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Basta aperture no-stop, una crociata bipartisan riabbassa le saracinesche

Pd, M5S e FI vogliono smontare le lenzuolate di Bersani e i decreti Monti. Nel progetto di legge anche l’obbligo di chiusura nelle giornate di festa.

di LUISA GRION

ROMA. Chiudere i negozi, per legge, dodici giorni all’anno mettendo assieme le richieste dei sindacati (serrande abbassate il primo di maggio) con quelle dei vescovi (niente shopping a Natale e Pasqua). E magari ripensare — come il Movimento 5 Stelle vorrebbe — anche all’apertura domenicale, da limitare possibilmente ad una sola volta al mese. Sulla liberalizzazione dei negozi soffia un vento di ritorno al passato. Un vento molto agitato visto che sul tema si formano schieramenti bipartisan, ma allo stesso tempo si creano divisioni interne ai partiti. Un vento che, in realtà, non ha mai smesso di soffiare perché negli anni passati la lentezza decisionale di molte regioni e i vari ricorsi presentati alla Corte Costituzionale hanno reso difficile la corsa alla liberalizzazione del commercio. Di fatto è stata realizzata solo con il decreto «SalvaItalia» del 2011 che ha esteso ai massimi livelli le famose lenzuolate di Bersani del 1998.

Ora il partito contrario all’apertura «no limits» torna alla riscossa con una proposta di legge che ha raccolto vasti consensi alla Commissione attività produttive della Camera e che a settembre sarà messa in calendario per il dibattito in Aula. Lunedì scadranno i termini per presentare gli emendamenti al testo ed è possibile che alcuni dettagli siano cambiati. Ma al centro della proposta, coordinata dal relatore Angelo Senaldi del Pd, c’è la richiesta di una chiusura obbligatoria

degli esercizi per dodici festività l’anno (Capodanno, Epifania, 25 aprile, Primo maggio, Pasqua, Pasquetta, 2 giugno, Ferragosto, Primo novembre, 8 dicembre, Natale, Santo Stefano). Se il sindaco vorrà, a sei di queste chiusure — grazie ad un accordo territoriale — si potrà derogare, sostituendole però con altrettanti giorni di riposo. A Rimini, per esempio, si può decidere di restare aperti a Ferragosto, a Cortina a Capodanno, purché le serrate restino abbassate in altra data. Non solo: per favorire l’adesione a tale accordi la regione o il comune possono stabilire incentivi, anche sotto forma di agevolazioni fiscali sui tributi locali.

La proposta tiene insieme quattro disegni di legge presentati rispettivamente da Pd, Forza Italia, M5S e un progetto d’iniziativa popolare con tanto di raccolta di firme promosso dalla Confesercenti e dalla Cei. Un vasto movimento che mette assieme Chiesa, sindacato e i piccoli esercizi che — rispetto alla grande distribuzione — vedono nelle liberalizzazioni no limits non un’opportunità, ma un costo.
Ora, sul testo, si consumano varie fratture. Nel stesso Pd, che pur esprime il relatore, c’è chi vede in queste norme un tentativo di restaurazione lacci e lacciuoli del passato. «In tempi di crisi va favorita la ripresa dei consumi, anche perché gli stili e i tempi della vita sono cambiati — commenta il senatore Franco De Benedetti — Il commerciante deve poter decidere da solo come gestire la sua attività. Tanto più che la normativa attuale non obbliga nessuno a tenere aperto». Una posizione con la quale concorda in pieno un dossier anticipato dall’Istituto Bruno Leoni, dove l’autrice, Serena Sileoni, nota come con la proposta di legge si ritorni ad «un vecchio linguaggio di accordi territoriali e poteri locali che ripristina una politica di protezione dei piccoli commercianti a carico dei contribuenti».

Di diverso parere è chiaramente il relatore del testo Angelo Senaldi. «Qui non c’è alcun impianto persecutorio sulle liberalizzazioni, visto che restano intatte tutte le norme su orari, tipologie delle merci vendute e aperture domenicali già previste — spiega — Con la chiusura obbligatoria di 12 giorni si prende invece atto di come, in tempi di crisi, le aperture festive penalizzino le piccole imprese, che ne sopportano i costi con maggiore difficoltà e che non sono affatto libere di restare chiuse se i grandi aprono». Il testo, in realtà, potrebbe subire qualche modifica. M5S vorrebbe renderlo più restrittivo (la proposta iniziale era di intervenire anche sulle aperture domenicali limitandole ad una al mese), Forza Italia vorrebbe invece ridurre il numero delle chiusure obbligatorie eliminandone almeno un paio, Scelta civica chiede che le sei possibili deroghe siano decise dall’impresa e non dal sindaco. Una modifica è assicurata: nel testo si estende l’obbligo di chiusura a bar e ristoranti, «è stata una svista, lo stop per loro non varrà, presenteremo un emendamento » assicura il relatore Senaldi.

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