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Breve storia del rapporto (difficile) tra il M5s e gli uomini dei numeri

È uno dei mestieri più difficili del mondo: tenere i conti in ordine, far quadrare i bilanci, gestire le cifre. Lo sapeva e lo sa ancora di più ora il ministro dell’economia Giovanni Tria, impegnato in queste ore in una difficile partita sul Decreto Dignità in cui deve far collimare, nell’ordine: le esigenze dell’economia nazionale, in una fase in cui la crescita potrebbe essere messa in pericolo dalle guerre commerciali; le promesse elettorali, ora da mantenere, dei 5S; un riottoso titolare dell’Inps.

E se è su quest’ultimo che si vanno concentrando nelle ultime ore gli attacchi della componente gialla dell’alleanza di governo, è evidente che la partita non riguarda il solo destino personale di Tito Boeri, perché il campo da gioco comprende anche, ad esempio, la nomina del direttore generale del Tesoro.

E da sempre, si ricordi, il rapporto tra gli esecutivi a guida grillina con le strutture burocratico-amministrative sono stati difficili. A partire dagli enti locali, all’epoca del debutto dei 5 Stelle sul proscenio nazionale.

Parma, Pizzarotti perde Capelli

Oggi non è più da tempo nel Movimento, ma quando Federico Pizzarotti venne eletto sindaco del capoluogo emiliano tutti capirono che con i grillini non c’era molto da scherzare. In municipio il neo primo cittadino trovò i debiti della precedente giunta di centrodestra, pari a decine di milioni.  

Chiamò a mettere ordine Gino Capelli, commercialista affermato e stimato, un vero e proprio Mastro Lindo dei capitoli di spesa. L’idillio dura poco più di un anno, poi iniziano a filtrare voci di una stanchezza da parte dell’uomo dei numeri, che pure non entra in urto con Pizzarotti. Alla fine però la lettera di dimissioni viene spedita comunque, anche se tra i due i toni sono mielati e gli attestati di stima numerosi.

Roma, quattro uomini e un bilancio

Nella Capitale la giunta Raggi cambi a, soprattutto nella prima parte del mandato, assessori e titolari di controllate in un turbinio di poltrone e dimissioni. In particolar modo scotta la sedia dell’assessore al Bilancio: ne saltano tre. Il primo è Marcello Minenna: esperto della Consob, lascia l’incarico dopo la defenestrazione del suo sponsor principale nella amministrazione capitolina, il capo di gabinetto Raineri. Il successore, Raffaello De Dominicis, dura letteralmente lo spazio di un mattino: poche ore, tante quante ne bastano a scoprire che l’ex procuratore generale della Corte dei Conti risulta indagato per abuso d’ufficio.

Ci si rivolge a Andrea Mazzillo, fidatissimo responsabile dei finanziamenti della campagna elettorale che ha portato Virginia Raggi in Campidoglio. Ma il 31 dicembre successivo (siamo nel 2016) i revisori dei conti del Comune bocciano il bilancio che Mazzillo ha presentato, citando eccessi di ottimismo ed un quadro generalmente fragile. Mazzillo dura ancora un pugno di mesi: ad agosto gli vengono revocate le deleghe e, in una giornata, si trova estromesso dalla giunta. A settembre nuova bocciatura del bilancio. Raggi decide di andare sul sicuro, e chiede aiuto a Livorno.

Livorno, l’assessore è troppo bravo e quindi va via

Filippo Nogarin è, cronologicamente, la seconda grande sorpresa dell’M5S: ha strappato il comune più rosso di tutta la Rossa Toscana ai rossi del Pd, antesignano di quello che accadrà nel 2018 anche a Siena, Pisa e Massa.  La sua empatia con la città passa anche per la vicenda Aamps, la partecipata del Comune che si occupa di rifiuti. Un disastro, che il sindaco sana con un assessore al bilancio chiamato Gianni Lemmetti il quale impone per l’azienda la strada del concordato preventivo.

Aamps sanata, Lemmetti ceduto: non si tratta di un siluramento, è che il ragazzo viene spostato a Roma per meriti conquistati sul campo. Un salto di categoria. Ma attenzione: i due si troveranno indagati per turbativa d’asta.

Più tardi Nogarin fa la sua esperienza con le dimissioni di un assessore quando Ina Dhingjini, titolare della delega al sociale, se ne va lo scorso aprile. Per dissapori (particolare importante) sul reddito di cittadinanza.

Torino, i revisori non amano la Appendino

La sindaca torinese ha i suoi guai con la giunta e con un capo di gabinetto, costretto a lasciare per una storia di pressioni per togliere una multa a un amico. Questioni di ordine pubblico, talvolta, talaltra anche di bilancio. Anche se l’assessore competente in materia, Sergio Rolando, resta tendenzialmente lontano dai riflettori. A seminare zizzania ci pensano i revisori dei conti del Comune, che lo scorso gennaio si dimettono clamorosamente prima che inizi il dibattito sul bilancio di previsione del 2018.

“Prendiamo atto”, dichiara asciutta Appendino. Ma i suoi grattacapi con la matematica dei conti non sono finiti: pare che si profili un processo per la questione della realizzazione di un centro commerciale. In particolare sembra che la giunta comunale sia stata distratta al momento di iscrivere a bilancio un debito di cinque milioni di euro

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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