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Autismo, è la giornata della consapevolezza

Roma – In Italia due bambini su mille vivono in una bolla, sono iperattivi e hanno difficoltà a interagire con la mamma e con il mondo esterno. In altre parole, sono autistici. In Europa il rapporto sale a cinque su mille, mentre negli Stati Uniti il dato allarmante è di uno su 88. Ma soprattutto, ovunque il tasso di incidenza è in continuo aumento, segno che il problema e’ ben lontano dall’essere risolto. Ed è per questo che oggi, 2 aprile, i più famosi monumenti del mondo si coloreranno di blu nella giornata mondiale dell’autismo. Scopo principale dell’iniziativa è quello di giungere a una “chiara consapevolezza”, presupposto imprescindibile per arrivare a una soluzione. Se ne e’ parlato anche alla conferenza stampa della Rai per la campagna #sfidAutismo promossa dalla Federazione italiana autismo (Fia).

A oggi la causa della sindrome dello spettro autistico non e’ ancora chiara – si ipotizza un’interazione tra fattori genetici, biologici e chimici esterni – e di conseguenza non esiste ancora una cura. Ma molto e’ stato fatto sul piano della psichiatria comportamentale. Ogni persona affetta da autismo e’ diversa dagli altri, sia per funzionamento intellettivo che per carattere. E ognuno va trattato in modo diverso per ottenere risultati: la sindrome dello spettro autistico e’ passato da essere un disturbo gravemente invalidante in cui solo il 25% dei pazienti arrivava a sviluppare una comunicazione verbale negli anni ’80 al circa 75% dei diagnosticati oggi. Questo grazie a un lungo processo in cui la diagnosi precoce, l’assistenza e la scuola fanno la parte del leone. “Oggi riusciamo a formulare una diagnosi a 18 mesi, ma se accorciassimo ancora i tempi di diagnosi saremmo in grado di ottenere maggiori risultati” ha spiegato Serafino Corti, referente comitato scientifico Fia. E non e’ l’unica sfida: “i soggetti con autismo hanno più probabilità di sviluppare in adolescenza disturbi come depressione ansia. Vogliamo proporre uno screening affinche’ questi siano trattati alle prime manifestazioni”. E poi nell’età adulta, quando termina il ruolo della scuola, “è importante riuscire a inserire queste persone nel mondo del lavoro”. Dai primi anni di vita, poi, spiegano gli esperti, l’inclusività è fondamentale. Per quella che e’ la disabilita’ piu’ diffusa nelle scuole “le classi speciali non funzionano, sono solo dei corridoi in cui parcheggiare bambini e ragazzi che hanno difficolta’ a relazionarsi con gli altri”, continua l’esperto. E se molto va ancora fatto in tema di assistenza sociale e sanitaria, alcuni progressi, osservano i relatori, sono gia’ sotto gli occhi di tutti. A iniziare dalla legge 107 della “buona scuola”, che prevede una formazione obbligatoria per cui sono stati stanziati 40 milioni per tutto il personale scolastico. E la legge 134 approvata lo scorso 5 agosto sull’assistenza e sull’aggiornamento delle linee guida per prevenzione, diagnosi e cura. (AGI) 

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