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Baghdad ha un problema: il Kurdistan controlla tre quarti del traffico Internet iracheno

Scaricati da Washington, che non ha riconosciuto il referendum per l’indipendenza, i curdi dell’Iraq puntavano soprattutto sul controllo dei pozzi di petrolio della loro area per far avverare il loro sogno. Le illusioni residue sono state spezzate il 16 ottobre dall’esercito di Baghdad, che ha ripreso il controllo dei giacimenti operati dalle autorità regionali del Kurdistan, le quali, dal 2014 vendevano il greggio estratto senza l’autorizzazione del governo centrale, nel frattempo impegnato nella lotta all’Isis. Con Daesh sconfitto, i nodi sono venuti al pettine. Presumibilmente, verrà avviata una trattativa per la spartizione delle risorse. E i curdi hanno un’arma insospettata e potente alla quale ricorrere per far valere le loro ragioni: il 73% del traffico internet iracheno passa per due provider curdi. Una percentuale che sale all’86% contando i singoli indirizzi Ip.

Le ragioni di un primato

Si tratta di Newroz e Iq Networks, due compagnie che – spiega la società specializzata Dyn – connettono il Paese all’infrastruttura globale attraverso l’Iran e la Turchia. Le altre reti passano attraverso la Giordania, il cavo sottomarino di Al Faw e alcune piccole connessioni satellitari. Se è pacifico constatare come la relativa stabilità del Kurdistan rispetto al resto dell’Iraq durante il conflitto con l’Isis abbia accresciuto l’importanza delle due compagnie, il loro primato ha radici più profonde.

Come Baghdad scoraggia i provider

Un articolo di tre anni fa firmato da Reuters spiega come il tentativo di Baghdad di porre la rete sotto un rigido controllo statale avesse spinto gli investitori privati a rifugiarsi nel Kurdistan, dove potevano godere di una maggiore libertà operativa. “L’Iraq impedisce alle compagnie private di possedere reti su linea fissa e qualsiasi infrastruttura esse costruiscano viene solitamente espropriata dal governo”, spiegava l’agenzia britannica. Il risultato? Costi spropositati per l’utente finale. Nel 2014 una connessione su banda larga da un megabyte al secondo costava 399 dollari al mese, secondo le stime di Arab Advisors Group, contro i 7 dollari al mese del vicino Iran e i 3,5 dollari dell’Unione Europea. Di conseguenza, pochi iracheni possono permettersi una connessione broadband. Secondo l’International Telecommunication Union, nel 2014 risultava online solo il 9,2% della popolazione del Paese, una percentuale inferiore a quelle di Haiti e Nepal. 

“Se Kurdistan e Iraq si scontrassero, ciò diventerebbe sicuramente un problema”, spiegò allora Doug Madoury, capo analista di Dyn Research, “non mi viene in mente un altro esempio di un grande Paese così dipendente da un proprio territorio o un Paese più piccolo per l’accesso a internet”. Tre anni dopo, lo scenario potrebbe concretizzarsi. Il presidente curdo, Massoud Barzani, ha già minacciato di tagliare l’accesso al resto dell’Iraq.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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