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Bob Dylan, la protesta che incantò il mondo

di Ivana Pisciotta

Roma – Mancava il Nobel a Bob Dylan, perché tutti gli altri riconoscimenti di prestigio li ha già ottenuti. Soprattutto, ha il merito di essere considerato a livello globale come il più grande artista dell’ultimo secolo, quello più eclettico, completo, una figura insomma decisiva nello sviluppo della cultura americana, per i suoi messaggi pacifisti e in sostegno della causa dei diritti umani.

Di origini ebraiche, classe 1941, nato nel Minnesota, Bob ha segnato la storia degli ultimi cinquant’anni ponendosi dapprima come figura chiave del ‘movement’, il filone per il “cambiamento sociale” americano, che si sviluppò negli anni Sessanta come forma di controcultura del tempo. Le sue canzoni di protesta hanno fatto la storia e hanno alimentato tra i giovani l’ardore della lotta per i diritti civili e contro ogni forma di violenza, dalle armi nucleari a forme di razzismo e condizioni di poverta’ e di schiavitù. In un momento storico così concitato, lui si ritrovò nel fiore degli anni in mezzo agli eventi più importanti (basti pensare all’avvento della radio e della televisione, alla ricostruzione del dopoguerra, all’assassinio di Kennedy, alla crisi cubana) inventando di fatto la figura del cantautore contemporaneo, cimentandosi in tutti i generi musicali, a cominciare dal folk rock, al blues rock, al rock and roll al country rock. La sua influenza è stata enorme: nel 1961 divenne finalmente una star e nel 1962 gli offrì un contratto la storica Columbia Records. Alcune sue canzoni sono diventate veri e propri inni generazionali, come “The Times they are a-changin” – cantata anche in un duetto assieme all’attivista Joan Baez – per sottolineare l’impegno dei diritti civili. Cosi’ pure “Like a Rolling Stone”, del 1965, e’ considerata una delle canzoni più influenti della storia della musica moderna.

DAL NO A WOODSTOCK ALLA ‘RINASCITA RELIGIOSA’
Successivamente, Dylan concentrò il suo approccio in modo particolare sulla ricerca poetica, e meno sull’impegno e sulla protesta politica, arrivando ad abbracciare nel 1966 una visione più spirituale (in seguito ad un incidente stradale, stava in moto e rischio’ seriamente la vita). A sorpresa rifiutò però di suonare al festival di Woodstock nel 1969 (lo commemorò nel ’94) perché “saremmo stati soltanto un’altra band in scaletta”. Molto controversa è stata la sua svolta spirituale: tra gli anni Settanta e Ottanta, Bob si convertì alla religione dei Cristiani rinati. Una rinascita religiosa che fu molto impopolare per molti dei fan e degli amici musicisti. Continuò poi la sua fervida produzione musicale, senza però dimenticare la sua fede e il suo denso immaginario religioso. Prese però le distanze nel 1984 dai Cristiani rinati, è stato allo stesso tempo un sostenitore del movimento Chabad Lubavitch negli ultimi vent’anni, partecipando privatamente a qualche evento religioso ebraico.

UNA CARRIERA SENZA BATTUTE D’ARRESTO
La sua carriera non ha conosciuto battute d’arresto, costellata di critiche ma soprattutto di successi. Ad esempio con la sua canzone del 2000 “Things have changed” scritta per il film Wonder Boys, vinse un Golden Globe e un Oscar come miglior canzone originale. Pare che Bob porto’ l’Oscar in tournee’, appoggiandolo su un amplificatore durante i concerti. Dylan ha fama di avere atteggiamenti eccentrici, ma anche di grandi sentimenti: si narra che quando morì Elvis Presley, non rivolse la parola a nessuno per una settimana. E’ inoltre un fan del gioco del poker, ed e’ vegetariano da lunga data. Ha avuto quattro figli da Sara Lownds, ma la loro unione e’ durata solo 13 anni ( dal 1965 al 1977). E’ stato poi sposato (dall’86 al ’92) con una sua corista di lunga data, Carolyn Carol Dennis. Tra i vari riconoscimenti, oltre ad alcune lauree honoris causa, l’inserimento da parte di Rolling Stones al secondo posto nella lista dei 100 migliori artisti, al settimo in quella dei 100 migliori artisti, al primo tra i 100 migliori cantautori. (AGI) 

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