto ciò che ci rende più intelligenti, ci rende anche migliori cittadini. La democrazia ha bisogno di capacità di riflessione e di giudizio critico, altrimenti rischia di lasciarsi andare alle reazioni più immediate ed epidermiche».​””

Fonte

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