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“Brava ministra, io lo smartphone in classe già lo uso e con ottimi risultati”

“Ben venga l’utilizzo dello smartphone a scuola purché rappresenti uno strumento utile alla didattica. In questo modo non solo si cattura l’interesse degli studenti ma si ottengono ottimi risultati”. Il professor Mimmo Aprile parla con esperienza: la proposta del Miur di consentire l’utilizzo dello smartphone in classe non solo non lo coglie di sorpresa, ma rappresenta la conferma di quello che lui stesso fa regolarmente. Da anni ha sdoganato tra i banchi la presenza dello ‘strumento del demonio’ senza correre il rischio che la sua voce diventi una fastidiosa distrazione a una partita di Candy Crash. Semmai è il contrario, perché Aprile, che insegna Scienze e tecnologie informatiche al Liceo Scientifico “Vincenzo Lilla” di Oria, in provincia di Brindisi, arriva in classe, tira fuori dalla tasca lo smartphone e se ne serve per raggiungere i suoi scopi – didattici, ovviamente – che non sarebbe possibile ottenere con carta e penna. “Grazie allo smartphone, i miei ragazzi imparano a sviluppare app collegate all’internet of thing“, spiega il professore in un’intervista all’Agi.

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Qualche esempio? “Hanno imparato a realizzare dispositivi particolari come un dispenser di medicinali che si attiva con il QR code o una serra completamente automatizzata”. L’utilizzo dello smartphone, uno strumento di uso quotidiano, risulta stimolante e, di conseguenza, vincente. “I ragazzi sono attratti dal nuovo, dimenticano di dover mandare il messaggino su Whatsapp alla fidanzata prima di entrare a scuola e si interessano alla lezione: e questo è il risultato più importante. Che poi questo avvenga con carta e penna, con la lavagna o con lo smartphone non ha importanza. Io li utilizzo tutti”. Ma che sia chiaro: “Se becco uno studente a chattare o a giocare con il cellulare mentre spiego lo sanziono. Così come se lo sorprendo a giocare a “Nomi, cose, animali e città”.

Anche Dante può comunicare via smartphone

Facile per un insegnante di informatica coniugare l’utile al dilettevole, diranno i professori di materie più ‘tradizionali’. Nulla di più sbagliato, replica Aprile: “Conosco insegnanti di lettere che fanno utilizzare lo smartphone in classe in modo costruttivo e creativo. Ad esempio, immaginando il profilo social di un grande autore. Io stesso insieme ad altri colleghi, tra cui due di lettere, abbiamo lanciato un progetto pilota sullo studio della Divina Commedia in modo interattivo. Gli studenti hanno risposto con entusiasmo. L’idea era quella di creare un canale su Telegram tramite il quale accedere alla Divina Commedia con testo originale. I ragazzi hanno prima approfondito in classe un canto e poi si sono sfidati a individuare collegamenti ipertestuali secondo quattro direttrici: acqua, terra, fuoco e aria”. Ancora più ampi, poi, sono i margini di lavoro per gli insegnanti di Fisica, aggiunge Aprile. 

“Lo smartphone non è il cellulare. Sbagliato inibirne l’uso”

“Ad oggi vige una circolare (la 30/07) che vieta l’uso dei “cellulari”. Il riferimento non è casuale: il primo smartphone ha fatto la sua comparsa sul mercato qualche mese dopo l’emanazione della circolare”. Sottigliezze? Non proprio: “I cellulari avevano il solo scopo comunicativo, per cui il loro utilizzo non aveva senso in classe. Era giusto inibirlo. Oggi lo smartphone è molto di più ed eliminarlo sarebbe come tagliare il filo di un circuito”, sostiene Aprile, che in questi anni ha “dovuto chiedere il permesso alla dirigente scolastica per introdurre in classe gli smartphone“. E in un certo senso, tutto ciò è anacronistico. “Lo smartphone è una nuova forma di tecnologia, e le tecnologie quando arrivano sulla terra lo fanno per restare, cambiando ogni cosa”. Per me – continua Aprile – “si tratta di un elemento tecnologico applicato alla tecnologia”. 

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“Fondamentale la formazione dei docenti”

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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