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Brexit, a rischiare più dell'Europa è l'Union Jack

di Nicola Graziani

Roma – Fantapolitica, ma mica tanto: sopravviverà il Regno Unito all’uscita dall’Europa? Finora i timori dell’opinione pubblica continentale (ma non solo, perché sulla questione è intervenuto anche Barack Obama) si sono concentrati sulle disastrose conseguenze per l’Unione Europea in caso di successo dei leavers al referendum sulla Brexit. Ma il caso, semmai, andrebbe rovesciato, perché a rischiare grosso sarebbe piuttosto l’altra Unione, quella che dal 1801 regge la delicata convivenza di Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda (oggi solo quella del Nord) all’interno della Gran Bretagna. Se si eccettuano Spagna e Belgio, il Regno Unito è lo stato europeo dove più forti sono le identità regionali, e questa alchimia di interessi e sentimenti, necessità e insofferenze potrebbe divenire un composto esplosivo se dovessero prevalere i sì. A cominciare dalla Scozia. A Edimburgo tutti e cinque i partiti che siedono in parlamento si sono detti contrario all’uscita. Gli scozzesi voteranno no nel 75 percento dei casi. Cosa succederebbe, se finisse in minoranza la seconda colonna che sorregge il Regno? Nel 2014 il referendum per l’indipendenza voluto dai nazionalisti scozzesi venne bocciato, ma non in modo schiacciante: finì 55 a 45, ma da allora lo Scottish Nationalist Party, dopo una breve crisi, si è addirittura rafforzato, e 56 dei 59 seggi riservati alla Scozia a Westminster sono suoi. La tentazione di andarsene sarebbe quasi irresistibile: frenata dalle esigenze di un’economia legata a doppio filo a quella inglese e dai prezzi del petrolio troppo bassi; alimentata da un atavico spirito di rivalsa e dalla prospettiva di rientrare nell’Unione Europea, questa volta con il ruolo di paese leader della regione. Una posizione strategica che diverrebbe immediatamente vantaggiosa anche in termini di fondi strutturali europei.

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Situazione analoga in Irlanda del Nord, dove l’economia è già ora dipendente in larga parte dalla Politica Agricola Comune di Bruxelles. E se gli scozzesi esportano in Inghilterra, dall’Ulster si esporta verso Dublino, da sempre attenta a usare un linguaggio suadente verso quella larga frangia dell’opinione pubblica locale che sogna il definitivo rientro nell’abbraccio della comune patria irlandese. I No, anche in termini assoluti, paiono prevalere, anche perchè la conseguenza piu’ immediata e evidente della Brexit sarebbe il ritorno del confine tra le due Irlande, quello abolito con gli accordi del Venerdi’ Santo del 1998. Solo che oggi non sarebbe piu’ un semplice confine tra due stati, ma tra i rimanenti 27 stati dell’Unione Europea e la transfuga Gran Bretagna. La pace in Irlanda venne mediata da Tony Blair, ma di fatto è garantita giorno per giorno dalla comune appartenenza all’Ue di tutti i firmatari. Vincesse il Sì la tensione schizzerebbe alle stelle, e senza immaginare il ritorno alla violenza si potrebbe comunque ben defilare all’orizzonte la prospettiva di un referendum simile a quello scozzese. Ed i cattolici, in Irlanda del Nord, sono la maggioranza. Un tale scatenamento di forze centrifughe potrebbe coinvolgere, alla fine, lo stesso Galles, il cui nazionalismo mai sopito è solo in parte appagato dalla devolution blairiana, ed anche qui si trova schierato a favore del ‘remain’. Ma, a questo punto, rovesciamo una seconda volta il ragionamento, ed osserviamo: in caso di vittoria del ‘leave’ nel giro di alcuni anni il Regno Unito potrebbe avere a che fare con una serie di scossoni che ne metterebbero in forse la stessa esistenza; ma in caso di vittoria del No si avrebbe una situazione quasi paradossale: l’appartenenza all’Unione Europea sarebbe il risultato della volontà degli indipendentisti di Scozia, Irlanda e Galles. E allora sarebbero i nazionalisti inglesi a trarre le secondo loro dovute conseguenze. Chi ha voluto il referendum probabilmente non sapeva che, alla fine, sarà l’Union Jack ad entrare, da sconfitta, nei libri di storia.

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(AGI) 

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