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Australia: il rapporto governativo sugli abusi sessuali punta il dito contro la Chiesa

ROMA-ADISTA. Lo scorso 15 dicembre la Royal Commission australiana ha presentato al governatore generale sir Peter Cosgrove il suo rapporto finale sull’inchiesta, durata 5 anni, sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali: un’inchiesta che ha toccato, naturalmente, anche la Chiesa cattolica, e i cui risultati sono i più gravi mai svelati da un’indagine statale sul tema. Si è trattato di un’indagine ad amplissimo raggio: 4mila le istituzioni su cui si è concentrata l’attenzione, oltre 15mila le vittime di abusi che sono state ascoltate. Ad essere passati al vaglio, scuole, organizzazioni sportive e ricreative, istituzioni religiose (oltre alla Chiesa cattolica, anche quella anglicana, l’Esercito della salvezza, i Testimoni di Geova, due scuole del movimento ebraico Chabad-Lubavitch). Spaventosi i numeri, che danno un’idea della vastità del fenomeno; di tutti i casi esaminati, la maggior parte infatti vede coinvolta la Chiesa cattolica: «Dei 4.029 sopravvissuti che ci hanno raccontato nei colloqui privati l’abuso sessuale vissuto da bambini in istituzioni religiose, 2.489 (il 61,8%) ha citato istituzioni cattoliche (…). Dei 2.413 sopravvissuti che hanno parlato del ruolo del responsabile, il 74,7% ha citato persone che avevano un ministero religioso e il 27,6% insegnanti», si legge nel Report. Non solo: di tutti i presunti responsabili, continua il documento, il 37% erano religiosi non ordinati (il 32% religiosi e il 5% religiose); il 30% erano preti, il 29% laici (…). Di tutte le denunce riguardanti abusi sessuali minorili in una scuola cattolica, il 74% coinvolgeva religiosi o preti. Di tutti i preti cattolici compresi nell’inchiesta che hanno esercitato il loro ministero tra il 1950 e il 2010, tenendo in considerazione la durata del ministero, il 7% erano presunti responsabili di abusi».

«Abbiamo concluso – afferma i sei membri della commissione – che vi sono state da parte della leadership della Chiesa cattolica errori catastrofici per molti decenni, in particolare prima degli anni ’90». Parole durissime, quelle dei Royal commissioner: «Questi errori hanno causato sofferenza a un grande numero di bambini, alle loro famiglie e alle comunità. Per molti, il danno è stato irreparabile. In molti casi, quel danno si sarebbe potuto evitare se le autorità della Chiesa cattolica avessero agito nell’interesse dei bambini anziché nel proprio».

Colpa del celibato obbligatorio

Il dito è stato puntato contro il celibato obbligatorio e la castità promessa nei voti religiosi, responsabili di aver «contribuito al verificarsi dell’abuso sessuale dei minori, specialmente se associati ad altri fattori di rischio». «Solo una minoranza del clero cattolico e dei religiosi ha abusato sessualmente di minori – spiegano – ma in base alla ricerca possiamo concludere che c’è un elevato rischio di abuso sessuale laddove un clero maschile forzatamente celibe ha accesso privilegiato ai bambini in certi tipi di istituzioni cattoliche, come scuole, istituti residenziali e parrocchie». Il celibato ecclesiastico, infatti, è un elemento che torna in molti casi di «isolamento emotivo, solitudine, depressione e malattia mentale. Esso può aver contribuito a varie forme di disfunzione psicosessuale, tra cui l’immaturità psicosessuale, che pone un rischio permanente alla sicurezza dei bambini. Per molti membri del clero e religiosi, il celibato è un ideale irraggiungibile che conduce a vivere una doppia vita, e contribuisce a una cultura di segreto e ipocrisia».

Il rapporto, nelle sue 189 raccomandazioni alla Chiesa cattolica (su un totale di 400 raccolte in 17 volumi), sollecita i vescovi australiani a chiedere alla Santa Sede di considerare l’introduzione del celibato volontario, e che gli istituti religiosi cattolici applichino misure atte a affrontare i rischi per i bambini, nonché la potenziale disfunzione psicologica e sessuale associata al celibato. Vescovi e congregazioni religiose, afferma la Commissione, devono stabilire un protocollo di selezione dei candidati prima e durante la formazione seminariale e prima dell’ordinazione sacerdotale; il Vaticano, poi, deve stabilire dei criteri per la selezione dei vescovi, e definire una procedura trasparente di nomina dei vescovi che contempli la partecipazione dei laici».

Oltre a ciò, una priorità per la commissione è che la Chiesa crei un nuovo reato per chi non tutela i minori in un’istituzione, nel quale rientri anche la non osservanza da parte dei vescovi delle linee guida elaborate dopo gli scandali degli abusi, e rendendo obbligatoria, a livello di codice di diritto canonico, la denuncia dei responsabili alle autorità. Attualmente in Australia solo i vescovi del New South Wales e di Victoria sono perseguibili per omissione di denuncia.

I Commissioners hanno individuato anche nella Confessione uno degli elementi che hanno contribuito sia al verificarsi di abusi sia all’inadeguata risposta istituzionale ad essi. Il fatto che la confessione di un abuso nell’ambito del sacramento della riconciliazione resti segreta e che il responsabile riceva l’assoluzione «ha consentito agli abusatori di risolvere il loro senso di colpa senza il timore di essere denunciati», oltre a creare «una situazione in cui i bambini si trovavano soli con un prete. Abbiamo saputo che in alcuni casi i minori hanno vissuto un abuso da parte di preti cattolici nei confessionali». Di qui la necessità, affermano, che le confessioni per i bambini avvengano in uno spazio aperto e alla vista di un adulto e che i ministri religiosi siano obbligati a denunciare il reato di abuso quando lo ascoltano in confessione.

Il report della Royal Commission poi attacca il clericalismo e il suo legame con «un senso di autorità, superiorità e esclusione, e con l’abuso di potere». «Il concetto teologico che il prete, con l’ordinazione, viva un “cambiamento ontologico”, che lo pone su un piano diverso rispetto agli altri esseri umani è una componente pericolosa della cultura del clericalismo».

http://www.adista.it/articolo/58025

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