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Bernie Sanders decolla nei sondaggi e studia da sfidante anti-Trump per il 2020 (o anche prima)

Mentre gli americani osservano perplessi le mosse di Donald Trump in Medio Oriente, c’è un politico democratico che consolida il proprio consenso e guadagna favori. Bernie Sanders è il politico americano in attività con l’indice di gradimento più alto. Il senatore del Vermont, sconfitto alle primarie del 2016 da Hillary Clinton, continua a piacere agli elettori che lo promuovono con uno straordinario 75% dei consensi. Sono in tanti ora a chiedersi se il “vecchio” Bernie cavalcherà l’onda positiva riprovando a vincere la nomination democratica per le prossime elezioni presidenziali del 2020.

Sanders ed il suo staff non si sono ancora pronunciati in maniera chiara, ma c’è chi scommette che la sua nuova corsa alla Casa Bianca sia in realtà già iniziata. Al socialista-democratico più amato d’America è dedicato un interessante approfondimento di Politico, il più influente sito Internet sulla politica statunitense. Secondo l’analista Gabriel Debenedetti, il senatore starebbe muovendosi in maniera sempre più aggressiva, probabilmente in vista di una nuova sfida presidenziale, colmando alcune lacune emerse durante i faccia a faccia con Clinton lo scorso anno.

In primis le modeste competenze in politica estera. Ma non solo. Altro passo fondamentale registrato dagli esperti, è senza dubbio il suo evidente avvicinamento alle “strutture di potere” del partito democratico, che nel 2016 avevano supportato fedelmente Hillary. Una mossa riappacificatrice reciproca. I quadri più influenti, infatti, stanno sostenendo quella che Politico definisce come l’ “icona progressista” per catalizzarne il ritrovato peso politico utilizzandolo nella lotta contro l’amministrazione Trump.

I tempi cambiano e così pure le alleanze. Se durante le primarie dello scorso anno Sanders si era presentato come il candidato anti-establishment, si assiste ora ad un progressivo riavvicinamento alle strutture più tradizionali del partito. Il senatore, infatti, sta lavorando con alleati un tempo impensabili. Tra essi Randi Weingarten, presidente dell’American Federation of Teachers, l’associazione che unisce gli insegnanti democratici.

Non mancano gli accostamenti a personaggi vicini all’area Clinton, come Bill Perry esperto di affari internazionali ed ex ministro della difesa durante la presidenza di Bill Clinton. Intanto il capo dell’opposizione democratica in senato Chuck Schumer ha creato per lui una posizione ad hoc, ovvero quella di “outreach chairman”, ovvero responsabile per la divulgazione e la promozione del partito. Come registra Politico, però, i suoi sforzi più robusti sono diretti a combattere il proposito repubblicano di smantellare e sostituire l’Affordable Care Act, meglio conosciuto come Obamacare, ovvero la riforma sanitaria voluta dal presidente Obama nel 2010, odiata dal Gop e ora a serio rischio di affossamento. Sul suo piatto, però, c’è anche la lotta contro la riforma fiscale proposta dai repubblicani.

L’impressione generale, insomma, è che Sanders stia allargando il cerchio a dire il vero piuttosto stretto del 2016, partendo da Our Revolution, il movimento che è nato subito dopo la sconfitta grazie anche a Jeff Weaver, capo della campagna elettorale scorsa, ed ora nuovamente nello staff direttivo.

Nella stessa direzione va anche il Sanders Institute, il think tank fondato e coordinato da Jane Meara Sanders, moglie del senatore. Sanders ha anche rafforzato la sua presenza e la sua efficacia sui social network con Facebook Live e podcast regolari. La sua pagina, tra l’altro, è seguita 7 milioni e mezzo di utenti. Il suo staff punta a raggiungere un pubblico sempre più ampio anche, e soprattutto, limando certe spigolosità politiche.

Il campione della battaglia contro il sistema, dunque, si sta in qualche modo avvicinando all’establishment tanto condannato. Per molti si tratta di una “presa di responsabilità”; per altri questo potrebbe tradursi in una sorta di tradimento dei suoi principi. L’incognita è tutta legata alla percezione che ne avrà la sua base. Al momento a non avere dubbi è Keith Ellison, vice presidente del partito, che sottolinea come i democratici abbiamo un essenziale bisogno dei tredici milioni di elettori che hanno sostenuto Sanders nel 2016. “Tutto quello che rende Bernie più efficace nel raggiungere quel movimento e nel continuare a costruire una potente e progressista base di americani impegnati – spiega Ellison a Politico – è un bene per il partito democratico”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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